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Una battaglia civile contro ogni genere di violenza

La lettura della stampa di questi ultimi tempi rileva in modo inquietante quanto il problema della violenza in tutte le sue manifestazioni sia in una fase di recrudescenza. E' questa una questione che investe tutta la società e che costringe a fare alcune riflessioni in merito.
Il governo di una società moderna che operi per un miglioramento della vita dei suoi componenti, non può sfuggire a ricercare le soluzioni necessarie né tanto meno non avvertire la necessità di accorciare i tempi della sua soluzione rispetto al tempo del suo permanere.
Proteggere e difendere i cittadini da ogni forma di violenza è compito di tutte le istituzioni e non significa solo perseguimento giuridico, ma anche prevenzione.
In un interessante supplemento domenicale che l'Avanti! ha pubblicato di recente, era contenuto un dossier sulla violenza sessuale, una delle forme cioè in cui essa si esplica, sulle sue "motivazioni" psicologiche, su come affrontare in modo appropriato questo fenomeno.
Rifletteva in proposito E. Marinucci, come da 10 anni il Paese e nel Parlamento si sia svolto un dibattito sempre più approfondito che ha sottolineato anche la recrudescenza di tale fenomeno, ma che ciò nonostante non si è ancora arrivati ad una riforma legislativa; si parla di un decennio!
La violenza però non la esercitano solo gli individui maschi, essa viene esercitata generalmente da soggetti forti su soggetti deboli, siano essi individui, ma anche società, culture, sistemi politici e religiosi.
In un articolo dal titolo significativo "L'amaro destino di nascere femmina", N. Aspesi citava, ad esempio, come ancora in alcuni paesi o regioni con culture, religioni e condizioni di vita arretrate, capiti che neonati di sesso femminile vengano eliminati come spazzatura e contemporaneamente sottolinea come questo amaro destino colpisca pure feti femminili in paesi indubbiamente avanzati come la Gran Bretagna, dove donne delle comunità asiatiche e mussulmane ricorrono alla pratica dell'aborto nei confronti di questi.
Evidentemente questa tragica realtà deriva da una difficile integrazione e dall'emarginazione che porta il vivere in una società diversa, e che le induce ad eliminare ancora prima della nascita questi individui che rischierebbero di creare ulteriori problemi e difficoltà per il solo fatto di essere donna. Ecco che in questo caso, scrive l'Aspesi, un grande servizio di civiltà come la legislazione dell'aborto, voluta dalle donne, diventa "glaciale distruzione di quelle che donne non saranno mai".
Violenza è tutto ciò che si impone con atti non consensuale e non solo con atti fisici.
Violenza perniciosa è quella psicologica, quella che indulge a suggerire comportamenti finalizzati da gruppi di potere a scapito dei gruppi più deboli.
Non è necessario sottolineare usi e costumi di paesi arretrati per comprendere gli aborti delle donne mussulmane in Inghilterra o l'accettazione da parte di altre della pratica della infibulazione.
Basta ascoltare e riflettere sui messaggi che il Papa invia ai suoi fedeli, esercitando tutto il suo potere carismatico, nei confronti delle donne. Ben dice Ida Magli, quando scrive che "egli pare guidato d un istinto antropologico selvaggio che gli permette di sentire e vivere come giuste quelle strutture culturali primarie che stanno alla base della fondazione del potere di tutte le società e che costringono gli individui ad assumere, ruoli prescritti". Per Wojtyla, qualsiasi individualità è negata perché nel pensiero del Papa ogni donna è e deve essere la donna. La donna è segno ossia immagine che allude ad un significato: simbolo, non realtà.
L'unica cosa che conta è una fisicità che di per sé diventa "memoria storica". Perché mai le donne dovrebbero pensare? L'utero pensa per loro, ricorda per loro, storicizza per loro".
Ma le donne devono dimostrare non solo per il Papa di saper "anche" pensare per non essere ridotte a simbolo. Altrimenti perché mai ci sono ancora testate giornalistiche che si sono presentate come il giornale per le donne che "pensano"? E' stato il caso del settimanale Eva, a proposito del quale Biagi osservava se "davvero, occorreva proprio un periodico che le riconoscesse come creature pensanti, che le ammettesse nel non vastissimo mondo di coloro che amano ragionare?".
Le donna non sono però solo sempre vittime; qualche volta sono esse stesse portatrici di violenza e non possiamo, per obiettività, giustificare i loro comportamenti ricorrendo alla memoria di un passato di prevaricazioni subite.
La violenza di un individuo su un altro individuo, di un forte su un debole non ha sesso e quindi non può avere attenuanti. La neonata abbandonata dalla madre nei pressi del macello comunale di Lavello, ancora in vita, in una busta di plastica non è che uno dei tanti casi di questo tipo di violenza in ci non ci si può associare a chi la giustifica per le condizioni sociali, economiche, psicologiche della donna.
Né tantomeno le condizioni ambientali giustificano i numerosi casi di omertà da parte della donna in casi di maltrattamento o incesto da parte dell'uomo nei confronti dei figli, neanche se questa omertà è il frutto esso stesso di minacce di altra violenza.
Non c'è dubbio, peraltro, che se la violenza è più facilmente esercitatile su soggetti deboli, i bambini, gli anziani e per alcuni aspetti le donne, appartengono concettualmente e nei fatti a questa categorie.
In un rapporto sull'infanzia violenta, S. Mazzocchi si domandava se "una realtà di bambini imprigionati, uccisi, torturati, usati per ricattare i genitori in carcere, per estorcere confessioni appartengono a realtà remote, paradossali, favorite da particolari condizioni storiche e culturali oppure sono l'esasperazione di un fenomeno generale in corso nel modo intero dove i bambini, cuccioli senza potere, sono le vittime predestinate della violenza degli adulti".
Le donne hanno dimostrato non solo di saper "pensare" ma di essere altresì soggetti agenti, modificando nel tempo molti di questi aspetti emarginanti dal complesso della società, ritrovando i percorsi della parità. Chi meglio di esse può comprendere tutta la debolezza e tutta la grande infelicità di chi subisce violenza? Difendere gli individui tendenzialmente deboli non significa farsi carico di questioni che malamente sono state considerate in passato tipicamente femminili e perciò tendenzialmente rifiutate proprio dalla donne.
Una battaglia contro la violenza sociale, quella sotterranea, sommersa, quella che prospera nei paesi industrializzati e sulla sua recrudescenza non può essere diretta solo verso una maggiore sensibilizzazione o la denuncia, che, in qualsiasi modo essa si esprima, non è che il più facile aspetto di un problema.
La battaglia da portare avanti, in tutte le sedi opportune, deve essere una lotta civile contro tutta la violenza, subita dagli individui, tutti gli individui, una battaglia che non crei delle "categorie" ma che affronti tutte le sue implicazioni pur nelle diverse manifestazioni in cui essa si esplica.

l'Avanti, marzo 1988



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