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Dalla parte del nascituro

In un momento certo non dei più sereni per l'Italia, si inserisce, con preoccupazione assai motivata, il dibattito sollevato da alcuni settori della stampa, della medicina e della chiesa riguardo l'aborto terapeutico. La discussione si svolge attorno al numero di settimane al di sotto del quale il feto possa o no abortire. Una discussione che pare svolgersi senza tenere conto delle donne, e in cui le voci femminili sono state poche e flebili.

Eppure un confronto fra le parti, un dibattito sereno sarebbe la premessa necessaria per promuovere la capacità d'accoglienza alla maternità da parte di molte donne, ma anche della società.

Se si riflette sul fatto che la madre è la persona che deve accogliere il nascituro in un clima di serenità per la crescita e l'educazione dello stesso, appare evidente la crudeltà di voler rianimare il feto contro la volontà della stessa, se non sia in grado di garantire quest'attitudine.

Se esiste già la certezza di gravi anomalie del feto, malformazioni congenite e rischi per la crescita, il medico ha il dovere di parlarne con la madre rappresentandole i rischi futuri.

Troppo facile chiedere a una donna se voglia tentare la rianimazione sulla base di scelte emotive ed affettive: quale donna, quale madre potrebbe opporre un rifiuto al proprio concepimento?

Sarebbe invece molto più giusto informarla sul tipo di vita che attende suo figlio, nel caso esso dovesse vivere e convivere in condizioni di imparità sociale e di sofferenza fisica, in un Paese dove le strutture di supporto e di assistenza alla famiglia sono assai precarie quando inesistenti.

Quello che è peggio è che attraverso questa drammatica sequenza, si sta cercando ancora una volta di rimettere in discussione la legge 194, in materia di regolarizzazione dell'aborto.

Si pensava che i temi che riguardano questa dolorosa questione fossero stati ampiamente dibattuti e che fosse opinione comune che il ricorso all'aborto è sempre da considerarsi una piaga sociale fin dalla notte dei tempi.

L a legalizzazione dell'aborto, che in Italia è stata in Italia una pratica illegale fino al 1975, partiva dalla premessa che il divieto non ne impediva la pratica, che diveniva invece clandestina, lucrosa, costosa e pericolosa; che la scelta della maternità doveva essere una scelta responsabile e consapevole.
Il 22 maggio 1978 veniva approvata la legge 194 con la quale si riconosceva il diritto della donna ad interrompere, gratuitamente e nelle strutture pubbliche, la gravidanza indesiderata. In essa venivano stabilite politiche di prevenzione da attuarsi presso i consultori familiari ed era anche ammessa da parte del medico l'obiezione di coscienza.

Se la legge 194 (passata anche attraverso la vittoria del referendum) è riuscita in gran parte a eliminare la piaga degli aborti clandestini, le finalità sociali e di prevenzione della legge non sono state perseguite fino in fondo: anche per colpa di chi doveva farla applicare, che non di rado era contrario
Inoltre la posizione della Chiesa Cattolica, ha dimostrato come il Vaticano non sia mai stato realmente disponibile ad offrire un'apertura in questa direzione.
La sua posizione è stata di chiusura anche rispetto alla pillola RU-486 (la pillola del giorno dopo), che è si, un farmaco abortivo,ma ha il grande vantaggio di impedire l'ospedalizzazione della donna e il conseguente intervento chirurgico. Più indolore, quindi, e causa di minori traumi e, anche, di minori costi per il Servizio Sanitario.

Quello che questi settori così battaglieri rispetto ai diritti del feto, non hanno chiarito, sono invece i diritti al nascituro.

Perché parlare di feto, vuol dire parlare di un futuro bambino e non di un alieno. Se il nascituro avrà la certezza di un vita segnata fino alla sua fine, farlo nascere è una crudeltà, non per la madre o solo per la madre, ma principalmente per lui e per i suoi diritti.

Dols.it, febbraio 2008

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