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L'amaro gusto del dono

In una società evoluta e soprattutto ricca, il dono, in quanto tale, è diventato una costante dei nostri comportamenti.

Le occasioni per farne o riceverne sono ormai una tale quantità che è difficile non avere spesso l'impressione di bissare e soprattutto della loro inutilità; diciamo che si fanno quasi come per espletare una sorta di rituale, di formalità, di dovere sociale, di scambio o di esplicita richiesta.

Insomma il dono in quanto tale ha perso gran parte del suo significato affettivo. Basti pensare alle facce deluse dei riceventi e all'insofferenza di chi li compra. Il gusto della scelta pensata ed indirizzata a realizzare un desiderio è ormai desueto.

Ci sono poi i doni che ti mettono in pace con la coscienza: i sacchi di abiti smessi, la raccolta di cibo, di medicinali, le adozioni a distanza, il volontariato...

Non sono doni materiali, ma è comunque qualcosa di noi che doniamo ad altri esseri meno fortunati. Quindi doni buoni, giusti? Dovrebbe essere così se questo non ci facesse sentire non solo buoni ma anche soddisfatti della propria superiorità ed i propri vantaggi con un'arroganza mascherata da generosità.

Sicuramente più fortunati di chi è costretto a prenderli in una condizione di sottomissione che ha imparato ad avere suo malgrado.
Nel dare non c'è quasi mai umiltà ma una soddisfazione interiore che sazia cuore e vanità; nel prendere c'è l'umiltà del bisogno e la disgraziata consapevolezza della propria miseria.

Le cadute.it

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