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Prefazione al Quaderno Rosa della CNPO "Elettrici ed Elette", di Tina Lagostena Bassi, 1995

Da anni mi pongo un quesito: In Italia abbiamo o no una "democrazia paritaria?".

Molti sostengono che il termine "democrazia" non può essere accompagnato da aggettivi.

Eppure la parola deriva dal greco e significa "governo del popolo".

In definitiva in democrazia i cittadini, designano i loro rappresentanti con il potere di voto, cioè con il suffragio universale.

Sembra superfluo ricordare che solo nel 1911 in Italia venne introdotto il suffragio cosiddetto universale, che però era un privilegio dei soli cittadini di sesso maschile. Alle donne il voto venne esteso molti anni dopo: il l febbraio del 1945. Nel 1995 si celebra, quindi, il cinquantenario del voto alle cittadine.

Cinquanta anni fa le donne, dunque, hanno mosso i primi passi per portare nel nostro paese una vera democrazia, che - per essere tale - deve essere paritaria; ciò significa che il "potere" di governare può e deve essere esercitato in modo paritario da tutti i cittadini, senza distinzione di sesso.

Nel nostro Paese ormai le donne hanno il diritto di scegliere coloro che li rappresenteranno in Parlamento, dove si concretizza la funzione politico-legislativa, e coloro che governeranno e che devono ricevere la "fiducia" dei parlamentari.

Apparentemente pare che siano state superate tutte le discriminazioni: elettrici ed elettori contribuiscono, con il loro voto, a formare il Parlamento, ma la loro scelta avviene tra i candidati presentati dalle varie forze politiche. N elle liste degli aspiranti parlamentari, però,

i partiti politici iscrivono in prevalenza cittadini di sesso maschile; le poche donne inserite tra i candidati restano sempre nell' ombra, nel senso che non trovano spazio nei media: non sono, quindi, visibili. E così le donne, che da cinquant'anni sono "elettrici", non riescono a superare il muro del silenzio e della indifferenza e non vengono "elette", se non in percentuale assai bassa.

Oggi alla Camera su 630 deputati solo 93 sono donne; al Senato le cose vanno ancora peggio: le senatrici sono 29 su 315 senatori.

Al Governo siede una sola donna Ministro e una sottosegretario.

Non pensiamo che questa possa definirsi "democrazia" compiuta: se, la democrazia non è paritaria, il governo del popolo resta affidato solo (o quasi) al sesso maschile, che costituisce meno della metà dei cittadini elettori. Più rappresentanza alle donne, più donne nei posti di potere decisionale: questa è la sfida e la meta che le "elettrici" lanciano per celebrare il cinquantenario del voto alle donne.

Commento di Marta Ajò

Purtroppo chi ha scritto questo pezzo è deceduta da poco e certamente avrebbe potuto commentare, a distanza di tanto tempo, i risultati di questa campagna elettorale e del ruolo delle candidature femminili. Con questo articolo ci piace ricordare che sono decenni che le donne chiedono una rappresentanza paritaria e responsabile nelle politiche di governo del Paese. Dopo avere per tanto tempo rifiutato le quote, come segno di ulteriore discriminazione, dobbiamo riflettere che imporre una percentuale nelle liste ha dato un, sia pure parziale, risultato per il numero delle elette. Rispetto ai dati sconfortanti citati in questo articolo, sicuramente c'è di che rallegrarsi; rispetto ad un riconoscimento paritario completo invece, ci sembra ancora lontano un risultato di cui essere orgogliose: ovvero essere elette con percentuali imposte di volta in volta, senza regole e senza garanzie costituzionali.

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