• facebook

Home » Chi siamo » Direttore editoriale » Editoriali » Oggi » Letture di genere
Condividi su  Facebook Condividi su  Twitter Consiglia la pagina

Letture di genere

La letteratura femminile, al femminile e per il femminile, ormai arricchisce da molto tempo la produzione editoriale.

Molte sono le autrici (scrittrici, giornaliste, storiche, ricercatrici, ecc.) che, pur seguendo dinamiche e modi differenti, hanno indirizzato la loro scrittura e, in alcuni casi anche il filo della loro vita e dei loro interessi, verso temi e problematiche di "genere".

In particolare, la lettura di tre libri usciti recentemente, per alcuni versi diversi ma per altri molto simili, sembrerebbe confermare che la letteratura, la storia e la politica delle donne, si intrecciano da sempre e rendono moderna e attuale qualsiasi forma di scrittura e saggistica che parli di esse.

I tre libri in questione sono:

"Amanti e regine, il potere delle donne" di Benedetta Craveri, Adelphi;

"Prime donne, perché in politica non c'è spazio per il secondo sesso", di Ritanna Armeni, Ponte Alle Grazie;

"Donne e politica", di Giuditta Brunelli, Il Mulino.

Non è un caso che a distanza di tanti anni, ricorra ancora il concetto di "secondo sesso" che è stato il titolo di uno dei più discussi libri della letteratura femminile, "Il secondo sesso"(appunto...) di Simone De Beauvoir, pubblicato nel lontano 1949, di cui ancora se ne ravvisa la modernità.

In particolare, raffrontandolo con quanto descrivono nei loro testi le tre autrici, quello che si conferma è la peculiarità storico-sociale-culturale delle donne, che altri vorrebbero fosse immutabile.

Emergono, inoltre, due posizioni forti e contrapposte che potremmo definire, e di malavoglia, di destra e di sinistra: l'una che sostiene la tesi di una natura femminile comunque "diversa", e'l'altra che ravvisa le differenze esistenti e perpetuate come frutto dell'oppressione subita da secoli dalle donne.

In "Amanti e regine" Benedetta Craveri, docente di Letteratura francese all'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, racconta la vita, le difficoltà, le consuetudini e il difficile percorso di molte donne nella Francia di Antico regime, passate alla storia spesso più per le loro sventure che per il loro reale potere.

L'autrice ci rammenta che nell'anno 1586 il celebre giurista francese Jean Bodin, teorico della sovranità dello Stato assoluto moderno, non esitava a confinare le donne ai margini della vita civile, ritenendo che "dovessero essere tenute lontane da tutte le magistrature, i luoghi di comando, i giudizi, le assemblee pubbliche e i consigli, perché si occupassero solo delle loro faccende donnesche e domestiche " e che affidare a una donna una qualsivoglia responsabilità di governo fosse "cosa ripugnante alla natura, contumelia a Dio, sovvertimento del retto ordine e di ogni principio di giustizia".

Forte di un doppio retaggio culturale - quello grecoromano e quello giudaico-cristiano -, il grande teorico ribadiva una convinzione antica quanto la società occidentale.

In tutta Europa, in considerazione della debolezza intellettuale, morale e psichica intrinseca alla loro natura, le donne andavano escluse dal potere; solo gli uomini erano cittadini a pieno diritto, solo agli uomini era consentito regnare.

Eppure, ribadisce la Craveri, soprattutto in certi luoghi e tempi della storia, e in particolar modo nella Francia di Antico Regime -, quel potere le donne se lo sono arrogato, vanificando, di fatto, le leggi e le consuetudini che glielo negavano: prima fra tutte Caterina de' Medici, che per trent' anni riesce a mantenere intatta l'autorità reale. Ma accanto alle regine - e spesso contemporaneamente e in antagonismo con loro - altre donne (le cosiddette "regine di cuori" ) hanno avuto sugli equilibri politici interni ed esterni alla monarchia francese, nei secoli che precedono la Rivoluzione, una formidabile, per quanto discreta, influenza: le potentissime amanti reali, le quali, per inserirsi negli ingranaggi del potere maschile senza esserne stritolate, dovettero imparare a giocare d'astuzia, a crearsi alleanze, a distribuire favori, a corrompere, a punire - e a uscire di scena al momento giusto. Alcune di queste donne, amanti o regine - da Anna d'Austria a Maria Antonietta, da Gabrielle d'Estrées a Madame du Barry -, hanno fatto della loro presunta debolezza uno strumento di dominio".

Trattando di un periodo storico ben preciso, essa ricorda ancora che consuetudini e leggi non erano sempre state così sfavorevoli al gentil sesso e ancora non molto tempo prima, all'interno del sistema feudale francese, le donne avevano goduto di un trattamento meno punitivo ma che, essendo legati alla società feudale, questi margini di autonomia femminile vennero meno con il Rinascimento.

Nel corso del XlV secolo infatti (all'interno di un profondo mutamento, che affondava le sue radici nel secolo precedente, del modo di pensare la politica e le istituzioni, in cui la nozione di "res pubblica" sostituì progressivamente il concetto medioevale di lignaggio e l'autorità del re, quella del signore), cominciò a farsi strada una nuova concezione della famiglia. Questa appariva ora come il fondamento su cui poggiava l'edificio dello Stato moderno, era anzi una sorta di repubblica in scala ridotta, retta dal capofamiglia e perfettamente speculare all'altra. La sua stabilità, il suo equilibrio, la sua autonomia erano perciò di vitale importanza tanto per la sfera privata come per quella pubblica, e i legislatori non avevano risparmiato accorgimenti per metterla al riparo dalle potenziali minacce - l'irrazionalità, !'irresponsabilità, l'incostanza - derivanti dalla natura femminile.

Nella guerra preventiva contro le insidie del sesso debole si riteneva necessario sottomettere completamente la donna all'autorità maschile e circoscrivere il suo raggio d'azione all'interno della sfera domestica. In questo modo veniva sacrificata a garanzia dell'ordine familiare non solo la sua libertà, ma la sua stessa persona giuridica, poiché ella non avrebbe avuto altra identità all'infuori di quella di figlia, di moglie, di vedova.

Nella sua interpretazione letterale, 1'" incapacità "femminile" significava che, senza l'autorizzazione dei parenti maschi o del re, le donne quasi non possedevano una personalità giuridica autonoma.

Un secolo dopo, lo stesso Montaigne, pur dando prova di un atteggiamento molto più liberale della maggior parte dei suoi contemporanei nei confronti del gentil sesso, continuava a essere intimamente convinto della superiorità intellettuale maschile e si limitava a osservare che lo studio della storia e della filosofia poteva aiutare le donne a sopportare le ingiustizie e le prevaricazioni di cui erano vittime da parte degli uomini.

E in quel periodo si solleva finalmente la voce di una donna, Marie de Gournay (1626), nelle cui parole non vi era rassegnazione e amarezza: "Fortunato sei tu, Lettore, se non appartieni a quel sesso che, privato della libertà, è interdetto da tutti i beni, come pure da pressoché tutte le virtù. Né potrebbe essere altrimenti, visto che gli è negato l'accesso alle cariche, agli impieghi e alle funzioni pubbliche, ovvero al potere, perché è nell'esercizio moderato di quest'ultimo che si formano in massima parte le virtù. Un sesso a cui, come sola felicità, come uniche e sovrane virtù, si lasciano l'ignoranza, la servitù e la facoltà di passare per stupido, se questo gioco gli piace ".

Nel libro risulta evidente che a questa educazione repressiva non si sottrasse la Chiesa cattolica. Infatti , elaborando una pedagogia ispirata al culto mariano che, di trattato in trattato, perseguiva un unico obiettivo: neutralizzare la componente oscura e demoniaca in agguato nella natura femminile e, prendendo a modello le virtù incarnate dalla Vergine Maria - la purezza, la dolcezza, la carità -, precauzione morale importante per le ambizioni intellettuali delle loro consorelle meno altolocate, non faceva che consentire e convivere con tali principi.

Nemmeno una nascita reale poteva conferire alle donne gli stessi diritti degli uomini e la e a differenza di quanto avveniva in altri paesi europei, in Francia le donne erano escluse dalla successione al trono, e il compito di assicurare la continuità dinastica era riservato alla discendenza maschile.

Solo il re deteneva il potere, mentre la regina non aveva altro status che quello di moglie.

"Eppure", scrive l'autrice, "alla prova dei fatti, il XVI secolo non costituiva una clamorosa smentita degli interdetti che pesavano sul gentil sesso? Mai come nell'Europa del Cinquecento un numero tanto rilevante di donne - figlie, sorelle, mogli, madri, amanti - ebbe accesso ad alte responsabilità, influì sulla politica, governò in prima persona. Nonostante gli anatemi dei predicatori, Maria Tudor prima e sua sorella Elisabetta poi salirono a pieno titolo al trono d'Inghilterra, mentre Maria Stuarda cinse la corona scozzese".

Le conclusioni che tira la Craveri, nonostante questi esempi, comunque, non inducono a nessuna valutazione ottimistica di quel periodo e delle sue protagoniste.

"Non dobbiamo, tuttavia, essere indotti a pensare che questo illustre corteo di dame al potere sia il segno di una evoluzione, sia pur sotterranea, della mentalità e del costume, o riveli un miglioramento giuridico della condizione femminile. Se nella società del Cinquecento vi sono delle donne che contano è perché, forti delle loro ambizioni, della loro intelligenza, della loro bellezza, sono riuscite, a dispetto dei pregiudizi maschili, ad approfittare delle circostanze favorevoli e a farsi valere. Mai, però, assumono il potere in nome proprio, la loro autorità è sempre provvisoria e soggetta a contestazioni, e la loro affermazione presuppone sempre un vuoto o una debolezza maschili: la lontananza o la morte dei mariti, la minore età dei figli, la passione dei sensi. Per quanto spettacolari, le loro vicende costituiscono la somma di casi individuali, non si saldano mai in un'unica storia. Perché la Storia, nessuna di loro ne dubita, rimane appannaggio ufficiale degli uomini, e per inserirsi nei suoi ingranaggi senza venirne stritolate, bisogna mascherarsi, giocare d'astuzia, crearsi alleati potenti, distribuire favori, sedurre, corrompere, punire - e sapere, al momento giusto, uscire di scena".

Infine il potere di queste donne, è un potere sui generis, che sa trasformare la debolezza in forza, e fare della condizione di inferiorità una carta vincente. L'autrice mette in risalto, oltre alla loro condizione umana, una testimonianza del coraggio, dell'intelligenza, dell'inventiva che hanno costantemente caratterizzato le donne francesi di Antico Regime.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

"L'emancipazione delle donne sembra un fatto scontato. Le battaglie del femminismo degli anni Settanta appaiono lontane. A qualcuno anche vecchie e superate. Naturalmente è vero che le donne hanno percorso un lungo cammino. E che hanno vinto molte importanti battaglie", sostiene nel libro" Prime donne, perché in politica non c'è spazio per il secondo sesso", Ritanna armeni.

"Questo non significa che il cammino per raggiungere la Libertà con la L maiuscola - quella che permetterebbe a una donna di muoversi dentro la società con la stessa disinvoltura di un uomo - sia finito. Uno dei campi rimasti tutto sommato preclusi alle donne è quello della politica, o meglio del potere, potere che si declina ancora perlopiù al maschile. Le donne nel secolo scorso hanno occupato qualche poltrona, ma gli uomini mantengono quasi intatta la loro egemonia".

L'autrice, nelle sue riflessioni, sostiene di essere arrivata a due conclusioni possibili per comprendere l'esclusione delle donne dal potere.

Un motivo, è sicuramente dato dall'impegno delle stesse all'interno della vita domestica che le ha portate inevitabilmente ad assumere una concezione di indifferenza o quantomeno di estraneità verso le forme del potere politico, oltre, ovviamente, alla responsabilità di un gap culturale e di educazione impartite fina dalla giovane età.

Naturalmente ci sono anche molti modi per accettare o convivere con questa ripulsa. In primo luogo ci sono le donne che rinunciano, e sono la maggior parte. Il potere politico - pensano - è maschile ed è giusto che rimanga tale. Loro si occupano d'altro. Poi ci sono quelle che accettano le regole, perché convinte che siano le migliori possibili. Non ne conoscono altre e non sono interessate i trovarne di nuove. È questo il comportamento della maggior parte delle donne al potere nel ventesimo secolo. E ancora ci sono le donne che a quelle regole si adeguano, pur vedendone tutti i limiti. li loro è un atteggiamento di frontiera. Avvertite nei confronti della politica maschile, ma non abbastanza forti per osare di più. Incuriosite da una ricerca femminile, ma capaci di gestire con perizia la politica maschile. E infine ci sono quelle donne - e non sono poche - che attraverso il privato, il rapporto intimo e familiare con l'uomo che fa politica, riescono a influenzare e ad esercitare così un potere occulto.

L'Armeni prosegue le sue riflessioni sostenendo che: "Una donna che aspira al potere, al potere vero, lancia una sfida, entra in un terreno, in una sfera quasi del tutto inesplorata nell' antica lotta fra i sessi. Per questo anche chi sostiene l'emancipazione e la parità non riesce ad affrontarla adeguatamente. Non si tratta di aprire spazi, organizzare libertà, concedere possibilità in questo o quel settore della vita sociale e pubblica con la gradualità e le necessarie mediazioni con cui è stato fatto finora, per esempio nel campo del lavoro. Qui, infatti, le donne sono passate prima attraverso ruoli considerati eminentemente femminili, poi hanno occupato - per necessità, durante le guerre - posti maschili, fino a che il mercato capitalistico da un lato e una legislazione guidata dal concetto di parità dall' altro hanno permesso loro di occupare posti in buon numero ed emergere anche in settori di eccellenza".

Sostiene, inoltre di avere capito che l'esclusione delle donne non è assimilabile a quella di altre categorie sociali. Mentre la discriminazione di alcune categorie di uomini e di classi sociali è un fatto storico, contingente, determinato dai rapporti economici, dalla lotta fra le classi, dal dominio di alcuni popoli su altri, la discriminazione delle donne è costitutiva della stessa idea di potere. Affermare la necessità di abbatterla è talmente audace, talmente eversivo da richiedere una nuova rivoluzione del pensiero.

Oggi, prosegue, la possibilità di un cambiamento più radicale non riguarda il modo in cui la società si organizza attraverso la politica e le istituzioni, bensì la necessità di rimettere in discussione l'idea stessa della politica, del governo e dello Stato, del rapporto fra governanti e governati. Oggi c'è l'opportunità di ribaltare la rappresentazione dominante del potere, di scalfire una realtà che si fonda su un immaginario fortissimo e finora invincibile. In esso esiste una contrapposizione così forte e radicata tra le donne e il potere da provocare quasi automaticamente un' esclusione e una rinuncia. C'è un contrasto che, almeno fino a oggi, ha lasciato davvero poco spazio a mediazioni.

È questa contrapposizione che spiega la tenacia e la violenza straordinaria con cui gli uomini difendono la loro posizione di dominio e respingono i tentativi delle donne. E, nello stesso tempo, essa chiarisce la forza m 'scussa e indiscutibile del modo maschile di fare politica, ritenuto l'unico possibile. Il potere politico, la direzione dello Stato, è per gli uomini la frontiera invalicabile, la difesa naturale contro ciò che appare un' aggressione contro natura.

In questa difesa c'è ancora oggi la convinzione assoluta di chi ritiene così uniche, giuste, oggettive le proprie posizioni da non riuscire in alcun modo a immaginare l'idea del femminile congiunta a quella del potere. Ovviamente questo rifiuto, questo accanimento negativo è gestito in modi diversi dagli uomini ed è diversamente accettato o subito dalle donne. C'è l'uomo che respinge anche la sola idea che una donna possa esercitare il potere e vi si oppone in nome di ruoli prestabiliti e naturali. Ancora oggi non è raro incontrare una vera e propria misoginia alimentata dalla tradizione, dagli stereotipi, dalla paura. C'è chi pensa invece che la donna possa gestire il potere, ma solo se agisce come un uomo, se si dimostra capace di assumere integralmente i comportamenti maschili. In questo caso la misoginia permane, ma meno evidente. In fondo che cosa ci può essere di più gratificante che assistere alla replica di se stessi? Non è la conferma che, sia pure possedute e guidate da un corpo femminile, le regole del potere sono uniche e irriformabili? C'è infine chi ritiene le forme in cui si può esprimere un potere femminile interessanti, ma comunque politicamente e cultural

mente secondarie rispetto a quelle maschili. È la posizione di chi pensa che solo la contrapposizione di classe, e ( con essa le categorie di destra e di sinistra), siano fondamentali e che quindi la ricerca delle donne sia solo un interessante accessorio.

Ed ancora,nella parte finale del libro, l'autrice si lascia andare e riflette sulle speranze personali e con molta semplicità ed umanità, in cui è facile riconoscersi, afferma:

"Mi piacerebbe che le donne che fanno politica avessero un'idea più alta e profonda della loro libertà. Mi piacerebbe che dicessero quello che sono, quello che vogliono, che pensassero innanzitutto e soprattutto a se stesse. Che cercassero di diventare un modello per le altre. E quindi provassero, almeno provassero, a proporre un diverso modello di potere. Che non può nascere se le donne non credono profondamente in se stesse e non affermano - rischiando molto - la loro identità nella politica. Mi piacerebbe che qualche volta mandassero un messaggio alle altre donne in modo non strumentale, non subordinato ai progetti politici maschili.

Certo non è facile. E niente è più lontano dalle intenzioni di chi scrive di una critica presuntuosa o nemica. Non è facile perché si tratta di fare nel più maschile dei settori della società, quello della politica, il doppio salto mortale: conquistare il potere e cambiarlo. Destrutturarlo, forse annullarlo. Si tratta di inventare, di costruire quelle che gli uomini chiamano alleanze e che le donne chiamano relazioni per fare dei passi avanti, per mandare dei segnali. li punto positivo è che ci sono molte donne pronte ad accoglierli. Le donne che oggi hanno raggiunto una forma di potere e di autorevolezza hanno una responsabilità precisa, hanno il compito di mandare questo messaggio.

Non mi si dica che è impossibile. Non mi si dica che bisogna aspettare altri movimenti sociali, altri cambiamenti e altre generazioni perché questo avvenga. Di movimenti sociali e politici importanti questo paese ne ha visti tanti. L'Italia ha avuto e ha un forte movimento operaio con fondamenti maschili profondi sui quali ancora non si è riflettuto abbastanza. Dal '68 in poi si sono sviluppate spinte sociali straordinarie, egualitarie e antiautoritarie. Ma la leadership è stata sempre maschile. I noglobal, i movimenti pacifisti, quelli ecologisti hanno avuto sempre capi uomini; le eccezioni si possono contare sulle dita di una mano. L'egualitarismo è scomparso come neve al sole nel rapporto con le donne. L'antiautoritarismo si è proclamato, ma l'autoritarismo è rimasto forte all'interno del movimento e dei gruppi di sinistra, soprattutto nei confronti dell' altro sesso.

I processi, le ritualità della politica, le sue pratiche maschili si sono riprodotti immediatamente, con precisione, quasi con automatismo. Per questo mi sono fatta l'idea che il cambiamento non possa che nascere - se può nascere - proprio nel cuore dell' emancipazione femminile e del potere politico. Non possa emergere che da una donna o da più donne che hanno sperimentato e conosciuto fino in fondo il potere maschile. O, perlomeno, questo è quello che spero".

Infine, si può dire che in questo libro si analizza con chiarezza e serenità la situazione passata e attuale e, senza alcun vittimismo né desiderio di rivalsa, chiede alle donne di avere il coraggio di scendere in campo, di sentirsi autorizzate a desiderare il potere senza essere subordinate a un uomo; di essere padrone delle loro scelte e delle loro convinzioni; individui liberi in una società libera. Perché l'abbattimento dei pregiudizi di genere possa essere l'inizio di un' era del confronto e dell'uguaglianza.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Ad alcuni dei molti interrogativi posti dall'Armeni, cerca di dare una risposta, per vie più concrete e pragmatiche nel libro "Donne e politica"- Quote rosa? Perché le donne in politica sono ancora poche, Giuditta Brunelli che Insegna Istituzioni di diritto pubblico nell'Università di Ferrara.

Essa inizia immediatamente a descrivere con precisione basata su numeri e statistiche, la realtà dell'Italia: sesto paese industriale al mondo, è al 85esimo posto nella classifica dei parlamenti per presenza femminile. Perché, chiede, dal momento che nessuna norma limita la parità dei sessi, è ancora così bassa la partecipazione delle donne alla nostra vita politica?

Nei vari capitoli ripercorre il cammino delle donne dalla conquista del voto alla rappresentanza in politica; i tipi di discriminazione, dirette ed indirette, che esse hanno subito e le "azioni positive" messe in campo dalle direttive europee e nel nostro Paese.

In particolare si sofferma sulla vicenda delle quote riservate alle donne nelle liste elettorali, le misure antidiscriminatorie e il riequilibrio di genere negli statuti e nella legislazione elettorale delle regioni ordinarie.

Dopo avere spaziato sulle esperienze europee, ragiona, nella parte finale del libro, sulle possibili soluzioni che si possono mettere in moto per favorire la politica al femminile.

" In molti paesi del mondo, e certamente nel nostro, la cittadinanza politica delle donne è ancora oggi "affievolita" non sotto il profilo formale, almeno negli stati democratici, ma a causa dell'organizzazione dell'attività politica in forme non compatibili con la costruzione sociale dei ruoli femminili.

Non si tratta soltanto di limitazione delle risorse (tempo e denaro, soprattutto), ma della scelta di regole che - osserva Giovanna Zincone - svalorizzano ulteriormente nel -mercato politico- le già scarse risorse disponibili. Così, "un sistema elettorale che obbliga a costose campagne svaluta l'impegno etico e sopravvaluta la capacità di spendere. E, se l'impegno etico si distribuisce forse equamente tra i sessi, lo stesso non vale per la capacità di spendere: le candidate hanno minore abilità nel procurarsi finanziamenti-. Ecco, allora, la necessità di identificare quegli strumenti (ad esempio, l'imposizione per legge di "tetti" alle spese elettorali) che, abbassando la soglia delle risorse necessarie a fare politica, facilitino l'accesso alla rappresentanza di chi si trova in una condizione di svantaggio.

Sembra assai difficile, nel contesto italiano, una sorta di evoluzione "naturale- che scalzi il monopolio maschile della politica. I monopoli vanno spezzati con specifiche regole antitrust, osserva Lorenza Carlassare; nel nostro caso, con misure (legislative o volontarie) che -forzino- gli assetti di potere consolidati".

Tutto ciò riguarda in particolare una questione di potere (maschile) ma occorre, sostiene l'autrice, andare oltre con le misure legislative di garanzia per le candidature; il riequilibrio delle candidature; gli strumenti del gender mainstreaming.

Conclude affermando che:

"In conclusione le quote elettorali previste per legge sono senz'altro ammissibili...ma la strada maestra è quella indicata da Elisabeth Badinter, con parole che faccio mie: "sufficiente che tutti i partiti politici decidano di sottomettersi volontariamente al principio di eguaglianza da loro predicato con tanta disinvoltura. Sarebbe per questi partiti il modo migliore di dimostrare che sono al servizio della repubblica universale".

La Brunelli, senza indulgere al vittimismo che a volte trasuda dal dibattito di genere, offre un quadro - anche in chiave comparata - del cammino compiuto per superare la discriminazione giuridica delle donne; esamina le cose fatte e quelle ancora da fare; discute l'atteggiamento dei partiti e illustra gli orientamenti dell'Unione europea in materia. Infine, a partire dalla conquista del voto fino alla vicenda delle quote "rosa" nelle liste elettorali, (tema largamente dibattuto ed ancora irrisolto) mostra come anche rimuovendo gli ostacoli normativi ne restino altri di natura sociale e culturale.

°°°°°°°°°°°°°°°°°

Dalla lettura di questi tre libri, viene subito alla mente come a tutt'oggi, facendo una comparazione con quanto scritto dalla Craveri, questo stato di subordinazione, quando addirittura di schiavitù, esista ancora in molti paesi di altre culture o religioni. Per non parlare delle varie forme di schiavitù indotta all'interno delle società occidentali.

L'egoismo non dovrebbe infatti distoglierci o allontanarci dalle difficili realtà che altre donne soffrono ( si pensi all'infibulazione o alla lapidazione, come strumenti estremi di queste culture).

E, sempre per fare una comparazione fra periodi storici diversi, fino ad arrivare all' ideologia della donna nel fascismo, o, anche solo per restare in tempi più recenti, negli anni 60/70, ad esempio nella nostra istruzione, era ancora vigente l'Istituto tecnico femminile, che insegnava appunto, come materie principali: economia domestica, taglio, ricamo, cucito, maglia, puericultura e tutte le altre materie necessarie per diventare una perfetta moglie e donna di casa. Lo stesso percorso magistrale e magistero, contemplava specializzazioni cosiddette più idonee all'indole femminile.

Possiamo dire che questa mentalità sia completamente scomparsa dal nostro orizzonte e dalla nostra cultura?

Ed ancora, per passare dalle "regine-amanti" della Craveri, alle donne di oggi dell'Armeni, vengono in mente alcune considerazioni:

non sono forse anche le donne descritte in "Regine e amanti" vittime delle stesse e di altre discriminazioni delle donne di oggi?

Non è la concezione dell'impossibilità della donna a raggiungere il "vero" potere come e quanto gli uomini che è stata sempre ribadita?

Non era ed è forse pensabile, per arrivare ad un cambiamento, una rivoluzione del pensiero?

Dunque siamo così lontane oggi da allora o sono solo cambiate le formalità della discriminazione che si è fatta di volta in volta più subdola ma resistente?

Le risposte tecniche,giuridiche che l'ultima autrice ci fornisce, lasciano comunque ancora colmi di incertezze e di interrogativi.

Se andiamo a considerare bene, molti nomi di donne moderne in corsa per il raggiungimento di posti di primo piano (Hillary Clinton, Ségolène Royal, Sarah Palin, ed altre...) sono spesso protagoniste di cattiva stampa o di campagne denigratorie che ne infestano l'immagine pubblica rendendo il consenso popolare più difficile.

Resta la certezza che l'uguaglianza sarà raggiunta quando non si avvertirà più la necessità di affermarla.

Via dellebelledonne-VDB, Quadrimestrale di letteratura filosofia e arte, N.2, Novembre 2008

Chiedi informazioni Stampa la pagina