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Noi Donne, Speciale 8 marzo, 1983, Editoriale di Mariella Gramaglia

Editoriale di Mariella Gramaglia

Noi donne, marzo 1986 numero speciale otto marzo

Guerra fra donne a proposito di un presunto stupro. Una vera ghiottoneria giornalistica, visto che quando la femminista difende il possibile stupratore, ancorché in attesa di giudizio, si tratta del classico "uomo che morde il cane", l'avvenimento che non può non far notizia.

Ma sono andate davvero così le cose nell'ormai celebre consultorio di Pietralata? Intanto i fatti, almeno all'osso, per chi non li ha seguiti o non li ricorda. L'1l dicembre scorso una paziente, E.S., esce dalla visita ginecologica e confida piangendo al marito di essere stata violentata dal medico. Subito un animato rendiconto fra i due uomini e poi una denuncia, cui ne segue, circa un mese dopo, una seconda da parte di un' altra donna. Il sanitario viene incriminato e incarcerato. Immediatamente le donne del consultorio - e qui sta la particolarità del caso e, per alcuni, lo scandalo - si riuniscono in assemblea e testimoniano il loro stupore e, sì, occorre dirlo, la loro istintiva incredulità: del dottor Coletti così si chiama il ginecologo, di cui la stampa non ha tutelato l'anonimato - conoscono da tempo serietà professionale, impegno, passione. Non insultano, non discreditano la donna, non le danno della folle, né tampoco giustificano lo stupro contro cui si battono nel lavoro del consultorio e altrove, semplicemente esprimono un dubbio, chiedono attente verifiche testimoniali e, quanto all'accertamento della verità, contano sulla serietà dell'istruttoria e del processo.

Niente di più sensato, a me parrebbe. Eppure basta a far scandalo in chi sente la propria coscienza femminista più adamantina di quella delle tormentate amiche di Pietralata. Sarebbe stata una complicità atavica e regressiva con l'uomo a scattare, a dispetto di tanta dichiarata solidarietà con le donne. E ancora: il semplice sollevare una perplessità comporterebbe di per sé un'offesa a una donna, che per il solo fatto di sottoporsi alla via crucis del processo penale, non può che dire il vero.

Ma se così, meccanicamente, fosse, a che pro discutere, verificare, difendere quel complicato, ma prezioso, sistema di garanzie che è, nelle società occidentali, l'autonomia della magistratura? Se bastasse sostituire alle vecchie umiliazioni dei processi per stupro, che facevano della vittima un'imputata, un nuovo corpus ideologico di segno opposto, non varrebbe nemmeno la pena di pensare a una legge penale, che è per definizione un sistema di garanzie per la vittima e per l' imputato.

Ciò che forse ha diviso le donne in questa vicenda non è stato lo sguardo sull'altra donna rispettoso, grazie al cielo, da parte di tutte - ma quello sull'uomo. È sull'uomo, infatti, che sembrano divaricarsi due ipotesi. Per alcune lo stupro è un mezzo di controllo sociale sistematico e diffuso, una forma quotidiana di esercizio del potere, che solo a tratti viene alla

luce e può essere identificata e punita: insomma un tratto coessenziale alla sessualità maschile. Per altre è una forma di devianza e criminalità puntuale e definibile, che certo ha le sue radici nella sessualità maschile, può emergere anche nelle persone più insospettabili, ma non è ovvio che emerga. Sembra una distinzione filosofica e sottile, ma è più concreta di quanto non paia: nel primo caso non c'è spazio per il dubbio, per l'ascolto delle ragioni dell'altro, nel secondo sì.

È vero che nelle società contadine e tribali, o nelle bande giovanili che ricalcano lo schema tribale, lo stupro è una forma di controllo sociale. Ma non è questo il solo tratto distintivo della società moderna complessa. Anzi: è stata proprio l'emancipazione delle donne a confinare la violenza sessuale nell'angusto orizzonte del crimine, assumendo la sessualità come un valore e il rapporto fra uguali come un diritto.

Dunque chi questo crimine commette, paghi. Chi, innocente, viene incriminato, possa difendersi e discolparsi. Chi accusa goda di rispetto, e di attenzione, di non aprioristica svalutazione e abbia la possibilità di sottoporsi con animo sereno agli inevitabili riscontri testimoniali.

E tutto questo senza che nessuno emetta sentenze, né assolutorie né incriminatorie, prima del magistrato. Banale? Forse, ma ci sono anche banalità che aiutano a vivere, a disegnare qualche confine certo della pietà e dell'intelligenza delle cose.

Commento di Marta Ajò

Mariella Gramaglia, una delle donne più rappresentative del movimento femminista, ha svolto una lunga e diretta partecipazione nel movimento e nella politica. Divenuta amministratrice al Comune di Roma ha organizzando molteplici iniziative. Ha lasciato l'Italia per andare in India a svolgere lavoro di volontariato internazionale in difesa dei diritti delle donne indiane più sfruttate. Questo suo articolo, su un tema oggi così caldo, ne evidenzia in modo sottile la coerenza intellettuale.

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