• facebook

Home » Attualità » Interviste » Silvana Mazzocchi » Patrizia Pistagnesi, sceneggiatrice e scrittirce
Condividi su  Facebook Condividi su  Twitter Consiglia la pagina

Patrizia Pistagnesi, sceneggiatrice e scrittirce

Patrizia Pistagnesi lavora come critica cinematografica e sceneggiatrice (La stagione dei delitti 2004-2007, per Raidue). Ha pubblicato numerosi saggi: l'ultimo è Il cinema etico di Luigi Comencini (2007). L'amore crudele è il suo primo romanzo.


"L'amore crudele" è una storia con cui, Silvana Mazzocchi e Patrizia Pistagnesi, scrittrici entrambe, autrici del libro, fotografano uno degli aspetti più inquietanti della realtà contemporanea: la strage delle innocenti e la funesta complicità tra vittima e carnefice.
Patrizia Pistagnesi ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande ma, prima di entrare nel merito del romanzo, chiedo perché due autrici come loro, con quella ricchezza e sensibilità in più che deriva anche dall'aver vissuto ed incrociato gli anni del femminismo e dell'impegno nel movimento delle donne (che traspare dalla tessitura del racconto), abbiano voluto scrivere un romanzo piuttosto che un saggio sulla violenza contro le donne.
Forse perché in questo modo si può inviare trasversalmente un messaggio a tutti? Forse una sorta di scrittura "maieutica?

Silvana è una giornalista e io sono una sceneggiatrice. E' vero che continuo anche a scrivere saggi sul cinema, ma, in ogni modo, mi sono sempre occupata di rappresentazione. Ed entrambe ci siano trovate d'accordo sul fatto che la rappresentazione, appunto, soprattutto quella che oggi prende spunto dalla cronaca e dalla storia, riesca a penetrare più profondamente la realtà. Può sembrare un'eresia ma noi crediamo che questo genere che si va affermando, che ha questo brutto nome, docufiction, sia capace di rendere conto dei motivi profondi, culturali, psicologici, di emozioni e sentimenti che stanno alla base di eventi sociali e di fenomeni collettivi, come ormai, purtroppo, è anche la violenza di genere, il femminicidio di cui parlano le istituzioni europee. Inoltre, c'è il desiderio e la necessità di comunicare con il

maggior numero possibile di donne e uomini, di instaurare una sorta di autoanalisi collettiva, e il romanzo, un romanzo d'amore in questo caso, il racconto, come un film o una fiction televisiva, sono strumenti di comunicazione di massa, convenzioni collettive che, di per sé, sono estranee alla dimensione della nicchia, del discorso elitario.

Il tracciato di questo romanzo è, e forse non poteva che esserlo, tradizionale: un uomo, una donna, una famiglia, un amore.
E, vera protagonista, che sovrasta tutti gli altri personaggi : la violenza.
Il romanzo parte infatti proprio dall'incontro tra Marta e Carlo, due persone qualunque che s'incontrano e si avviano ad un futuro di coppia. Scatta l'innamoramento e la sua esaltazione, il matrimonio, i figli...
Ma quando questa storia pare aver trovato il suo equilibrio scatta la scintilla che cambia il suo percorso e con essa il destino di tutti.

Carlo, da amante appassionato, marito attento e protettivo, diventa un assassino; sembra di leggere però, fra le righe, che questa violenza non sia frutto solo di un comportamento patologico, come si spiega?

Lo sviluppo psicologico di Carlo, la sua personalità e la sua identità maschile, sono stato bloccati, negati, repressi. Al posto della sua verità potenziale, la società e la famiglia contemporanee gli offrono una maschera di ruolo, un'identità fittizia, un'immagine di sé basata sulle tre "s che oggi dominano la nostra cultura: soldi, successo, sesso. Come ogni identità posticcia, immaginaria, è fragile, inconsistente, destinata a sgretolarsi, ad andare in frantumi appena non venga confermata, appena messa in crisi, negata. A quel punto si tratta di vita o di morte anche per Carlo, l'aggressività e la violenza sono forme estreme di autodifesa. Il ruolo che Carlo è chiamato ad impersonare, nella cultura , nella società, nella relazione, è sottoposto a pressioni fortissime, a richieste e aspettative spietate. Se lui non corrisponde, non esiste, non c'è più. E' un ruolo che presuppone un assoluto controllo, un assoluto potere sulle emozioni che vengono così costantemente represse, denegate. A quel punto, sono destinati a prendere il sopravvento gli impulsi, le pulsioni, l'istinto. Ed ecco la violenza, crescente ed inarrestabile.

Marta, questa donna, appare una persona fragile; il suo amore per Carlo è alimentato dal desiderio di essere accudita, tanto da rinunciare ad una possibile affermazione professionale. È felice del suo ruolo di moglie e madre e, attraverso esso, avere realizzato ciò che più le era mancato nella famiglia di origine, è cosi?

Marta vive in un genere di conflitto che ha caratterizzato molte donne della nostra generazione e che oggi sembra risolto in senso regressivo-reazionario. Proprio la violenza di genere, fra l'altro, è il sintomo socioculturale della inadeguatezza e dell'irrealtà di una simile soluzione: i modelli arcaici - prostitute, cortigiane, "amazzoni' e "penelopi'- che sottendono quelli proposti dalla televisione, dalla politica, dalla pubblicistica, ecc., sono destinati ad implodere prima o poi, travolti dalla loro stessa incongruenza. Marta, dunque, da un lato è proiettata verso la realizzazione della sua vitalità e creatività, sospinta da intelligenza e fiducia, sogni, speranze. Dall'altro è immersa nel dolore. Il dolore dell'abbandono, quello paterno certo, ma prima ancora quello di un desiderio materno fissato sul partner maschile, assorbito dalle vicissitudini amorose e coniugali, incapace di veicolare un'identità femminile autonoma, completa. Il romanzo familiare di Marta è connotato dal dolore e dall'abbandono, dalla separazione, dalla distrazione di cure e affetti. Dal senso di colpa che s'instaura nell'infanzia con la fantasia onnipotente di essere causa ed effetto della relazione parentale. E' una ferita che determina le scelte di Marta, il tipo di uomo di cui s'innamora, il prezzo che è disposta a pagare per allontanare da sé ciò che più teme: lo scenario di un ennesimo abbandono. Molto spesso passività e omertà delle vittime di violenza familiare sono i sintomi di un preciso discorso nevrotico: tutto è meglio del riattivarsi della sofferenza infantile. Di quel dolore primordiale, selvaggio, che rischia di condizionare le nostre esistenze.

Non è dunque Marta a mettere in discussione il ménage quanto piuttosto la consapevolezza critica che la obbliga a vedere la violenza crescente esercitata contro di le dal marito in vari modi: psichica, economica e, alla fine, fisica.
Perché questa donna attende così tanto tempo prima di tentare una via di fuga? O cerchi di denunciare questa violenza? Marta non è una donna ignorante; perché diventa omertosa?

Penso che la risposta sia in parte contenuta nelle righe precedenti. C'è da aggiungere che la violenza, malgrado ciò che si può pensare, è spesso, almeno all'inizio, un sottile veleno somministrato con mitridatica abilità. Mi viene in mente una battuta del libro di Larsson, "Uomini che odiano le donne', ripresa nel film omonimo, pronunciata in quel caso in una situazione estrema come lo stupro efferato che subisce Lisbeth Salander, la protagonista, da parte del suo tutore: "Tu devi essere gentile con me'- le dice. Pensiamo a quante volte questa frase, in varie forme, declinata in mille modi, viene pronunciata dai padri, dai mariti, dai compagni, dai fratelli, dagli amici, invece in situazioni di normale contrasto, o semplicemente nella consuetudine quotidiana. E pensiamo a quale subdolo invito al compiacimento, alla sottomissione, a quale promessa di minaccia vi siano contenuti. Il sottotesto di questa frase, la sua ricaduta significante per chi la subisce, è: tu non devi contrastarmi, non devi opporti a me altrimenti... La violenza è già presente, ma è difficile riconoscerla, capire che la frase giusta sarebbe stata: mi piacerebbe che tu fossi più carina con me, o possiamo parlare senza aggredirci, o perché non smettiamo di darci addosso ecc. E' quello il momento di incominciare a dire no, come affermava un grande psicoanalista, prima che la mortifera alleanza fra i nostri e gli altrui fantasmi ci condanni al silenzio.

A proposito di omertà. La famiglia in questo romanzo svolge un ruolo non secondario ma non ci fa una grande figura. Neanche la sorella della vittima, che parrebbe volerle rendere giustizia, in fondo si limita ad un ruolo di osservatrice ed accetta verità dettata da altri. Forse è la protezione del proprio congiunto? O il buon nome e l'immagine sociale? O non piuttosto egoismi privati, a cui nessuno si sottrae quando viene messo in discussione il proprio equilibrio?

La famiglia, così come la conosciamo storicamente, è la "madre' di tutte le nevrosi. Non è un giudizio di valore, è una constatazione che, almeno da Freud in poi, non si può non assumere. Qualsiasi cambiamento non può che avere origine da questa consapevolezza. Attenzione, una consapevolezza faticosa e molto dolorosa. Da cui si cerca di fuggire ad ogni costo. Così come accade appunto nel nostro romanzo. Anche Luisa, la sorella di Marta, alla quale abbiamo affidato gran parte dell'indagine psicologica, tende a sottrarsi ad una presa di coscienza angosciosa. Anche lei partecipa di quello che qualcuno ha definito il tramonto del soggetto, anche la sua identità e il suo ruolo, all'inizio della vicenda, sono posticci, non sono il risultato dell'elaborazione di esperienze, emozioni e sofferenza, ma una sorta di involucro, un'apparenza che lei immagina la metta al riparo dal dolore, dal conflitto, permettendole un equilibrio precario, destinato a entrare in crisi nel momento in cui la morte della sorella, e tutto ciò che vi è correlato, la smaschera, la costringe al confronto con le proprie verità nascoste.

Neanche le figure che rappresentano le istituzioni ci fanno una grande figura. Nessuna spinta umana li muove o li smuove; solo dei "routiniers' che affrontano la violenza come un fatto comune e frequente. E' così?

Diciamo che c'è una modulazione di atteggiamenti, che va dall'indifferenza al coinvolgimento professionale, fino al volontariato militante. Ma è vero che i diversi personaggi "istituzionali', chiamiamoli così, dal magistrato Mirella Poletti alla psicoanalista Irene Cremonesi, persino l'avvocato Patrizia Rostagno, partecipano tutti di un diffuso pessimismo, che ha motivazioni e origini diverse, personali, per ognuno di loro, ed esiti altrettanto differenti. Prendiamo due estremi: c'è l'egoistico ripiegamento della Poletti, e la radicalità spietata dell'analisi dell'avvocato Rostagno, militante di "Donne e Giustizia. Un discorso a parte merita l'ispettore capo Duccio Trevisan: in questo caso ci è piaciuto lavorare su di un topos letterario che va da Durenmatt a Simenon, da Glauser a Vargas, in un parola sul disincanto, sullo straniamento solidale, ancora sul pessimismo dell'intelligenza che caratterizzano chi indaga nel noir moderno e contemporaneo. Il conflitto in questo caso è fra consapevolezza, etica della responsabilità, formazione ideale e ideologica, e senso di impotenza, inadeguatezza, tentazione misantropa. Fra la rinuncia e la ribellione.

Il romanzo tocca i suoi momenti di maggior coinvolgimento, a mio parere, quando da voce alla donna morente e all'uomo che sta per ucciderla.
Sono gli ultimi pensieri di entrambi che mettono in discussione il consumarsi di questa violenza: perché in fondo appaiono entrambi due brave persone; che non vorrebbero quel finale, che non avrebbero voluto avere certi comportamenti. Si pentono ma accettano quel finale come inevitabile .
La ricerca finale di libertà, di realizzazione, di nuovi equilibri per lei; il desiderio di possesso, il ruolo di capo "famiglia', il rispetto economico, il peso eccessivo delle responsabilità maritale, sono il risultato di una mentalità che esiste o non è piuttosto una rappresentazione esasperata?

E' fin troppo facile rispondere che, purtroppo, la realtà da cui abbiamo preso spunto, è assai più esasperata della nostra rappresentazione. E' quasi inutile ricordare i numeri e l'efferatezza del fenomeno. La riflessione, l'elaborazione letteraria, la scrittura, al contrario, decantano la violenza e l'estremismo delle situazioni, dei sentimenti, delle emozioni. Le "voci di Marta e Carlo, le loro riflessioni, il loro tormento interiore, ci sembra che parlino un linguaggio e raccontino di eventi, aneddoti, comuni a moltissime coppie. La scommessa era proprio analizzare, sviscerare, sezionare la normalità alla ricerca delle tracce, dei segni, delle possibili ragioni ultime di una fine da titolo di cronaca nera. Quella normalità si rivela allora come un dover essere, un sistema di simulacri, obsoleti, stantii, di cui tutti sono prigionieri e guardiani allo steso tempo. Per paura, per fragilità. Un insieme di valori, una mentalità, appunto, che avevamo immaginato sconfitti, dissolti, e che invece resistono, lavorano a livello profondo, individuale e collettivo. Ed è proprio il connubio catastrofico fra la contemporaneità amorale e i resti del moralismo del nostro passato prossimo che sembra generare gli odierni "mostri'.

Chiedi informazioni Stampa la pagina