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Elisabetta Belloni, della Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo (Dgcs) del ministero degli Esteri

Prima donna alla guida della Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo (Dgcs) del ministero degli Esteri, Elisabetta Belloni, ospita alla Farnesina la la Conferenza internazionale sulla violenza contro le donne, un'iniziativa della Presidenza italiana del G8 promossa dal dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri in collaborazione con il Mae.

La conferenza sulla violenza contro le donne è un'iniziativa della Presidenza italiana del G8. Qual è il valore e il significato di questa scelta all'interno della Cooperazione?

Certamente, quando il ministro Frattini e il ministro Carfagna hanno scelto di dedicare al tema della violenza contro le donne una riunione in ambito G8 hanno posto l'accento su un argomento non solo di estrema attualità, ma un tema sul quale da tempo la Cooperazione italiana allo sviluppo sta lavorando. Direi che, in genere, la promozione della donna e di tutte le attività volte a far sì che la donna possa assumere il ruolo che le compete nei contesi sociali in cui vive sono da tempo parte integrante delle politiche allo sviluppo della Dgcs. Oggi direi che vi è un rinnovato impegno della cooperazione italiana a far sì che queste tematiche siano sempre oggetto della massima attenzione. Quello che cambia, e cambia anche con il passaggio dei tempi al fine di essere sempre più preparati a dare le risposte giuste, sono le modalità per valorizzare il ruolo delle donne. Parlare di violenza contro la donna ha un significato molto ampio: si tratta non tanto di abusi fisici, quanto delle violenze che le donne subiscono quando si vedono negare i diritti fondamentali, i diritti all'istruzione, alla sanità, alla maternità, alla vita.

In ogni contesto esiste un importante patrimonio femminile di saperi e competenze. Che cosa pensa dei percorsi di empowerment delle donne?

Sul fronte materiale si tratta di far sì che la donna non veda violati i propri requisiti minimi di vita, ma il tema è molto più ampio e l'obiettivo è quello di garantire quelle condizioni di sviluppo nella piena dignità della persona, che sono proprio al centro delle attività di Cooperazione. Direi quindi che il tema della donna in generale è un tema che noi consideriamo in termine tecnico 'trasversale', che deve cioè toccare tutti i settori del nostro intervento.

In particolare, quale valore ricopre la dimensione di genere nei programmi della Dgcs?

Nelle linee programmatiche della Cooperazione abbiamo cercato di fare una ripartizione tra le tematiche geografiche e quelle settoriali. Non è un caso che il tema della promozione della donna e della salvaguardia dei suoi diritti fondamentali appaia tra quelli trasversali che devono costituire una componente di tutti i progetti allo sviluppo che la Cooperazione italiana intende promuovere e finanziare. Naturalmente la Cooperazione finanzia anche programmi indirizzati nello specifico alle donne e che puntano a migliorare la loro salute, istruzione, tutela dei diritti umani. Penso ai progetti di microcredito o a quelli di contrasto alle mutilazioni genitali femminili. Ma ciò che mi preme sottolineare è che ormai tutti i progetti di sviluppo (da quelli per l'agricoltura alla formazione, dall'istruzione alla salute) hanno una componente che permette l'inserimento della donna nella loro esecuzione. Per questo è difficile quantificare il numero di interventi dedicati alle donne, perché noi miriamo a far sì che siano, per esagerazione, la totalità.

Le stime più recenti della Fao parlano di un brusco aumento degli affamati nel mondo: quanto la povertà accresce il rischio di violenza sulle donne?

Putroppo è una constatazione di fatto che il degrado sociale, la povertà, la mancanza d'istruzione, i conflitti abbiano un impatto molto maggiore sulle categorie più vulnerabili, donne e bambini in testa. La povertà rischia di accrescere non solo la violenza contro le donne e soprattutto diminuisce le loro possibilità di crescita e giusta promozione nel contesto sociale d'appartenenza.

È realistica, secondo lei, l'ipotesi di una partnership globale per la promozione e la tutela dei diritti delle donne?

Credo che si debba avere l'onestà intellettuale di riconoscere che c'è ancora molta strada da fare, e non solo nei Paesi in via di sviluppo. Anche negli Stati industrializzati la donna subisce ancora violenze inaudite e troppo spesso non ha le stesse possibilità di crescita e di affermazione che hanno gli uomini. Quindi, a fronte della constatazione che è un percorso difficile e ancora da compiere, va riconosciuto che sempre più la comunità internazionale è sensibile ai problemi della donna; alcune società e alcuni Paesi lo sono più di altri, tuttavia si sta creando la consapevolezza che è necessario intervenire per promuovere i diritti delle donne. E una partner globale, benché sia ancora lontana dall'essere definita e realizzata a pieno, è realistica. A patto però che parta dalle donne. Molto spesso siamo infatti noi donne ad avere più slancio e più consapevolezza della necessità che per consentire l'affermazione di questi diritti fondamentali si debba intervenire a livello globale.

Iniziative come l'appuntamento alla Farnesina aiutano a raggiungere l'obiettivo dell'affermazione globale dei diritti delle donne?

Mi auguro che la decisione, molto intelligente e molto giusta, di dedicare una sessione del G8 alle donne e al tema della violenza contro le donne sia un piccolo, ma significativo contributo che l'Italia ha voluto dare proprio per avviare il cammino di una partership che sia più ampia possibile.

Alla due giorni partecipano anche donne dei Paesi in via di sviluppo, dall'Africa all'Afghanistan. Quanto è importante che queste riunioni d'alto livello siano aperte agli attori del sud del mondo?

Quando, in vista della preparazione di questa riunione, ho incontrato il ministro Carfagna, proprio il ministro ha voluto sottolinearmi il desiderio di far sì che l'incontro -che pur si svolge in un contesto G8- fosse una riunione il più possibile 'aperta'. Aperta alle donne che vivono in contesti sociali diversi dai nostri e in realtà dove il tema della loro affermazione è complesso. Ecco, questo desiderio di far sì che alla Farnesina ci siano tutte le voci di donne che vivono in realtà diverse dalla nostra diventa a sua volta un elemento qualificante dell'iniziativa.

Qual è il suo messaggio alle donne per l'occasione?

Come donna che ha cercato di porsi nel contesto di una società che, anche se non pienamente, riconosce il nostro ruolo mi sento di ricordare a tutte che anche nelle situazioni più difficili spesso le soluzioni dipendono da noi stesse: sono le donne a dover lottare prima ancora che la soluzione arrivi dall'esterno. È importante riconoscere che siamo noi donne a dover fare le nostre battaglie, e dobbiamo farle insieme ed essere unite per ottenere che ci vengano globalmente riconosciuti i diritti fondamentali.

In che modo sarà sancito il valore dell'appuntamento nella Capitale?

Presiederò io stessa la sessione che preprarerà il documento finale, ovviamente non vincolante, della conferenza. Sarà il ministro Carfagna a tirare le conlusioni, che saranno portate all'attenzione del G8 dei ministri degli Esteri in programma a New York, a margine dei lavori dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La conferenza sarà articolata in sessioni tematiche, e i panel -tutti altamente qualificati- sapranno far convergere nella sessione finale i contenuti principali della riunione. Le conclusioni, scritte sotto la responsabilità della presidenza italiana, cercheranno di accogliere le istanze di tutte le donne che parteciperanno all'incontro e porteranno un messaggio che dovrà essere semplice e chiaro, ma certamente concreto.

(Intervista di Gaia Vendettuoli)
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