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"L'ombra dell'altro. Intersoggetività e genere in psicoanalisi"

"L'ombra dell'altro. Intersoggetività e genere in psicoanalisi", di Jessica Benjamintrad. it di M.A Schepisi, Torino, Bollati Boringhieri, 2006
recensione di Mara Montanaro (laureata in Filosofia e Studi teorico-critici)

Nella visione di Jessica Benjamin, intersoggettività indica lo spazio in cui si intrecciano e si sovrappongono psicoanalisi e teoria femminista. L'essenza della psicoanalisi è definita come spazio di riconoscimento, spazio psichico interno che attraverso il dialogo riconosce l'altro.
Il titolo del libro riprende un'intuizione di Freud : "l'ombra dell'oggetto cadde sull'io", intuizione grazie alla quale, il padre della psicanalisi, scoprì il processo di identificazione. L'ombra gettata dall'altro nello spazio fra i due soggetti è proprio la metafora della intersoggettività.
L'introduzione si apre con una rievocazione di un convegno del 1979, in cui l'autrice ha avuto occasione di incontrare e intervistare Simone De Beauvoir la cui affermazione centrale ruota intorno alla coscienza dialettica dell'Altro.
Partendo da questa considerazione, Benjamin sottolinea come tutta la sua riflessione sia stata attraversata dalla coscienza indipendente dell'altro, dall'incontro che assume una configurazione dialettica tra due coscienze e dalle conseguente concezione intersoggettiva: "dove erano gli oggetti subentrano i soggetti".

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L'autrice si occupa di intersoggettività e genere affrontandone i temi cardine nei tre saggi che compongono il testo: il problema della differenza, la posizione del soggetto e la costruzione della conoscenza.
Cerca di stabilire la possibilità di un riconoscimento intersoggettivo, ponendo alla base del discorso terapeutico una norma filosofica: il processo di riconoscimento si verifica quando il soggetto e l'Altro concepiscono se stessi in quanto riflesso l'uno dell'altro, laddove tale riflesso non si risolve nell'annullamento dell'uno nell'Altro oppure attraverso una proiezione che annienta il loro distinguersi.
Nella rilettura della Benjamin della nozione hegeliana di Riconoscimento, esso rappresenta un ideale normativo, un'aspirazione che guida la pratica clinica in cui si realizza l'idea del doppio compito del riconoscimento: analista e paziente rivelano entrambi la propria soggettività e riconoscono la soggettività dell'altro. Nell'odierna psicoanalisi relazionale, afferma l'autrice, avviene un rovesciamento che, rispetto all'impostazione tradizionale, recupera la soggettività dell'analista come essere fallibile e la soggettività dell'analizzando come persona in grado di conoscere e parlare con autorevolezza.
Vi sono, nota l'autrice, due distinte tendenze o orientamenti per quanto concerne la nostra capacità di identificarci con gli altri per favorire o ostacolare il Riconoscimento, ovvero un orientamento intrapsichico classico e l'altro intersoggettivo. Nel primo, a suo giudizio, (Lacan, Fairbairn) si incorpora l'altro come oggetto psichico senza riconoscerne la differenza, nel secondo ( Klein ) vengono messi in luce gli aspetti strutturanti o funzionali dell'identificazione e dell'introiezione.
In tutti e tre i saggi,che compongono il testo, centrale è la struttura della complementarità, ovvero continuare a rovesciare le posizioni attraverso l'identificazione. Soggetto-oggetto, passivo-attivo, osservatore-partecipante sono le complementarità reversibili in base alle quali la relazione psicoanalitica si è strutturata, "la prospettiva intersoggettiva è il modo in cui creiamo la terza posizione per mantenere in tensione le polarità".

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Nel Primo Saggio, l'autrice affronta gli inizi del lavoro di Freud sull'Isteria, in cui viene dettagliatamente descritta la prima complementarità che ha strutturato l'impresa psicoanalitica, quella tra soggetto conoscente e oggetto di conoscenza, che presuppone la distanza dell'analista da un "altro" in posizione di inferiorità. Benjamin descrive come sia possibile uscire dalla complementarità soggetto-oggetto riconfigurando la relazione psicoanalitica in direzione della soggettività, riconoscendo la soggettività dell'analista e innalzando il paziente alla posizione di un soggetto che collabora e conosce.
La prospettiva di intersoggettività attraversa anche la discussione sul genere nel Secondo Saggio.
Punto di partenza resta la costruzione da parte di Freud della situazione edipica femminile che esclude dalla femminilità sia il desiderio di essere come la madre sia il desiderio di avere il padre. Autenticamente femminili sono solo la ferita narcisistica della castrazione e la sua compensazione, cioè il desiderio passivo verso il padre.
L'eredità della posizione di Freud rappresenta una scissione tra edipico e pre-edipico lungo la spartiacque del genere.
Dalla prospettiva del femminismo di matrice lacaniana questa tesi è stata difesa e sostenuta da Mitchell come spiegazione della differenza sessuale e del dominio sessuale, ma criticate da Chodorow che sottolinea invece il senso di continuità della bambina verso la madre e l'uso del padre per separarsene .
L'autrice sottolinea, poi, come sia sempre la sessualità femminile che pone il problema della differenza sessuale, sia in Freud che in Mitchell l'orientamento sessuale del bambino non ha bisogno di spiegazione ( il complesso edipico è un confronto cioè con l'imperativo eterosessuale: ribadire che essere e avere, l'identificazione e l'amore oggettuale, devono essere scissi ).
In Lacan, invece nota Benjamin la scissione tra identificazione e amore oggettuale è centrale per comprendere sia come il maschietto diventi un soggetto sia come la femminilità sia definita invece attraverso l'identificazione pre-edipica con la madre e non attraverso il fallo, lasciando in questo modo il femminile fuori dal simbolico perché per la separazione ( pre-condizione del desiderio maschile ) e per la simbolizzazione è necessario il fallo.

L'autrice mette in rilievo come partire dalla madre invece che dal fallo non equivale a difendere un ordine-materno pre-simbolico, Lacan, infatti, fa della femminilità il negativo del maschile, la definisce attraverso il ripudio edipico del materno da parte del bambino e della conseguente ricollocazione della diade madre-bambino nella figlia. La femminilità, asserisce Benjamin, viene ad essere la posizione dell'oggetto in relazione al soggetto, questa costruzione non è la forma che assume la differenza sessuale ma è una costruzione psichica della posizione maschile che ha impresso il suo significato sullo spartiacque tra i generi.
La costruzione edipica della mascolinità e della femminilità esemplifica la complementarità soggetto-oggetto e la distinzione tra identificazione e amore oggettuale può essere così labile come quella tra mascolinità e femminilità. Il persistere delle tendenze identificatorie accanto all'amore oggettuale crea un diverso tipo di complementarità, e un diverso atteggiamento verso le differenze considerate come termini oppositivi. Il Saggio si conclude con l'affermazione della necessità che questi elementi oppositivi ( passivo-attivo) coesistano in una tensione che può sostenere attività e passività. Ciò è cruciale per la costituzione di una soggettività che può amare un altro soggetto.
Nel terzo e ultimo Saggio l'autrice parte dalla constatazione che l'elaborazione da parte di Freud della teoria dell'identificazione fu una tappa importante per comprendere che quelli che sembrano i confini del Sé sono confini permeabili, l'Io non è veramente indipendente e autofondato ma è formato dagli oggetti che assimila e non può permettere che l'altro sia un'entità esterna e separata perché incorpora sempre l'altro oppure pretende che sia simile a Sé.
Ne conseguono, continua l'autrice, due distinte interpretazioni dell'idea di un Sé non identico, entrambe rivelano la dipendenza del Sé dall'altro.

La teoria intersoggettiva che l'autrice considera come possibilità di Reciproco Riconoscimento pone la questione di come il Sé può realmente arrivare a una relazione con un altro esterno senza assimilare o essere assimilato per identificazione. L'idea stessa del Riconoscimento per Benjamin contiene in sé l'aspetto dell'autoaffermazione di una soggettività separata che è appunto ciò che si tratta di riconoscere. Il momento della negazione di provenienza hegeliana è decisivo per l'accettazione della differenza e dell'alterità e la relazione intersoggettiva può e deve mantenere il momento negativo insieme con la possibilità del Riconoscimento. Tale negatività però rappresenta un evento occasionale e contingente, che accade durante il Riconoscimento, ma che non lo definisce.
La differenza fondamentale fra l'autrice e le teorie femministe di matrice francese è che Benjamin sottolinea la questione del riconoscimento dell'altro concreto, mentre il femminismo francese si focalizza soprattutto sulla decostruzione del soggetto scisso, disperso e decentrato.
Le due posizioni possono proficuamente interagire, punto di connessione resta il Riconoscere l'altro diverso e in questa direzione l'autrice cerca di risolvere il problema chiarendo che nella dialettica del riconoscimento è cruciale il momento della negazione, perché l'altro diverso è una minaccia per l'identità del Sé.
Punto di partenza è il radicale ripensamento da parte di Winnicott, di come il Sé può accettare l'alterità quando il tentativo di distruggere psicologicamente l'oggetto si risolve attraverso la sopravvivenza dell'altro. Questo può accadere nella misura in cui sia il Sé che l'altro portano il peso della soggettività.

In conclusione, Benjamin sostiene che si possa sostituire il dialogo della diade materna con il terzo termine che spezza appunto la diade, ma questo non è più la forma patriarcale bensì lo spazio intersoggettivo e la nozione di genere come categoria psicoanalitica trascendente, la cui verità resta centrale per il pensiero.
L'importanza del testo di Jessica Benjamin sta dunque nell'aver dato avvio alla più importante discussione su genere e sessualità attraverso la possibilità di un Riconoscimento intersoggettivo (norma filosofica) come base del discorso terapeutico. Esso implica che si percepisca l'Altro come separato, ma strutturato secondo modalità condivise, questo modello fornisce una norma sia per la teoria sociale sia per la pratica terapeutica.
Uno dei contributi peculiari della sua teoria consiste nel sottolineare che intersoggettività non equivale a relazione oggettuale, e che l'intersoggettività aggiunge alla relazione oggettuale il concetto dell'Altro, esterno ed eccedente la costruzione psichica dell'oggetto in termini di complementarietà. La relazione con l'oggetto non corrisponde alla relazione con l'Altro, ma quest'ultima offre la cornice per la comprensione della relazione oggettuale. Il soggetto non solo stabilisce con gli oggetti determinate relazioni psichiche, ma si forma da, e attraverso, tali relazioni.
Secondo Benjamin, gli esseri umani creano delle relazioni psichiche con l'Altro sulla base di una distruzione necessaria, ma non tutte queste relazioni debbono per forza essere distruttive, il Riconoscimento rappresenta dunque al contempo la norma verso cui inevitabilmente tendiamo, la norma che dovrebbe governare la pratica terapeutica, e la forma ideale che assume la comunicazione nel momento in cui diviene un processo trasformativo. In una prospettiva sulla relazionalità di derivazione hegeliana è possibile affermare che il Sé cerca e offre riconoscimento a un altro, il quale non fa che confermare come il processo del riconoscimento riveli che il Sé è già da sempre fuori di se stesso.

Indice

9 Introduzione

21 Dal corpo al linguaggio. Freud, il femminismo e le vicissitudini del transfert

59 "Costruzioni teoriche del contenuto indeterminato". Genere e soggettività oltre

le complementarità edipiche

109 L'ombra dell'altro soggetto. Intersoggettività e teoria femminista

143 Bibliografia

153 indice dei nomi

Jessica Benjamin lavora a New York come psicoanalista ed è professore di Psicoterapia e Psicoanalisi alla New York University. Tra i suoi lavori, sono stati tradotti in italiano Legami d'amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose e Soggetti d'amore. Genere, Identificazione, sviluppo emotivo.

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