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La questione afghana, a cura di Ammamaria Barbato Ricci, (www.i-am.it ) 2002

La questione afghana
Il dramma delle donne afghane
La morte sociale sancita dai Talebani

a cura di Annamaria Barbato Ricci


Prigioniere già del burqa, una veste nera che le copre completamente, e vittime di un'oppressione perpetrata in nome di una fede, le donne afghane, dal 1996 hanno perso la dignità di essere umani. Con l'avvento al potere dei talebani, gli integralisti islamici che proteggono Osama Bin Laden, il Paese è ripiombato in una condizione tribale che ricorda gli anni bui del medioevo. Le donne, private di tutti i diritti civili e di ogni forma di libertà, non possono più frequentare le scuole, né le università. Il maschio diventa l'unica loro fonte di sostentamento. Le vedove sono costrette a mendicare. Aumentano prostituzione e suicidi femminili. Molte donne ingeriscono soda caustica che corrode la gola e causa un'agonia di tre giorni. Alcune fingono di essere malate di cuore in modo da avere dosi letali di Digoxin per suicidarsi in maniera meno dolorosa. Altre ancora si gettano dai tetti degli edifici.
Secondo l'interpretazione che i talebani danno della legge islamica, alle donne non è concesso camminare per strada, se non accompagnate da un uomo, che sia il marito o un altro parente. Le donne, che un tempo rappresentavano il 70% degli insegnanti e il 40% del personale medico, ora non possono più lavorare. La casa diventa il luogo della loro prigionia. Private anche delle cure mediche, gli uomini hanno potere di vita e di morte sulle donne loro parenti, specialmente sulle loro mogli, ma, anche un gruppo di persone ha tutto il diritto di lapidare o picchiare una donna, spesso a morte, se osa far fuoriuscire dal burqa un centimetro di pelle.

Ripubblichiamo un'intervista a tre voci, oggi densa di funesti presagi, che raccolsi nello scorso febbraio, incontrando tre donne afghane, esuli in altri Paesi. Le loro denunce avrebbero dovuto metterci sull'avviso...

I giornali italiani sembrano essersi accorti solo in questi giorni della tragica vicenda dell'Afghanistan.
Per una sorta di cinico paradosso, ci sono situazioni che pur permanendo terribili, disumane, ciclicamente, a distanza persino di anni, ricompaiono sulle pagine dei quotidiani a richiamare l'attenzione di distratti e benestanti lettori sulla fame, i patimenti, la tortura, la morte che sono la regola in certe parti del mondo. Una regola di tutti i giorni. Ma i nostri pensieri si soffermano su questi fatti terribili giusto qualche minuto.

Quattro anni fa le donne di Kabul, velate ipso iure, discriminate, annullate, "segregate" - come disse Giovanni Paolo II - furono al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica italiana (e, più all'acqua di rose, mondiale) perché quel trapano umano che è Emma Bonino s'inventò la campagna europea "Un fiore per le donne di Kabul", di cui fu capofila in Italia la Commissione Nazionale per le Pari Opportunità.
La situazione non cambiò di molto, le Nazioni Unite cercarono di fare pressioni, si raccolsero firme, ci si indignò. E le donne di Kabul continuarono a rimanere segregate, discriminate, torturate, con le dita mozzate perché avevano osato smaltarsi le unghie.

Ora torna alla ribalta l'Afghanistan: guerra e carestia stanno falcidiando la sua gente.
Giulietto Chiesa sulla "Stampa" parla di bambini senza sorriso che muoiono come mosche nei campi profughi, vittime di un regime fondato sul terrore; fame e freddo condannano a morte un milione di persone: la fuga dalla guerra e dalla carestia si ferma nei campi profughi in territorio afghano o prosegue, per i più fortunati, al di là delle frontiere di Pakistan ed Iran. Una tragedia senza fine.
I-am.it ha incontrato alcune donne afghane. Sono profughe ma da tanti anni; ora sono inserite nelle società dei Paesi che le hanno accolte, come Germania e Stati Uniti.
A Roma sono venute insieme ad una trentina di uomini per un incontro con l'ex re Zaher Shah, anziano ed in esilio in Italia dal '73.
Il sovrano vuole trovare una soluzione di riappacificazione nazionale, non imperniata sul suo ritorno al potere, bensì sull'autodeterminazione popolare rispetto alla scelta della propria forma di governo.

Le nostre interlocutrici naturalmente non si sono recate negli ultimi tempi in Afghanistan; per loro sono sbarrate le frontiere. Ma hanno notizie di prima mano, perché fanno parte attiva di questo movimento di rinascita politica, presente all'estero.

La cancellazione civile assurta a sistema
Quale è la situazione in Afghanistan oggi?

A parlarne è Helena Malekyar, storica trentottenne, nata a Kabul, da cui fuggì 23 anni fa.

Per le donne di Kabul, per tutte le afghane è sempre peggio.
I Talebani e le loro regole misogine sono dilagati anche al Nord, laddove finora non erano potuti arrivare, conquistando di fatto il 95% del Paese.
Alle donne viene impedito l'accesso all'istruzione, con la scusa che, in situazione di guerra, non è possibile tenere aperte le scuole.
La popolazione femminile adulta scolarizzata, invece, non può lavorare per legge coranica. Qualche eccezione esiste, per lavori nell'ambito di progetti finanziati dalle Nazioni Unite, fra cui uno di carattere alimentare, per la formazione di donne 'panettiere', ma dà luogo ad un tira e molla fra Talebani ed ONU. Si riesce a tenerlo aperto poche settimane, poi il regime lo chiude perché contravviene al divieto di lavoro per le donne; in risposta, l'ONU minaccia di ritirare i finanziamenti per i progetti di soccorso alimentare ed allora i Talebani fanno macchina indietro, permettendo il riavvio del progetto; ma di nuovo dopo un po' ricomincia questa farsa della chiusura.
Una situazione snervante; ma è nulla in confronto alla grande fame che attanaglia l'Afghanistan, colpito dalla siccità estiva che ha falcidiato i raccolti di questo Paese prevalentemente agricolo.
Le donne cancellate dalla società in Afghanistan sono presumibilmente milioni. Il loro numero preciso non è possibile stimarlo, in quanto l'ultimo censimento risale a 25 anni fa; comunque sono la maggioranza della popolazione, perché molti uomini sono morti in guerra. E continuano a trascinarsi addosso la prigione di stoffa del burqa. Rappresenta il simbolo della loro cancellazione dalla società: è il segno esteriore del fatto che non possono lavorare e studiare, ma neanche uscire da casa se non accompagnate da un parente stretto o dal marito (e la situazione è ai limiti della follia per le tante vedove senza figli né parenti maschi); né, in caso si ammalino, possono essere visitate da un medico.
Potrebbero in teoria essere curate da una donna medico, ma, essendo impedito il lavoro femminile, restano di fatto senza assistenza sanitaria.
Viene da chiedersi: se davvero le donne sono 'inferiori', come mai quest'ossessione e quest'accanimento dei Talebani nell'escluderle dalla società?


La misoginia nata nelle scuole coraniche
Quando è cominciata a diventare difficile la vita per le donne?

La risposta viene da Shafiqa Ziai ed è una risposta autorevole. Fra il '68 ed il '72 fu una delle due donne ministro del Governo del regno di Zaher Shah, con delega all'Educazione; l'altra collega era alla Sanità. Shafiqa Ziai ha lasciato Kabul 14 anni fa.

Fra l'invasione sovietica e l'epoca dei Talebani c'è stata la parentesi dei Mujaddin e già allora la vita è cominciata a diventare difficile per le donne, perché costoro, per la maggior parte, erano fondamentalisti musulmani, influenzati da idee provenienti dal Pakistan, i quali non volevano la libertà femminile.
Con l'avvento dei Talebani, poi, la situazione è precipitata.
Erano afghani di ritorno, riparati in Pakistan per l'invasione sovietica e diventati fondamentalisti, dopo aver frequentato le scuole coraniche (madrasa) dove sono nate le loro idee restrittive.
Pur fuggita in Germania, ho continuato a lavorare per le mie connazionali cercando di sensibilizzare le autorità tedesche rispetto alla triste sorte delle donne afghane. Occorre che ciascuna di noi, negli Stati di accoglienza, si faccia portavoce di questa grande tragedia.

Seni mozzati per vendetta alle mogli dei ribelli
Come vengono punite le donne che si ribellano alle regole restrittive imposte dai Talebani?

Lo racconta Rona Mansouri, che ha fondato in Germania un'organizzazione umanitaria, con l'obiettivo di promuovere progetti di sviluppo per donne e ragazze afghane profughe a Pashwar, in Pakistan, frequentata da 350 alunne dai 5 ai 15 anni. Un altro progetto simile, all'interno del Paese, è stato bloccato dall'arrivo dei Talebani.

Le donne che contravvengono alle regole imposte dai Talebani vengono punite secondo pene molto severe, dalle frustate alla pena di morte.
E, nell'avanzata alla conquista del Nord, le mogli dei ribelli hanno subito una vendetta trasversale contro i loro mariti, perché i Talebani hanno tagliato loro i seni.
Sono storie che ci vengono raccontate a decine da chi riesce a varcare i confini. Colpisce una riflessione: l'azione terroristica di Osama Bin Laden e la reazione dell'Occidente agli attentati paradossalmente può rivelarsi per gli afghani una 'fortuna', perché riporta alla ribalta la triste situazione del Paese sotto il regime di Kabul.
I Paesi occidentali, però, non pensino di aver estirpato alla radice il problema del terrorismo islamico nell'eventualità che riescano ad uccidere Osama Bin Laden. Nelle montagne dell'Afghanistan si nascondono decine di suoi emuli, pronti a colpire.

L'unica speranza per il nostro Paese ndi trovare una soluzione alla situazione è nel movimento pacifico che sta stringendosi intorno a Zaher Shah.

La proposta è una via politica afghana detta "Loya gerga", consistente in una grande assemblea nazionale, composta da uomini e donne in cui, per la prima volta, il popolo afghano possa determinare la propria sorte.
In questo periodo i Talebani stanno negoziando questa soluzione. La sua vittoria è fondamentale per le donne, sia perché la loro sorte è legata ai cambiamenti istituzionali all'interno del Paese, sia perché Zaher Shah crede fermamente nella partecipazione femminile nella vita politica, sociale e culturale del Paese; anzi lui stesso vuole che partecipino a questo movimento pacifico. E da trent'anni a questa parte, è la prima volta che le donne ricoprono un ruolo decisionale.

( dal sito www.i-am.it ) 2002

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