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Il marito non si lava e impone rapporti alla moglie: è stupro, 3 agosto 2011

Il marito non si lava e impone rapporti alla moglie: è stupro
La mancata adesione alla richiesta di curare l'igiene personale è un motivo di dissenso da non sottovalutare


Orientamento: nuovo Consulta massima e sentenza relative all'articolo
È violenza sessuale quella perpetrata dal marito maleodorante che impone alla moglie i rapporti sessuali senza rispettare la richiesta della donna di darsi una bella lavata. E i giudici di merito non devono sottovalutare un simile motivo di dissenso. La procura della Cassazione ne è tanto convinta, infatti, da aver chiesto e ottenuto il nuovo rinvio a giudizio per un pastore siciliano abituato a fare sesso con la moglie appena rientrato dal pascolo. Dall'accusa di stupro, l'uomo cinquantunenne, era stato prosciolto dalla Corte di appello di Catania nel 2008 in quanto "pur essendo la moglie contraria ai rapporti sessuali, perché l'uomo era solito consumarli al rientro dalla propria attività di pastore, senza praticare alcuna igiene e pulizia del proprio corpo, finiva poi per accettare volontariamente i rapporti". Il pastore immobilizzava le mani della donna e soddisfaceva le sue voglie "senza aderire affatto alle richieste del coniuge di effettuare la necessaria igiene corporale". Per la Cassazione questi si chiamano rapporti "imposti coattivamente". "La peculiarità dei motivi del dissenso - hanno rilevato i supremi giudici dissentendo dai colleghi siciliani - non eliminava il dissenso medesimo, per cui i rapporti sessuali, laddove imposti con la forza dall'uomo, erano e restavano violenti". Pertanto i giudici catanesi dovranno rivedere il loro verdetto senza fare sconti perché la contrarietà alla "comunione materiale", anche se motivata solo dalla ritrosia al sapone, equivale comunque a un bel "no".
In primo grado il pastore era stato condannato a nove anni di reclusione, nel 2007, dal tribunale di Caltagirone che aveva considerato stupro il ménage domestico protrattosi dal febbraio 1992 all'agosto del 2006. Ma poi la Corte di appello aveva ridotto la condanna a Mario C. ad appena due anni, ritenendolo colpevole solo di maltrattamenti e violenza privata, facendo sparire la violenza sessuale. Il caso è arrivato in Cassazione su ricorso della Procura della Corte di appello di Catania.


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