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Whitney Houston: quando il successo diventa veleno

È morta a 48 anni Whitney Houston, la cantante pop di fama mondiale che nella sua carriera sfolgorante ha venduto milioni di dischi. Questa morte annunciata ha lasciato colpiti tutti noi che per anni abbiamo assistito al suo successo, il successo di una ragazza avvenente e di grande talento, ma nella quale ci si poteva un po' identificare: una bellezza semplice e non esibita con vanto ce l'ha mostrata simpatica e accattivante. E poi il lento declino dove l'uso di droghe ha aperto il baratro del non ritorno. Una grande tristezza pervade i cuori quando si assiste a questo genere di tracollo: la fragilità non si cura col successo, anzi la fama e gli onori rendono ancora più deboli e soli. Per sopportare una grande ed improvvisa fama è necessaria preparazione interiore, è fondamentale essere forti e non cedevoli alle lusinghe: non si può essere bisognosi d'amore.
"Il più grande demonio sono io. Posso essere il mio miglior amico o il mio nemico peggiore" affermò la cantante in un'intervista del 2002. Una dichiarazione sconcertante, quel demonio era senz'altro nutrito ed acuito dalla droga, ma certamente rappresentava una profonda lacerazione dell'anima di chi si ama e si odia allo stesso tempo colpevolizzando se stessa di tutto il male che si auto infligge. Una dichiarazione di aiuto forse non sufficientemente presa in considerazione: si sa che siamo noi i primi a "guarire" se lo vogliamo veramente, ma in casi così gravi è impossibile far tutto da soli. L'esperienza di Whitney Huston ci lascia un insegnamento per ricordare di non lamentarci quando fatichiamo molto a raggiungere un obiettivo: la cura preventiva è proprio il gran faticare, esso ci fortifica e il lento procedere del nostro personale successo conquistato a piccoli passi fa sì che non si perda mai il senso della realtà. E quel che più conta è basarci sulle nostre forze senza il bisogno inevitabile dell'altro, sia esso una sostanza o una persona.

Maria Giovanna Farina

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