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L'Europa è per le donne? Parliamone, di Maria Grazia Campari

Intervento di Maria Grazia Campari al convegno "Dialoghi sul lavoro. Pensieri e pratiche politiche di donne negli ultimi quarant'anni" tenutosi lo scorso 16 marzo nella sala conferenze del Parlamento europeo in Milano.

Questo nostro dialogo, incentrato sul pensiero e sulle pratiche politiche di donne sul lavoro, si svolge nell'ambito di una iniziativa europea che reca questo titolo in termini affermativi: "L'Europa è per le donne", mi sembra, però, sembra più appropriato renderlo in termini problematici.

Infatti, la crisi indotta dal capitalismo finanziario in tutti i paesi dell'Unione europea viene affrontata con il metodo detto dell'austerità che aggrava le tendenze recessive dell'economia pesando, come al solito, più fortemente sulle spalle delle donne, colpite sia in quanto lavoratrici addette al settore pubblico sottoposto a severi tagli di spesa, sia in quanto utenti "privilegiate" di servizi sociali ormai ridotti al lumicino per i tagli ai trasferimenti finanziari verso gli enti locali.
Questi fenomeni determinano una difficoltà aggiuntiva a entrare e/o restare nel mercato del lavoro, anche per un sovraccarico di compiti famigliari di cura.
La situazione infelice è certo un esito della c.d. mondializzazione, ma forse un diverso atteggiamento in ambito europeo potrebbe dare corso a qualche soluzione possibile, da praticarsi nell'Unione e poi diffondere.

La mia proposta poggia su due gambe ed è intesa a far progredire l'Europa delle/dei cittadine/i in opposizione all'Europa della tecnocrazia e delle banche.

Voglio brevemente motivarla richiamando la mia esperienza personale che si è svolta per decenni nell'ambito del diritto del lavoro.
Per constatazione diretta posso ben dire che anche (o specialmente) in questo campo il diritto di avere diritti, cioè la ragionevole aspettativa di non essere destinatari di trattamenti ingiusti non è mai stata una acquisizione femminile certa, in particolare non nel nostro paese.

Le donne della mia generazione hanno vissuto negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso una stagione di riforme democratiche costituzionalmente orientate in vari campi, segnatamente in quello del diritto del lavoro.
Una stagione breve per una democrazia fragile e percorsa da contraddizioni.

In particolare, alle donne, nello spazio pubblico, è mancato il potere di fare; ha tenuto tutto il campo il potere contrapposto di conservare gli assetti tradizionali.
Noi che abbiamo operato fin da allora politicamente e professionalmente abbiamo, secondo me, oggi, la responsabilità di una riflessione critica su una narrazione il più possibile aderente al vero. A partire da questa constatazione: la libertà che la nostra generazione ha lasciato in eredità alle giovani donne era fin dall'origine segnata da limiti significativi che -secondo la mia analisi, sostenuta da una storia fatta di casi concreti- originano nella divisione sessuale (o sessista) del lavoro, sorretta da un approccio familistico ancora d'impronta patriarcale.

La mia esperienza mi dice che la situazione attuale, giustamente deprecata da giovani e meno giovani (soprattutto donne) appartenenti ai ceti svantaggiati, affonda le radici nelle ristrutturazioni iniziate negli anni Ottanta e Novanta del Novecento. Alcuni casi mostrano un nesso di continuità.

Per esempio, recentemente ha fatto scalpore il caso della ditta MAVIB di Inzago (motori elettrici per impianti di condizionamento, settore metalmeccanico) che su trenta dipendenti, prima ha sospeso in Cassa Integrazione e poi licenziato solo le donne in numero di diciotto, offrendo la giustificazione di voler propiziare il loro impegno nella cura dei figli anche in considerazione del fatto che il loro sarebbe solo il secondo stipendio che entra in famiglia.
Ci sono stati momenti di lotta delle operaie, pochissimo sostenuta dai dipendenti di sesso maschile, che sono stati risparmiati, almeno per il momento, dalla decimazione.

I precedenti non mancano nelle ristrutturazioni delle grandi imprese, nel secolo scorso, alcuni sono stati ricordati nel nostro libro "L'emancipazione malata" edito dalla Libera Università delle donne. Un caso, al Sud, è stato quello della Indesit di Teverola (Caserta) che era forse la più grande fabbrica privata nel Mezzogiorno, ove ai dipendenti messi in cassa integrazione e in mobilità a causa della crisi aziendale fu offerto uno sbocco verso l'azienda aereonautica Mareco, soluzione però riservata ai soli uomini, con esclusione di tutte le donne. Un gruppo di lavoratrici, riuscì a organizzarsi e a imporre con la lotta la propria assunzione, ma dovette superare le resistenze anche di un vasto settore sindacale.

Infatti, sebbene alla Indesit l'occupazione fosse prevalentemente femminile la struttura sindacale, dalla base al livello provinciale e oltre, era maschile e l'occultamento delle donne si manifestava nella qualità dell'intervento e negli obiettivi dell'azione. Il successo di quella lotta fu precario, non conobbe diffusione, rimase incistato nella realtà locale.

Ricordo un caso analogo verificatosi al Nord, quello della Imperial Electronics, fabbrica milanese di televisori, ove la maggior parte delle operaie furono prima inserite nei reparti più obsoleti e dequalificate, poi messe in mobilità e licenziate.
Situazione non contrastata dalle organizzazioni sindacali sostenitrici della nota teoria del c.d. secondo stipendio che colpiva tutte le donne, capo famiglia e single comprese.
Furono loro, quindi, le prime licenziate quando l'azienda passò dalla mano pubblica a quella privata poiché i lavoratori (uomini) più qualificati erano chiamati a coprire tutte le mansioni dalle più semplici alle più qualificate.

La divisione sessuale del lavoro sottraeva così alle donne salario, professionalità, posto di lavoro e, in prospettiva, una pensione sufficiente.
Anche la vittoria giudiziaria nella causa intentata da molte contro il trattamento discriminatorio non valse a ottenere la reintegrazione (malgrado l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, allora pacificamente vigente) perché agli ostacoli frapposti dall'imprenditore il sindacato (maschile) prestò il suo tacito assenso e le più riottose furono persino incolpate di provocare una frattura fra lavoratori.

Questi e altri casi mostrano una qualità analoga che vede, all'interno della classe, una competizione al ribasso fra lavoratrici e lavoratori, un sostegno incondizionato alla priorità delle ragioni dei lavoratori secondo un senso comune che ripete la logica di un approccio patriarcale favorevole alla divisione sessuale del lavoro.
Si percepisce il sentimento maschile della propria superiorità di produttori che relega il sesso femminile in funzioni prioritariamente riproduttive e di cura, inferiorizzandolo nella sfera pubblica e segnatamente nel mondo del lavoro.
Questo mi pare il misfatto della divisione sessuale del lavoro: utilizzare le donne come elemento secondario, lavoratrici ultraflessibili, riserva di mano d'opera precaria, ciò che frattura il concetto stesso di classe lavoratrice pregiudicando la capacità di autorappresentarsi nella sua interezza.

L'esito è forse favorito dalla frantumazione personale e sociale imputabile al lavoro gratuito di cura introiettato da molte donne come dovere ineliminabile o come desiderio irresistibile, probabilmente anche un adeguamento alle aspettative sociali.
La via di uscita dall'impasse mi pare quella di agevolare in ogni modo la possibilità di prendere in mano il proprio destino dando voce e rappresentanza democratica a bisogni e desideri radicati nel corpo/mente di soggetti diversamente sessuati, attraverso misure che valorizzino, non deprimano le potenzialità di ognuno, senza forzarli nel letto di Procuste del soggetto unico maschile.

Autorappresentarsi per me significa dare vita a un'analisi e una pratica politica che riesca a intrecciare in modo efficace e reciprocamente valorizzante il conflitto di classe e quello di sesso poiché, riconosciuto il conflitto di sesso, il conflitto di classe va ripensato e ristrutturato per meglio attrezzarsi.
La prima indicazione mi pare quella di contrattare direttamente, presentarsi e avere voce propria nella sfera pubblica, costruire collettivamente l'agente contrattuale femminile.

Una proposta di legge in tal senso, formulata dall'associazione femminista Osservatorio sul Lavoro delle Donne aveva il chiaro scopo di porre un limite alla esclusività maschile nella rappresentanza, poiché prevedeva esplicitamente la elezione di rappresentanze sindacali di lavoratrici e lavoratori attraverso la presentazione di liste elettorali a doppia composizione (femminile e maschile), con una presenza di sesso negli organismi elettivi proporzionata alla percentuale di presenze nella base elettorale.
Prevedeva inoltre la possibilità di elaborazione di piattaforme contrattuali da parte dei/delle interessati/e e la verifica attraverso referendum aziendali di ogni ipotesi di accordo e contratto collettivo.

La proposta di legge, discussa con altre in Commissione della Camera fu poi accantonata ( come tutte) e non ne seguì alcuna regolamentazione, come ben noto.
Un'occasione mancata di porre un freno alla precarietà attraverso la partecipazione, poichè già prima della legislazione che ha favorito la c. d. flessicurezza, cioè la precarietà del lavoro, già nella vigenza di leggi che garantivano i diritti primari, si sono ripetutamente verificate situazioni di vero precariato per la mano d'opera femminile.

Un'occasione mancata anche per una pratica di democrazia, che inizia con l'eliminazione della illibertà materiale ed emotiva delle donne allorchè vengono ghetizzate nel privato, che ridefinisce così anche la sfera pubblica, eliminando ingiustificati monopoli maschili.

Oggi il momento di allargare la rappresentanza sembra giunto con la proposta di legge sulla rappresentanza sindacale della FIOM, le parole di Landini alla manifestazione del 9 marzo scorso, che trovano sostegno nel sindacalismo di base e in settori della CGIL possono favorire il rilancio di questo tema, da ristrutturare secondo il disegno prodotto dal pensiero e dalla pratica politica delle donne che si propongono di modificare radicalmente lo stato di cose presenti e, per farlo, hanno preso a interrogare lo snodo fra conflitto di classe e conflitto di sesso, dandogli visibilità e dignità politica, in modo che interagiscano positivamente.
Questa è la prima proposta cui accennavo all'inizio.

La seconda si colloca sul versante dell'integrazione dei cittadini europei, in contrapposizione alla prassi attuale che privilegia esclusivamente l'integrazione delle politiche economico-finanziarie, nel disegno di creare una sfera pubblica europea.

Si tratta di rilanciare l'iniziativa di alcune femministe francesi rivolta a ottenere da Commissione e Parlamento europei un regolamento obbligatorio per tutti gli Stati membri che imponga l'estensione in ognuno di essi del corpus normativo più favorevole alle donne, in ogni campo sociale e politico, primi i diritti del lavoro.
Non sembri inutile perché, a tacer d'altro, l'OCSE evidenzia che dal 1996 al 2008 l'indice di protezione del lavoro in Italia ha subito una flessione considerevole: dal 3,57% al 1,89%. Ad esempio, conformarci alla Germania, nell'intero spettro dei diritti sociali e del lavoro ci sarebbe, oggi, assai favorevole.

Inoltre si potrebbe rafforzare la richiesta di introduzione anche in Italia di un reddito di base universale e incondizionato (concetto di recente in qualche misura accolto persino dalla BCE), nell'ottica di garantire eguaglianza e dignità alle persone, specialmente alle donne, prime a rischio di progressivo impoverimento causato dalla crisi perdurante.
Provvidenza che trova aggancio normativo nell'art. 38 della nostra Costituzione e nell'art. 34 della Carta dei Diritti dell'Unione europea e che potrebbe conseguirsi attivando il diritto di petizione dei cittadini, previsto dal Trattato di Lisbona che diventa concretamente operante, in base al regolamento, dal mese di aprile 2012.

* Il convegno è stato organizzato per iniziativa dell'Archivio delle donne in Piemonte, in relazione con Almaterra, Casa delle donne di Torino, Fondazione Badaracco, Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne di Milano, Laboratorio Sguardi sui Generis, Libera Università delle donne


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