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Gabriela Jacomella, intervistata da Cinzia Ficco

Una tipa tosta di Cinzia Ficco
GABRIELA JACOMELLA: VOLEVO GUARDARE OLTRE IL MURO"

Dols
in collaborazione con voglioviverecosi.com

Una tipa tosta. E' indubbio, anche se lei, scherzando, si definisce incosciente. Dopo nove anni ha lasciato il Corriere della Sera. Un lavoro ben pagato e molto stimolante. Perché? Solo per curiosità.
Parliamo di Gabriela Jacomella, nata a Chiavenna, in provincia di Sondrio nel '77.
Ha iniziato a lavorare nel quotidiano di via Solferino nel luglio 2002 con uno stage post laurea. Sono stata assunta a tempo indeterminato nell'autunno 2004 - spiega - quasi al termine del praticantato, che ho concluso. Quando mi sono dimessa ero redattore alle Cronache Italiane (gli Interni''). Mi sono occupata di molte cose, scuola, università ed educazione e di ciò che mi sta più a cuore: i diritti umani e il sociale. Nelle ultime cinque estati coprivo la sede di corrispondenza di Berlino, quando il collega era in ferie''.

Come sono stati gli inizi della carriera?
Ho iniziato con uno stage post laurea non pagato, appena dopo aver terminato gli studi alla Normale di Pisa, che aveva fatto da tramite per gli stage. Dal momento che avevo pochissima esperienza giornalistica - nell'ultimo anno di studi avevo collaborato con il manifesto e il Tirreno, senza mai entrare in una redazione - mi è stato proposto di fare tre mesi di stage a spese mie. Al termine della seconda tranche, ho iniziato a collaborare dall'esterno, sia con il Corriere che con altre testate, per mantenermi a Milano. L'estate successiva, il primo contratto a termine. Credo, dunque, di essere stata molto fortunata, sia per i tempi relativamente brevi, che per il fatto di aver trovato persone molto attente e determinate a mantenere la parola data. In sintesi, non sono stata tenuta in ballo'' per anni con promesse di contratti inesistenti.

Quando e perché ha deciso di smettere?
Il processo di decisione è stato lungo e travagliato, come è facile intuire. Probabilmente, il primo pensiero in quel senso risale a qualche anno fa, ma la decisione vera e propria è arrivata nel corso dell'inverno, dopo l'esperienza di una fellowship di ricerca a Oxford, che mi ha fatto uscire dal guscio'' protettivo del Corriere, con un'aspettativa non pagata e che mi ha fatto pensare esistessero altri mondi, interessanti da esplorare.

Fare il giornalista è faticoso. E' così?
Non faticoso: totalizzante. Il mestiere del giornalista è così, probabilmente io non ne avevo la vocazione. un po' come fare il medico: non si può decidere di farlo a metà. In Italia, perlomeno, il giornalismo è così. All'estero è diverso: orari meno drastici, possibilità di turni e part time, ma nel nostro Paese, lavorare in un quotidiano diventa la tua vita, che tu lo voglia o no.

Qualcuno potrebbe malignare e dire: "Forse ci è arrivata troppo presto e con l'aiuto di qualcuno, e quindi non riesce ad assaporare il piacere di avercela fatta da sola e dopo anni''.
Il tempo è troppo prezioso per sprecarlo nello smontare malignità. Scherzi a parte: madre insegnante di scuola media, padre impiegato, scuole - dalle elementari alle superiori - in un paesino di 8mila abitanti. Mi sono pagata l'università con borse di studio e lavoretti vari. Quello che ho ottenuto me lo sono guadagnato tutto. Certo che di aiuti ce ne sono stati: senza il mio caporedattore, che buttava via mezz'ora del suo tempo per correggermi i primi, illeggibili articoli, non sarei qui. Credo sia molto triste pensare che in Italia, ormai, arrivare da qualche parte sia per forza considerato non un merito proprio, ma l'esito di una spinta che arriva da chissà chi e chissà dove.

Dunque, il suo non è il caso di un' "ingrata!
All'estero, chi decide di cambiare per rimettersi in gioco e imparare qualcosa di nuovo, non è visto come ingrato, ma come persona curiosa. Ricominciare, reinventarsi, sperimentare è un diritto. La crisi attuale, certo, può spaventare. ma non deve diventare un macigno attaccato alla caviglia, che ci impedisce di continuare a camminare, ad esplorare. Guadagnarsi un posto di lavoro non implica, credo, diventarne schiavi devoti fino alla nostra morte o pensione, se mai arriveremo a vederla. E alla fine, vorrei non ci si dimenticasse che nel caso specifico, quella che rischia sono io: non sto coinvolgendo nessuno in questa follia'', e se mai me ne dovessi pentire, la pagherò tutta sulla mia pelle, con o senza crisi.

Cosa le piaceva di più del suo lavoro?
Incontrare persone diverse, avere il privilegio di entrare, sia pure solo per qualche istante, nella loro vita. E viaggiare, quando possibile. Ma questo, spero, continuerò a farlo.

Quale l'intervista che ricorderà per sempre?
Quella che, per rispetto, non ho fatto: ai bambini di spiaggia di Santo Domingo, con cui ho passato un pomeriggio durante un reportage relativo al turismo sessuale sui minori. Non li ho intervistati, ho semplicemente giocato con loro. La violenza delle domande di un estraneo sarebbe stata solo un supplemento a quella già vissuta nel loro quotidiano. Ma ho ancora con me un loro disegno, e non credo riuscirò mai a dimenticare i loro racconti frammentari e l'ombra di spavento che spegneva i loro sorrisi.

Altri brutti ricordi?

La selva di telecamere davanti al tribunale del caso Fritzl, in Austria, sguinzagliate a caccia di un'apparizione della figlia, segregata e violentata per ventiquattro anni, in un bunker costruito dal padre sotto casa, insieme ai sette figli nati da questo rapporto incestuoso. E' stato lì che ho capito che non sarei mai stata una brava giornalista di nera''. Se mi fossi imbattuta per sbaglio in Elisabeth, in fuga da una porta laterale del tribunale, mi sarei - per rispetto - voltata dall'altra parte. Ma non credo che i miei capi ne sarebbero stati soddisfatti.

L'intervista più imbarazzante?
Tutte quelle in cui l'intervistato/a, forte di una posizione di potere, ha provato a esigere una rilettura preventiva del pezzo.

Com'era il rapporto con i colleghi e il suo caposervizio?
Con i colleghi e i capi diretti'', in alcuni casi buono e in altri meno, come è logico e ovvio che sia in ogni posto di lavoro. Oltretutto, ho un carattere testardo, e a volte è toccato a loro fare le spese delle mie sfuriate etico-ideologiche. Ma alcuni tra i miei amici più cari sono al Corriere della Sera, e sono amicizie che andranno oltre la lontananza e i cammini diversi intrapresi. Con il direttore, il rapporto è sempre stato cordiale. Ma in un giornale grande come il Corsera, non bisogna immaginare che si tratti di un rapporto quotidiano, se non in rarissimi casi. Quando abbiamo parlato della mia decisione di andarmene, comunque, Ferruccio de Bortoli ha dimostrato di aver compreso fino in fondo le mie motivazioni: quella chiacchierata semplice, diretta e informale con lui, ha rappresentato uno dei momenti che, paradossalmente, mi hanno più rafforzato nella mia scelta.

Il suo era un lavoro di desk?
In buona parte, negli ultimi tempi, sì. Il giornale è diventato sempre più complesso in quest'ultimo periodo. E ha bisogno dell'apporto di molte persone in sede.

Com'è lavorare solo su una scrivania?
A volte stimolante, molto più spesso noioso e ripetitivo. Gestire le pagine del giornale, passando i pezzi, scegliendo fotografie, assemblando il materiale per l'infografica, è un lavoro che dovrebbe occupare soltanto una parte della routine giornalistica. Purtroppo, soprattutto negli anni recenti, la percentuale sul tutto di questo tipo di incombenze è cresciuta a dismisura.

Com'è lavorare all'estero?
E' la parte più bella, anche se faticosa, del lavoro: quando sei fuori per servizio, attacchi alle 7 del mattino, se va bene, e finisci la sera alle 23.30. Anche mangiare diventa un problema, a volte. Ti tieni su con l'adrenalina.

L'aspetto più insopportabile?
Gli orari. Il Corsera chiude ogni giorno tra le undici e mezza e mezzanotte. E la mia redazione, la più grande del giornale, era tra le ultime a chiudere le sue pagine. Nei rarissimi casi in cui riuscivamo ad andare a casa prima delle undici, eravamo talmente spiazzati da non sapere neanche bene cosa farcene, di quella mezz'ora libera. Per nove anni, gli unici momenti per vedere gli amici, andare al cinema, fare quello che fa la gente normale'', era il giorno di corta'', ma non riuscivo più a vivere, programmando una settimana prima l'unica serata in cui avrei potuto sentirmi una qualsiasi ragazza che abita a Milano e che esce a spasso, alla scoperta della metropoli.

Cosa crede di aver perso in tanti anni, lavorando al Corsera?
Un pezzo importante della mia vita privata, che ora spero, per quanto possibile, di recuperare.

Oggi chi è per lei un giornalista?
Nella maggior parte dei casi, la realtà è molto diversa dal sogno: il giornalista oggi vive inchiodato al computer, alle agenzie, al telefono della sua scrivania. La frenesia del mondo dell'informazione lascia pochissimo spazio per l'approfondimento. Stiamo diventando dei tuttologi, velocissimi nel far correre le dita sulla tastiera, ma con pochissimo tempo - generalizzo, è ovvio- per fermarci, riflettere, valutare. Una deriva pericolosa, non solo per i giornalisti, ma per un giornalismo che funzioni davvero come strumento democratico.

E quanta libertà ha un giornalista in un quotidiano come il Corsera?
Sicuramente meno di quanto ne avesse ieri, spero non più di quanto ne avrà domani. L'online, con gli strumenti dei blog e dei forum, potrebbe rappresentare uno spazio aggiuntivo importante.

Cosa l' ha spinta a lasciare?
La curiosità, fondamentalmente: per carattere, ho sempre bisogno di scoprire cosa c'è oltre il muro''. Una certa irrequietezza di fondo, se vuole. E la consapevolezza di non aver ancora esaurito i percorsi che la vita mi mette davanti.

E ora cosa fa, come vive?
Ora è un po' presto per dirlo, è passato solo un mese. Faccio molte cose. In realtà, ho giornate pienissime. Ho ripreso a scrivere per piacere, e non per rispettare scadenze, ho avviato alcune collaborazioni non giornalistiche, vado a correre, vedo gli amici. Cose banali, in fondo. non ho niente di più entusiasmante da raccontare, temo.

Cosa ha guadagnato, cambiando vita?
La mia vita, spero.

Cosa ha perso?
l momento, la rete di salvataggio'' che non ti fa chiedere neanche una volta starò prendendo la decisione giusta?'', semplicemente perché altri la prendono per te, ma credo sia una perdita superabile.

Cosa si prova a dover rompere il sogno di una vita?
Si va, semplicemente, all'inseguimento del prossimo sogno.
Per cambiare vita, uno deve avere qualche soldo in tasca. Giusto? Insomma, per liberarsi pure di un sogno bisogna essere ricchi. E allora, non è per tutti inseguire e ritrovare la libertà!
Non ho mai sostenuto che fosse facile. Ci ho messo nove anni per mettere da parte quel minimo che mi servirà per non andare in panico all'idea di non trovare un lavoro per qualche mese. Ma ho anche ben chiaro il fatto che per me si trattava della finestra temporale perfetta: non ho figli, né mutui, né legami che mi tengano a Milano o mi costringano a investimenti economici di un certo tipo. Posso tranquillamente fare downshifting, trasferendomi in un luogo dove la vita costi quello che vale, e non i prezzi astronomici che ormai ha raggiunto in questa città. Con calma, lo farò. Non è per tutti, certo, ma sarebbe accessibile a più persone di quanto non si creda, o si voglia credere. Tutto sta nel decidere - e non è facile, lo ripeto, a me sono serviti anni - quanto della nostra vita e dei nostri sogni siamo disposti a mettere in standby, e per quanto tempo.

Quali sono i suoi progetti?
Diciamo che sono troppi, troppo variegati e in estrema sintesi troppo personali per condividerli.

Come trascorre la giornata? Non si annoia? Non si sente inutile?
Mi sveglio molto prima di un tempo, perché non arrivo più a casa a mezzanotte con l'adrenalina della chiusura ancora appiccicata alla pelle. Decido di che cosa occuparmi, mi concedo una passeggiata nel quartiere, passo le ore attaccata al computer a scrivere o a fare ricerche, faccio giri in bicicletta, riordino la libreria che è lì incasinata e ingestibile da anni, vado a trovare mia madre in montagna, mi iscrivo alle gite del Cai, lavoro fino alle due di notte, chiacchiero con gli amici. Non c'è una giornata tipo, gli orari sono tutti da definire, di certo non mi annoio, al limite vado in sovraccarico da emozioni e idee, e non mi sono sentita inutile - per chi, per cosa, in nome di che, poi? - neanche per cinque secondi. Sono, semplicemente, serena, felice, a volte lievemente stordita dalle nuove sensazioni, comunque pienamente convinta della validità - per me, per la persona che sono e che voglio diventare - della mia scelta.

Consigli a chi voglia seguire la sua strada? Cosa scriverà a chi invece le dirà che ha chiuso la porta ad una professione brillante, e ben remunerata?
Nessun consiglio. Non è una strada, questa, è una scelta personale. Capisco la curiosità e l'interesse che può suscitare, ma sono decisioni a cui ciascuno arriva, se ci arriva, in modo differente, con diverse ragioni, prospettive spesso distantissime tra loro. Posso solo dire che all'estero, quando ne ho parlato con i miei amici e contatti, nessuno mi ha dato della pazza. Si può fare, è un diritto farlo e poterne parlare con serenità, senza sentirsi accusare di sputare nel piatto in cui si mangia o di essere dei visionari. Sull'ultimo punto: se bastasse la patina esterna di brillantezza e qualche soldo in più nella busta paga per inchiodarsi a una scrivania, saremmo un mondo estremamente triste. Mi rendo conto, ripeto, di avere dalla mia i risparmi di questi nove anni. Tutti sudati e guadagnati, centesimo per centesimo. Ora ho deciso che voglio vivere con meno centesimi in tasca, ma più tempo per alzare lo sguardo dalla scrivania e guardare il mondo che mi circonda. Non ho mai sostenuto che la mia scelta fosse migliore di altre, che io abbia la verità in tasca: è necessario, oggi più di prima, che ci siano giornalisti con la vocazione'', con il desiderio di dedicare la propria vita al mestiere. Ma è necessario prendere atto dei propri limiti.

Lei?
Io, il mio limite l'ho scoperto, ed è quello che mi ha portato a fare il salto'': voglio vivere senza il rimpianto di non aver mai sbirciato al di là del muro.




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