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Poco lavoro e pochi figli. Discriminazioni di genere, generazionali e geografiche: le Tre G. Una ricerca analizza la condizione economica delle donne in Italia, di Alida Castelli


Con l'obiettivo di analizzare secondo un'ottica di genere gli studi e le analisi sulla condizione economica delle donne del nostro Paese si è tenuta a Roma, lo scorso 4 ottobre - organizzata dalla Casa Internazionale delle Donne con il patrocinio del Dipartimento pari Opportunità della Presidenza del Consiglio - una giornata di studio articolata in due momenti.
Dopo la presentazione dei primi dati raccolti ed elaborati dal gruppo di lavoro si è svolta un'interessante tavola rotonda e nel pomeriggio un workshop di studio volti ad approfondirne i risultati e ad individuare una piattaforma di proposte (Il rapporto finale contente anche i risultati della giornata di studio saranno pubblicati nel mese di novembre e resi pubblici anche attraverso il sito
www.noidonne.org). Esercizio, sempre più necessario, proprio in un momento in cui la crisi, i tagli intervenuti, nei servizi e non solo, richiederebbero sempre di più una maggiore giustizia sociale nella distribuzione delle scarse risorse.
Lo spunto alla riflessione è emerso, oltre che dall'osservazione della realtà che ci circonda anche dalla "Relazione sugli aspetti della povertà femminile" a cura della Commissione per i diritti e l'uguaglianza di genere al Parlamento Europeo che ci ha ricordato come la povertà delle donne sia una realtà consolidata nel tempo e che solo recentemente si è cominciato ad analizzare.
Nella relazione si afferma che a livello globale le donne sono più povere degli uomini e che è opportuno intervenire per lo sviluppo di uno dei cinque obiettivi misurabili della Commissione proposti per la strategia UE 2020: la lotta alla povertà, appunto.
Per intervenire sono necessari tuttavia dati affidabili che permettano anche l'individuazione, l'adozione ed il monitoraggio di indicatori specifici di genere.
Le aree indagate sono state quelle del mercato del lavoro per capire dove sono e cosa fanno le donne, i livelli di istruzione e formazione, la conciliazione tra famiglia e politiche di welfare, e la situazione del gruppo di donne che viene considerato più fragile economicamente, le separate, le divorziate, le madri monogenitrici e le donne sole.
Nel 2012 permangono tutte le discriminazioni strutturali che condizionano la vita delle donne nel nostro Paese. Vi è una forte discriminazione di genere nell'accesso e nella permanenza al lavoro, più grave nella distribuzione geografica: nel sud solo una donna su tre è occupata. E se i livelli di disoccupazione delle donne rispetto agli uomini possono sembrare non drammatici, basta analizzare il livello degli inoccupati, di tutte quelle persone cioè che sono così scoraggiate o che non hanno nemmeno la possibilità di cercare un lavoro (anche per i carichi familiari) per vedere che il dato diventa drammatico: oltre la metà delle donne in Italia è in questa situazione.
Anche l'arrivo di un figlio è un motivo di uscita dal mercato del lavoro: l'occupazione infatti cala drasticamente con l'aumentare del numero dei figli.

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Le donne italiane sono, tra l'altro, le meno prolifiche d'Europa, creando il paradosso messo tante volte in risalto da studiose e addetti ai lavori, che è quello per cui le donne italiane sono quelle che lavorano in basse percentuali fuori casa, ma fanno anche pochi bambini. Viene sfatata con questa osservazione, una volta per tutte, la convinzione che il lavoro femminile per il mercato sia quello che tiene lontane le donne dalla maternità.
La recente indagine sulla povertà in Italia redatta dall'Istat ci offre un ulteriore spunto di riflessione importante, anche se va detto subito che tutto il corposo e complesso rapporto non ci offre purtroppo nessun dato disaggregato tra donne uomini, e quindi procederemo per successivi approfondimenti per capire la condizione di donne e uomini.
Se il reddito medio di una famiglia composta da due persone è inferiore a 1.011 euro al mese, secondo l'ISTAT e secondo i centri di ricerca europei, questa famiglia viene considerata sotto la soglia di povertà relativa.
E nel nostro Paese ormai oltre 11 famiglie su 100 sono in questa condizione e 5 su 100 lo sono ancora di più: si parla per loro infatti di povertà assoluta.
Se due persone vivono, con fatica, con poco più di 1.000 euro al mese (i poveri relativi) che dire di chi vive con meno, cioè di quelle e quelli che vivono con la metà?
Su 100 persone, quelle che vivono con più o meno di 500 euro al mese, il gruppo più numeroso a livello europeo e nazionale sono i single, il 25%, e tra questi sappiamo bene che la stragrande maggioranza è composta da donne, senza lavoro o con lavori precari, che si trasformano con il tempo in pensioni da fame. Infatti il gruppo altrettanto povero in coppia è solo il 9,4%. Le donne sono il 16,1%: il doppio degli uomini. Ma su tutti avanza il gruppo degli over 65 anni che rappresenta quasi il 40% dei poveri in assoluto.
Nel 2010 le donne pensionate erano il 56,5% del totale dei pensionati e gli uomini quindi erano il 43,5%. Ma le donne per quasi il 55% percepiscono una pensione fino a 1.000 euro, contro il 35% degli uomini, nelle pensioni superiori il rapporto si inverte il 24% gode di una pensione di oltre 2.000 euro contro il 10% circa di donne.
Questo primo sguardo sulla realtà ci dice che questa situazione, (qui sommariamente delineata) non è frutto di una crisi congiunturale ma la "naturale" conseguenza di una vita lavorativa o casalinga che non sembra destinata a trasformarsi rapidamente per le giovani generazioni.

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Lavorare in maniera saltuaria, dentro e fuori il mercato soprattutto per esercitare il lavoro di cura per figli ed anziani, accettare lavori meno pagati degli uomini (gender pay gap), ricorrere volontariamente o meno al part time non può che prefigurare, stante gli attuali sistemi pensionistici, non solo una vita lavorativa poco soddisfacente economicamente, ma l'accesso a redditi di pensione conseguenti. La variabile geografica incide sicuramente in modo negativo, essendo noto che la condizione delle donne nel sud è strutturalmente difficile, stante i livelli di occupazione, la carenza di servizi che aiutano le donne nel lavoro di cura, ma anche osservando la presenza e la collocazione delle donne straniere in Italia.
Dall'analisi proposta appaiono subito evidenti alcune riflessioni che non possiamo più, a mio avviso, rimandare. Il problema della sempre maggiore povertà ed emarginazione economica di tante donne nel nostro Paese è una realtà, un'emergenza e nel lungo periodo il dato non sembra essere soggetto a grandi mutamenti positivi.
Non si tratta solo di crescita o di creazione di nuovi posti di lavoro, si tratta anche di proporre un modello di sviluppo che si proponga di intervenire su alcuni nodi strutturali quali la dotazione di servizi e il sistema di welfare, che non può essere visto solo come costo ma come modello virtuoso.
Cambiare il nostro modello sembra economicamente ormai inevitabile, visti i risultati attuali, il nuovo governo riuscirà a farlo? Dipende da quale governo, e quale governo dipende anche da noi.

10 Dicembre 2012

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