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"Io sono femminile, non femminista!" , di Sabina Sestu


Scuotono la testa con decisione non appena sentono il termine femminismo. Si stringono forte al proprio compagno mentre dichiarano di essere femminili, non femministe, come a volerlo rassicurare. Se interrogate sul significato del termine affermano che: "Non sono superiore al mio uomo, ognuno ha il proprio ruolo e io sono una donna".

A dirlo sono in tante, tantissime, forse milioni di donne. Sono laureate, casalinghe, giovanissime e meno giovani, occupate, disoccupate o inoccupate, ma anche donne in carriera e di successo. Più che il titolo di studio, l'età o il tipo di lavoro svolto, la differenza lo fa l'ambiente sociale che frequentano, ancora molto maschilista e misogino e che loro, in un modo o nell'altro, avallano. Le donne che si dichiarano non-femministe non fanno parte dell'elite delle intellettuali, delle "femministe" , di quelle poche che hanno avuto la fortuna di formarsi in un ambiente altamente stimolante e sicuramente più paritario. Sono donne che non conoscono Simone de Beauvoir, che hanno a malapena sentito parlare del movimento delle suffragette e che sentono lontano e ostile qualsiasi movimento femminista. Forse perché troppo teorico e slegato dalla loro realtà quotidiana, troppo intellettuale. Sono quelle che pensano che l'8 marzo sia la giornata in cui possono dare sfogo alle loro pulsioni.

Non sono interessate alle "quote rosa", né alla politica tout court, votano gli uomini e non si fidano delle donne in politica, ritenendo che solo gli uomini siano capaci di amministrare un Paese. Tengono nascosti gelosamente i segreti di famiglia, anche quando questi si traducono in violenza contro di loro, perché pensano di meritarselo, perché sono convinte che così và il mondo o perché si vergognano e nessuno deve sapere. Non si scandalizzano, né si indignano, quando sentono parlare di violenza sulle donne, quando si parla di femminicidio, perché non è affar loro o perché pensano che a loro non accadrà mai, o perché accade loro ma non ne sono consapevoli. Perché "quelle lì" sicuramente hanno fatto qualcosa di male, non sono state alle regole del gioco, sono state imprudenti e impudiche. Seguono con avidità e curiosità morbosa i fatti di cronaca nera che vedono coinvolte altre donne, uccise, seviziate, stuprate o molestate, ma stanno lontane dalle piazze e non protestano, convinte di non aver nessun potere di cambiare le cose forse perché talmente sfiduciate e passive da non porsi nemmeno il problema o, il che è anche peggio, perché lo ritengono naturale.

Sono però interessate alle notizie di gossip. Comprano i rotocalchi di moda, di pettegolezzi e le guide tv. Guardano la televisione e seguono con ardore e passione i reality show, totalmente soggiogate dal mondo dello spettacolo. Non danno peso alle parole, non si interrogano sul male profondo che queste provocano in loro, in tutte le donne: "Battiato non ha detto nulla di che - ha affermato una donna laureata e in carriera - le parole troia e prostituta ormai sono entrate nel lessico comune, hanno perso la loro valenza dispregiativa. Lui intendeva solo colpire la classe politica e in fondo ha ragione". Già perché anche la prostituzione in fondo è una scelta di vita, "esiste da sempre e sempre esisterà - mi ha detto stamattina una commerciante mentre commentava la "professione" di una cliente - Hai visto quanto è bella? Batte durante il giorno (in una strada famigerata di Cagliari proprio perché luogo di ritrovo di prostitute e clienti, ndr), bella com'è potrebbe benissimo portare i clienti a casa sua, o ancora meglio fare la prostituta d'alto borgo e guadagnare un sacco di soldi", come se quella professione non fosse degradante e come se lei non avesse ormai altra scelta.

"Io non sono femminista" diventa quindi un grido di battaglia al contrario, uno slogan negativo che si ritorce contro le stesse donne, ma che non entra nelle aule parlamentari né in quelle universitarie per essere studiato, analizzato, capito e modificato in qualcosa di positivo. È probabile che le elite intellettuali femministe non abbiano ancora capito che le rivoluzioni, per avere pieno successo, devono in primo luogo partire dal basso, devono coinvolgere tutte le donne, di tutte le età e di ogni classe sociale. Fintanto che la parola femminismo non verrà intesa nel suo significato più vero, come lotta per la parità dei diritti e delle opportunità tra i due generi, fintanto che la maggior parte delle donne rimarrà o verrà tenuta ai margini del movimento, una percentuale altissima di loro continuerà a remare contro qualsiasi rivendicazione di equità e di giustizia, se non con le azioni con il pensiero e il comportamento, e in questo modo non finirà la spirale di violenza contro le donne, sia psicologica che fisica.

Giulia giornaliste

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