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Ma i movimenti danno ancora risposte alle Donne?, di Vanna Palumbo

Cosa si aspettano le donne dai movimenti che parlano in loro nome, agiscono in loro nome....


Cosa si aspettano le donne dai movimenti che parlano in loro nome, agiscono in loro nome, e che al cospetto delle istituzioni assumono la loro rappresentanza?
Questo elementare, non retorico interrogativo - fine ultimo dell'impegno generoso di migliaia e migliaia di donne che di frequente assommano alla dedizione alla causa, il doppio lavoro intra ed extradomestico - fatica a trovare la compiutezza di una risposta.
Rimanendo, com'è, soffocato dai rutilanti proclami di ricerca di condivisione, di sorellanza, di buone pratica della relazione, che, nel lessico quasi gergale, caratterizzano i grandi meetings delle donne 'organizzate'.
Non è stato diverso per l'Assemblea nazionale di Senonoraquando lo scorso fine settimana a Roma e per l'ultimo raduno delle femministe storiche di Paestum. Nelle pieghe dei formulari dei logos di genere, ma sistematicamente riproposta ogni tot interventi dalla concitata discussione, quella domanda che sollecita di interpretare i bisogni delle donne, di tradurli in proposte, di sostenerli con l'impegno di azioni riconoscibili dalle donne stesse, rimane spesso inevasa.
Eppure, la trasformazione invocata ha parole precise e può vivere anche nella strana politica dell'oggi, nel modello maschile della discussione pubblica. Non è ancora interdetta! Ma rimane li, sullo sfondo, come potenzialità non sfruttata, vittima dei contorsionismi della ricerca di una leadership riconosciuta e dei bizantinismi di formule organizzative nei quali i caotici dibattiti, carichi di pathos ed emotività, si consumano. In un andirivieni di acquisizioni e ripensamenti che negano gli 'stati di avanzamento' che ogni appuntamento, malgrado tutto, finisce comunque per segnare.
Capita infatti che, seppur poco incline a votare, l'Assemblea di Snoq non ha potuto sottrarsi alle sue forche caudine e, cifre alla lavagna, ha sanzionato a maggioranza un leggero assetto di 'direzione' affidata al Coordinamento dei Comitati territoriali e tematici pariteticamente rappresentati.
Le prossime settimane e mesi si incaricheranno di rendere la conquista democratica del gracile impianto di rappresentanza un 'fermo immagine' non cancellabile. Snoq discute da troppo tempo soltanto di se stesso. E l'impasse sembrerebbe oggi definitivamente superata dal ricorso alla conta, il cui esito, certificato dalla distanza non banale fra i numeri dei sì e quelli dei no, nessun negazionismo serio dovrebbe più negare. Il Coordinamento, già emerso come realtà nuova, corporea, radicata del movimento, si avvia ad essere l'unica sede legittimata ad operare a nome di Snoq (senza aggettivi). E, per questa via, a tornare alla domanda iniziale. Ed alle risposte che, a ben cercare, Snoq ha tentato di depurare fra i tanti temi, seri e soppesati nella loro impellenza, sollevati nella ridda confusa delle voci dalla tribuna.
Ed allora ecco imporsi il Lavoro delle donne, quello che c'è e quello che manca. Quello precario, sottopagato, senza diritti. Quello non riconosciuto della cura di anziani, disabili, bambini che consente il lavoro di papà e mamme multitasking. O emergere prepotentemente il tema unificante della Costituzione. La Carta fondamentale nata nel '48, ancora faro di modernità e riattualizzata dalla riclassificazione dei valori fondanti una comunità che la gravosa contingenza globale impone nella percezione comune. A partire dall'uguaglianza! E da quei commi cari alle donne, ma elusi o caduti da tempo nell'oblio di una società ripiegata che arretra perdendo ogni giorno pezzi di democrazia e di civiltà, anche nella relazione fra i sessi. E dove il virilismo pubblico degli ultimi lustri si è imposto in misura inversamente proporzionale alla libertà ed alla dignità delle donne. Col suo corredo di frustrazione rimossa che, per dirla con lo storico Sandro Bellassai, riemerge nella violenza, nel machismo e nella misoginia della vita quotidiana, dal linguaggio, alla retorica dell'iconografia pubblica.
Primo fra tutti la parità sostanziale fra donne e uomini, sono troppi i diritti rimasti mere ispirazioni ideali di una visione ancora attuale. Ma ancora solo visione! Anche il diritto alla salute segna allarme rosso. Può servire allora ispirarci ai mitici e controversi anni '70, evitando l'apologia delle magnifiche sorti e progressive, e progettare una nuova stagione dei diritti su un modello di convivenza più umano di quello che ha originato la peggiore crisi del dopoguerra? Rinnovare il volto del Paese modellandolo su nuovi assi di civiltà fu allora possibile anche per la buona connessione fra cultura diffusa e la politica che se ne sostanziò. Componendo un mosaico invincibile di forze politiche, sociali, sindacali ed associative (erano di sinistra anche i radicali e l'Udi, una potenza) ed anteponendo a supposte primazie l'obiettivo di tradurre la visione in responsabilità puntuali verso la nuda vita delle persone. Le donne da sole non possono oggi arrivare a tanto. A complicare l'impresa la presa d'atto che, per dirla con Hannah Arendt 'una generazione dopo l'altra manifesta apertamente disprezzo per le idee ed ammirazione per la bestialità concreta'. Ma possono provare, se unite, a dar vita ad un nuovo inizio alzando lo sguardo verso l'orizzonte del mondo, e adottando quel metro di misura che fa risaltare la nostra anomalia al cospetto di Dio e delle democrazie europee. Non è abbastanza per Snoq?

Articolo pubblicato su L'Unità del 31 ottobre 2013

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