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25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Predisponiamoci al dialogo per cambiare la cultura: la violenza sulle donne è brutalità all’origine della vita stessa.

La necessità di creare una giornata per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'orrendo crimine della violenza, non quella subdola, ma il femminicidio, il massacro del femminile, nasce dal bisogno di mettere un potente obiettivo sull'emergenza nella speranza di sensibilizzare chi troppo spesso e con troppa facilità impugna un'arma contro la sua compagna. Ci troviamo innanzi ad un vero e proprio sterminio di donne inermi, non si tratta del triste resoconto di una guerra dove si combatte contro un nemico e dove restano sul campo membri di entrambi gli schieramenti. No, in questo caso sono solo le donne a cadere sul terreno senza che vi sia una guerra.

Si ripete più volte da più parti che è la cultura a dover cambiare, ma quale sarebbe questa cultura del cambiamento? Come si fa a trasmettere il messaggio chiaro e senza equivoci che non si usa la forza, la violenza, per esprimere un concetto? Il pensiero sarebbe "Tu sei mia e perciò non puoi decidere di lasciarmi". Un'idea inaccettabile da discutere con le parole. Se si potesse instaurare un dialogo con chi è propenso a commettere il femminicidio, sarebbe già un buon punto di partenza? Non sembra facile, purtroppo la cultura maschilista, radicata nella profondità dell'essere della società, diventa un problema endemico: tanto caratteristico della formazione intellettuale, a partire dall'infanzia, che non permette di scorgere con facilità i germi malevoli annidati nell'educazione somministrata ai bambini.

Le donne sono vittime dalla notte dei tempi, pensiamo alla filosofa Ipazia uccisa barbaramente nel 415 e a Giovanna D'Arco 1431, tanto per citarne due celebri. E noi nel 2013 siamo ancora qui a dover cercare una soluzione. Direi di iniziare a riflettere a partire da certi fatti di cronaca come le baby squillo di Roma che si prostituivano ai Parioli. Sappiamo quanto la prostituzione sia il mestiere più antico del mondo, ma è una professione se una donna adulta sceglie di intraprenderla, non è un mezzo per le minorenni con cui comprarsi vestiti alla moda, droga e altri oggetti pericolosi. Magari per soddisfare gli adulti.
Al di là del fatto contingente, dobbiamo pensare a quanto alcune ragazze siano completamente digiune di una cultura sul femminile, sui diritti della donna, sulla parità tra i sessi. Non sanno cosi significhi davvero l'amore, la passione che si prova per la prima volta quando ci si innamora: pensano la vita come una rincorsa all'acquisto di oggetti, oggetti utili a riempire un vuoto, una voragine di solitudine affettiva e sentimentale. Sarebbe più utile alla crescita soffrire per amore, arrabbiarsi per un tradimento, litigare col compagno o perdersi nella passione fino a non capire più nulla.

Oggi i ragazzi spesso fanno molto meno sesso dei loro genitori, non provano una passione per cui lottare, preferiscono stordirsi di sostanze piuttosto che di vita. In tutto questo noi adulti abbiamo una colpa e la possibilità di rimediare: ma dobbiamo sbrigarci. Prostituirsi in giovane età significa lasciarsi violentare, significa permettere al maschilismo di agire indisturbato, ma queste giovani non lo sanno, sono inconsapevoli di ciò a cui si sottomettono. Insegnare loro a riconoscere questa violenza come grave torto alla donna sarebbe un passo importante per dirigerle verso quella cultura del cambiamento tanto auspicata.
Naturalmente lo stesso insegnamento andrebbe impartito ai maschi che le usano. La lotta contro il femminicidio è un cammino lungo fatto di piccoli passi quotidiani a partire dal nostro piccolo e quotidiano gruppo di appartenenza.

da fanpage
Maria Giovanna Farina

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