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La parità e la violenza

Si parla di violenza sulle donne, sui bambini, sugli animali...su tutti gli esseri viventi considerati deboli. Ma chi li considera deboli? E perché sono ritenuti deboli? È importante specificare che questa debolezza è solo fisica in rapporto alle donne, mentre è anche mentale se parliamo di animali e di bambini.

Una fragilità mentale che è data dall'inesperienza e dalla immaturità per i cuccioli d'uomo, mentre per ciò che riguarda gli animali è soprattutto una questione di evoluzione corticale. La corteccia cerebrale umana è, come sappiamo, più evoluta e di questa superiorità l'uomo ne sa fare un'arma; gli animali anche se più potenti e feroci sono raggirabili con facilità. Con un'astuzia insensibile diventano cavie per esperimenti, carne da allevamento intensivo, vittime di sadico divertimento. Non possiamo prescindere dal connaturato istinto aggressivo e violento dell'essere umano quando affrontiamo l'argomento violenza.

Il compianto psicologo e psicoterapeuta Franco Fornari nel suo libro Psicoanalisi della guerra, edito da Feltrinelli nel 1970, ci racconta di come il maschio della specie umana abbia da sempre scaricato durante le guerre il suo istinto aggressivo ed ora, in tempo di pace, non abbia più questa valvola di sfogo. La guerra ha la funzione di spostare il conflitto interiore fuori di sé, sul nemico, bonificando l'area amica, quella familiare, di gruppo o sociale. Da quando nasce la bomba, soprattutto l'atomica, non è più possibile attuare lo spostamento perché muoiono amici e nemici. Di conseguenza è necessario imparare a gestire il conflitto in un altro modo. Certamente non sto trovando una giustificazione alla violenza domestica, ma è pur vero che se la violenza viene incanalata nel mestiere delle armi trova uno spazio di annullamento: dopo essere stato in battaglia difficilmente l'uomo ha ancora il desiderio/bisogno di conflitto, di corpo a corpo, di spargimento di sangue. La guerra non è però il rimedio alla violenza sui più deboli, non è la panacea per curare il maschio violento.

La cura dovrebbe essere una nuova cultura somministrata, fin dalla dalla più tenera età, goccia a goccia:gutta cavat lapidem, la goccia scava la pietra. La nuova cultura può lasciare un segno indelebile nella mente in crescita di un bambino, la cura può fornirgli la possibilità di incanalare l'aggressività in attività ludico-sportive. Combattività che non deve degenerare in violenza contro l'avversario ma trasformarsi in forza, spinta, volontà di ottenere eccellenti risultati...ed è qui che può e deve intervenire l'educazione e la cultura. Pensando ad un gioco di squadra come la pallavolo, comprendiamo immediatamente come le regole da rispettare siano il primo e più importante insegnamento per crescere in armonia con se stessi e con gli altri.

La cultura in cui si cresce, per meglio dire il modello culturale che viene offerto allo spazio di crescita di un determinato gruppo umano, influenza l'educazione famigliare e scolastica creando spesso una vera e propria controproposta. Esiste anche il fattore "moda" nei comportamenti umani, una tendenza a seguire un modello senza condividerlo. Il bambino trova dinnanzi e intorno a sé spinte contrarie all'educazione ricevuta che tendono ad inficiare gli sforzi della famiglia e della scuola.
Come uscire da un simile ambito di contrastanti messaggi? Con la prima e più importante nozione: essere consapevoli della natura aggressiva dell'essere umano, questa è la cosa fondamentale da insegnare ad un bambino.

La consapevolezza è il punto di partenza per comprendere che solo l'intelligenza, il suo uso civile e razionale, può salvarci dal modello violento imposto da una certa moda sociale. Ipazia di Alessandria subì sulla propria pelle il maschilismo nella sua manifestazione più violenta. Matematica, astronoma e anche filosofa, Ipazia sapeva vivere in mezzo agli uomini, sapeva farsi valere come insegnante in una società in cui la cultura era ancora ad esclusivo appannaggio maschile. Siamo alla fine del IV secolo e in parte del V, periodo in cui ella visse e propose la sua filosofia. Il merito di questa donna straordinaria fu quello di voler e saper diffondere il conoscere, al contrario di chi da sempre voleva detenere il potere della conoscenza, una conoscenza nelle mani di pochi. Ipazia era per la trasmissione delle cultura. Pare che spiegasse a tutti le sue competenze in mezzo alla piazza, era disposta a raccontare a chiunque volesse sapere. Un atteggiamento controcorrente, come fu quello di Socrate, la portò alla morte: Ipazia fu uccisa per mano di alcuni cristiani e per questa ragione è considerata la prima martire pagana. Con la sua morte finì di esistere una importate comunità scientifica e si interruppe per molti secoli il tentativo femminile di conquistarsi un posto meritato nel gota della cultura. È con grande commozione mista a disappunto che dobbiamo ricordare questa icona della libertà di pensiero per avviare un serio e costruttivo cammino culturale verso la parità di genere.

Maria Giovanna Farina

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