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Francesca Borri, giornalista al fronte

di Antonella De Vito

Mi disorienta subito Francesca Borri quando premette: Ho scritto un libro sulla solitudine. Pur leggendo attentamente il suo La Guerra Dentro, non avevo riflettuto su questo aspetto, solitamente la guerra ti porta a pensare ad altre parole: violenza, sofferenza, fame, disperazione, atrocità, ingiustizia e tante altre ancora, ma solitudine proprio no. E invece Francesca ha ragione, si vede che io in guerra non ci sono mai stata, ma lei che l'ha vissuta per due anni in Siria, nella parte di Aleppo in mano ai ribelli, ha potuto comprendere la solitudine dei civili siriani, del loro prendere coscienza di non avere l'interesse dell'opinione pubblica. Sì, certo, oggi le decapitazioni dell'Isis, i bombardamenti di Obama e dei suoi alleati, hanno acceso qualche riflettore, ma la luce è mal puntata, va a sbattere contro molti ostacoli e viene deviata, così il risultato è sempre lo stesso: i siriani, i civili siriani, sono ancora soli.

Francesca ha 34 anni ed è già un personaggio scomodo, almeno per l'Italia di oggi. Nel suo percorso di studi, tutto incentrato sul diritto internazionale, c'è una laurea in Relazione Internazionale conseguita al Cesare Alfiere di Firenze, un master alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa sui Diritti Umani e Gestione dei Conflitti ed una seconda laurea in Giurisprudenza con specializzazione in Filosofia del Diritto Internazionale.

La mia solitudine – racconta – quella che ho imparato come italiana, se pur sotto un altro aspetto, mi ha permesso di capire quella dei siriani.

Ti riferisci alla difficile situazione dei freelance?

Sì, dopo aver vissuto un anno ad Aleppo, come unica straniera, ho provato a pubblicare un articolo sui giornali del mio paese, ma nessuno mi ha mai risposto. Ho provato con l'America, cercando un indirizzo e-mail su internet, e la mia inchiesta è stata subito comprata dal maggior giornale statunitense che l'ha poi diffusa in altri paesi. Sono stata tradotta in 13 lingue. In Italia, l'unico quotidiano con il quale collaboro mi paga 70 euro a pezzo, anzi ora ha aumentato a 90, e non serve a coprire le spese quando sei sul fronte di guerra dove tutto è carissimo, in Siria, ma anche a Gaza un giornalista ha bisogno di 300 dollari al giorno.

Un anno fa hai scritto un articolo sulla vita dei freelance. Com'è stato accolto?

In Italia è stato cestinato da tutti, ma sui giornali stranieri ha fatto il giro del mondo.

E così sei diventata un personaggio scomodo. Chi ti osteggia di più?

Per questo libro ho avuto molto aiuto dai grandi giornalisti, quelli che non debbono preoccuparsi di cosa fanno i loro giornali, come Gad Lerner, Concita De Gregorio, Milena Gabbanelli e Roberto Saviano, ma sono stata prevalentemente ignorata da tutti gli altri, quelli che fanno parte del sistema. La cosa che più mi ha ferito è l'aver ricevuto le critiche, spesso vere e proprie offese, dai freelance della mia generazione.

Come hai iniziato a raccontare il Medio Oriente ?

Ho cominciato con la Primavera Araba, poi Gaza, la Siria, di nuovo Gaza. Mi sento una privilegiata per aver potuto conoscere lo spirito dei giovani che hanno creato questo movimento, animati da tanta voglia di cambiare. Sono stati sconfitti, ma torneranno, i loro ideali non sono morti, c'è un fermento che prima o poi riuscirà ad emergere nuovamente. Mi piacerebbe che anche i ragazzi italiani della mia generazione, ai quali hanno rubato la vita, perché non possono pagarsi un affitto con la paghetta di papà, avessero questa energia, ed invece nel nostro paese sembra che si sia capaci di accettare tutto, che nessuno abbia voglia di ribellarsi.

Il Medio Oriente è più avanti dell'Italia?

Vi sono delle realtà molto dinamiche e sicuramente avanzate. Ad esempio io vivo a Ramallah, ed ho fatto la scelta di stare con i palestinesi, nonostante questo il maggior giornale israeliano conservatore, mi ha chiesto di scrivere per loro e i palestinesi ne sono contenti. Due popoli molto più avanti di quanto noi immaginiamo, inoltre, la testata israeliana ha deciso di investire su di me, perché interessati all'opinione di una giovane straniera, che ha scelto da che parte del muro stare, mentre in Italia questo non sarebbe mai stato possibile, non si investe sui giovani.

Nel tuo libro c'è uno sguardo di genere. Ci descrivi le donne che hai incontrato in Siria, da quella che ti mette in braccio suo figlio, perché tu possa salvarlo, alla cecchina che vuole vendicare la morte dei suoi due bambini, fino alla mamma genovese che cerca suo figlio, un giovane italiano disoccupato, che si è convertito ed è andato in Siria a combattere.

In realtà io non mi pongo il problema di una lettura di genere. Mia madre è una femminista, ed ho sempre visto in lei una donna forte, quale io non mi sento. Forse per questo sono attratta dalle figure di donne determinate che incontro e le descrivo. Quando mi sono avvicinata al Medio Oriente decisi di occuparmi delle donne solo dopo aver conosciuto più paesi, perché l'argomento non è semplice. Il mio primo approccio è stato con la Palestina e qui la situazione è particolare. In alcuni settori, come la vita pubblica, le donne sono più libere che non in Italia, per altri aspetti, che riguardano la sfera privata, invece hanno più limiti. Non si può semplificare dicendo dove c'è più o meno libertà. Io credo che ogni giornalista si porta dietro quello che è, certo io sono una donna, ma sono anche un'italiana del Sud, e questo rende diverso il modo in cui vedo e racconto le cose rispetto ad altri. L'essere donna è un tassello di quello che è il mio essere giornalista, insieme a tutti gli altri. Gli arabi mi chiamano l'italiana di Ramallah e ciò ai loro occhi mi caratterizza.

Cosa vuol dire essere donna al fronte?

Complessivamente essere donna ha i suoi vantaggi, soprattutto se si è giovane e capace di gestirsi. Molti non ti prendono sul serio, non credono che tu possa fare un'inchiesta importante e così si aprono di più, hanno meno paura. La stessa cosa accade anche con quanti combattono al fronte, rappresenti per loro una sorella con la quale sfogarsi. Fra uomini non si lascerebbero mai andare, tengono alla loro immagine di duri, ma con una donna abbandonano più facilmente questo ruolo.

Perché molti colleghi ti dicono che non è un lavoro per te?

Abbiamo una tecnica diversa. Io faccio giornalismo narrativo e voglio entrare nelle storie, farmi travolgere, diventare anche fragile per poterle raccontare e trasmettere dei sentimenti ai lettori. I giornalisti solitamente credono che si debba alzare un muro fra chi scrive e la storia, e se questo non succede è meglio cambiare argomento o addirittura cercare un altro lavoro. Per me non è così, infatti, il complimento più bello è quando mi dicono -è stato come essere con te ad Aleppo-. Nonostante l'amarezza che mi porto dietro per la situazione dell'Italia, continuo ancora a credere nelle parole.

Qual è il tuo servizio più bello?

Il primo che ho realizzato, quello sull'Ilva di Taranto. È stata sicuramente l'inchiesta più difficile e pericolosa che ho fatto, molto più che scrivere dal fronte di guerra, però mi ha dato notevoli soddisfazioni, perché ha aperto la strada alla magistratura e ha richiamato l'attenzione dei maggiori giornali del paese.

Da quando hai finito il libro dove sei stata?

Sono tornata in Siria, perché volevo portare una testimonianza. Ero rimasta l'unica straniera a poter entrare e volevo far sapere loro che la fine del libro non voleva dire dimenticarsi di Aleppo. Tornerò ancora, non so quando, ma tornerò in Siria. Poi sono stata a Gaza, in Ucraina e ora mi preparo per andare in Sierra Leone per raccontare l'Ebola.

Il tuo sogno?

Mi piacerebbe tanto andare a Bagdad. Il problema è che adesso non si può entrare, non posso ottenere un visto come freelance. Mi incuriosisce molto questo paese che subisce da anni, sulla pelle dei civili, la guerra; vorrei raccontarlo.

Non hai però rinunciato all'Italia, ed il tuo libro lo hai pubblicato con la Bompiani.

Voglio scrivere in Italia perché posso farlo nella mia lingua e perché voglio fare la mia battaglia in questo paese.

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Francesca Borri, La Guerra Dentro, Bompiani, 2014, pp. 238, euro 12

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