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Ozlem Tanrikulu, presidente di UIKI-Onlus, l'Ufficio di informazione sul Kurdistan in Italia

di Marta Facchini

Il 26 gennaio, dopo 134 giorni di resistenza agli attacchi di ISIS, Kobane è stata liberata dalle forze di difesa del popolo YPG e YPJ. Dopo quattro mesi di combattimenti, le donne e gli uomini dell'Unità di protezione popolare sono riusciti a prendere il controllo di Kobane, ricacciando i miliziani jihadisti nei sobborghi est della città. Una vittoria importante e simbolica non solo per la sconfitta di IS ma anche, e forse soprattutto, per la riconquista di quella libertà da sempre rappresentata dal sistema del Rojava.

Contro l'avanzata dello Stato Islamico, Kobane ha combattuto potendo contare solo sulle sue forze. Perché la Turchia ha impedito non solo ai profughi di varcare la frontiera ma anche il passaggio di armi e aiuti per chi continuava a resistere. E perché i raid della coalizione, anche se interessavano le aree intorno alla città, non raggiungevano una precisione tale da poter fermare l'avanzata di ISIS. Oltre alla solidarietà di movimenti internazionali, solo il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, è intervenuto inviando armi e combattenti contro l'avanzata islamista.

Con la bandiera che sventola sulla collina di Mistenur, e prende così il posto di quella dello Stato Islamico, Kobane liberata è il segno della possibilità di sconfiggere l'ISIS. Non solo; è il simbolo della difesa dell'uguaglianza, della giustizia e dell'autodifesa del proprio territorio, il Rojava, e in questo costituisce un'alternativa politica radicale.
Ozlem Tanrikulu è la presidente di UIKI-onlus, l'Ufficio di informazione sul Kurdistan in Italia, impegnato a denunciare la repressione e la violazione dei diritti cui è sottoposto il popolo kurdo, a promuovere la pace e la solidarietà tra i popoli attraverso attività di sensibilizzazione e informazione. A Roma per discutere della resistenza kurda nel Rojava, Ozlem ci parla del significato della liberazione di Kobane e del ruolo, centrale, che le guerrigliere kurde hanno ricoperto nella lotta contro l'ISIS.

Le guerrigliere kurde sono state in primo piano nella lotta contro l'IS. Puoi parlarci del ruolo che le donne ricoprono nella cultura kurda e nella lotta armata?

Nel movimento curdo, le donne stanno prendendo parte alla lotta per l'autodeterminazione in tutti i settori della società. Le forze di difesa sono solo uno dei vari ambiti. Il lavoro di controinformazione e di denuncia, il lavoro di cura e di sostegno insieme al lavoro per la pace - come quello svolto dalle organizzazioni sociali delle donne, dalle cooperative, dalle "madri per la pace" ad esempio -, seppure possa essere visto come l'esercizio di un ruolo più tradizionalmente femminile, mostra la strada verso nuovi rapporti di genere basati sulla libertà e liberi dall'oppressione. Ne fa parte anche la scelta della co-presidenza, ossia la doppia rappresentanza di genere per ciascun incarico di responsabilità, dal punto di vista militare così come per le cariche elettive. Nelle sue analisi, il nostro presidente Öcalan ha chiarito come la donna sia sottoposta a una doppia oppressione, come curda e come donna, un'oppressione trasversale, ma come nell'antichità non fosse così, poiché le donne godevano di molta libertà e autonomia. A livello pratico, nell'attività politica rivoluzionaria all'interno del movimento kurdo, le donne hanno trovato uno spazio di libertà che ha permesso loro di conquistare rispetto e dignità e di affrancarsi dai ruoli subordinati tradizionali. Le donne hanno saputo dimostrare di valere quanto e anche più dei loro compagni maschi. C'è ancora molto da fare ovviamente, perché la mentalità feudale saldata alla modernità capitalistica è molto pervasiva, nessuna e nessuno ne è totalmente immune.

A tuo parere, che conseguenze comporta la liberazione di Kobane?

La liberazione di Kobane è un bellissimo risultato al quale siamo arrivati grazie alla determinazione e all'eroica resistenza della popolazione, della città e dei tanti che sono accorsi in suo sostegno, nonostante le difficoltà poste al confine dalla Turchia. Ma non è finita qui. I villaggi intorno alla città sono ancora in mano a ISIS così come proseguono i combattimenti per liberare la regione di Şengal in Iraq, il monte sacro agli Ezidi, e le altre zone in mano ai terroristi. Dunque, sono ancora valide e urgenti le richieste di un corridoio umanitario per portare aiuti alla popolazione civile e per ricostruire oggi la città di Kobane. Riconoscere i cantoni del Rojava e ciò che a livello sociale stanno praticando, e isolare quei paesi che ancora sostengono e supportano le bande di ISIS, paesi che non hanno a cuore la pace e i diritti dei popoli, ma che perseguono i propri interessi. Serve, dopo la liberazione di Kobane, un cambiamento nella politica della regione senza il quale non si potrà arrivare alla pace e alla stabilità.

NoiDonne

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