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Giovanna Martelli: una misura anti-ciclica per l'occupazione femminile

L'ultima rilevazione Istat sull'occupazione vanta timidi segnali di ripresa, ma la domanda da porsi è: per chi? Non per le donne. Come emerge dagli indicatori che ci segnalano 42mila occupate in meno a febbraio rispetto a gennaio 2015. E' vero che dalla crisi ancora non siamo usciti, ma è anche vero che la sua fase più acuta è alle nostre spalle, mentre permangono gli elementi di "stagnazione", scarsa crescita e mancata redistribuzione.

Viviamo un tempo di transizione dove la crisi ha introdotto la precarietà in tutti gli aspetti del vivere quotidiano. L'approdo ad una crescita stabile e strutturale richiede la capacità di "attrezzare" le donne e gli uomini a vivere questa fase investendo nel loro capitale formativo. Di qui il richiamo ad una nuova economia che abbia come obiettivo la promozione del benessere umano e della crescita.

Finora per favorire l'inclusione delle donne nel mercato del lavoro, l'Italia non ha mai elaborato una strategia sistemica. Una delle possibili risposte passa necessariamente anche tramite un rilancio dell'occupazione femminile, che viene interpretata da più parti come una misura anti-ciclica, capace di stimolare nuova domanda lavorativa. Del resto se ci confrontiamo con quei paesi dove il tasso di occupazione femminile vanta livelli elevati ( paesi scandinavi) anche in quei luoghi possiamo trovare aspetti spinosi. Come scrive il sociologo danese Esping Andersen ne "La rivoluzione incompiuta", i settori dove si concentra l'occupazione femminile (prevalentemente terziario e pubblico impiego) mostrano vedere un quadro dove l'occupazione e l'uguaglianza di genere hanno fatto strada principalmente tra le classi più ricche e istruite, trasformando paradossalmente l'emancipazione femminile in un fattore di disuguaglianza sociale.

La strada maestra in cui muoverci è quella di un superamento dell'approccio di genere rispetto alla gestione della cura e all'accesso ai congedi così come auspicato nella recente legge delega sul lavoro, all'interno di un discorso più complessivo che riguarda una progressiva "territorializzazione" dell'organizzazione del lavoro volta a favorire la costruzione di sistemi di welfare aziendale. La possibilità di utilizzare una programmazione negoziata con le aziende in merito ad esigenze legate alla flessibilità negli orari di lavoro, nell'organizzazione del lavoro (smart working, banca delle ore, job sharing, orario multi periodale) e alla conciliazione, in base ad accordi territoriali, è già una realtà in alcune regioni d'Italia. L'obiettivo, quindi, è quello di uniformare, estendendo il più possibile al territorio nazionale, attraverso una "messa a sistema" delle buone pratiche fatte per costruire politiche pubbliche. Si tratta di realizzare una migliore organizzazione del lavoro tramite un coinvolgimento diretto delle lavoratrici e dei lavoratori, che può rappresentare uno strumento di potenziamento della capacità contrattuale delle stesse e degli stessi.

E' innegabile come, con gli accordi interconfederali del 2011-2014, nel nostro Paese si sia avviato un progressivo indebolimento della contrattazione collettiva che ha condotto, senza paracadute, verso una progressiva aziendalizzazione del sistema di relazioni industriali che ha compresso la rappresentanza sociale, agganciando ancora una volta il salario alla produttività. Questo mutamento, in un Paese che vede ancora grandi disuguaglianze rispetto alle sul tema salariale e di accesso alle carriere, ha ulteriormente sfavorito il percorso di riconoscimento delle donne come elemento di sviluppo e crescita dell'economia.

Da dove ripartire, dunque? Dalla persona, ponendola al centro delle relazioni industriali, introducendo il welfare aziendale come strumento fondante nella contrattazione collettiva e territoriale per realizzare quello scambio virtuoso necessario fra il miglioramento del benessere, del reddito, e la maggiore efficienza produttiva delle imprese.

E' questa la sfida del nostro tempo: conciliare la necessità di percorrere strade innovative che sappiano ottimizzare la spesa pubblica e tutelare i nuovi rischi che derivano dall'invecchiamento della popolazione e il conseguente aumento delle spese socio-sanitarie. Per questo la scrittura di linee guida sulla conciliazione e il welfare aziendale non rappresentano un sistema parallelo di servizi pubblici ma uno strumento in più per valorizzare le capacità e le potenzialità dei singoli e dare finalmente senso compiuto al fattore umano.


On.le Giovanna Martelli
Consigliera del Presidente del Consiglio dei Ministri in materia di Pari Opportunità

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