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Peccato, era così bella...

Quando muore una donna, sia per mano di qualche uomo sia a causa di un incidente stradale o di qualsiasi altro evento negativo, ho più volte sentito esclamare: "Che peccato, era così bella!". La prima obiezione è: "Perché se fosse stata brutta, non sarebbe stato un peccato?". Pare che il fatto di essere molto bella renda tutto più doloroso. Certo non la pensano così i parenti, gli amici e i familiari di quella donna che hanno perso una essere umano che amavano e che nessuno potrà far ritornare in vita. Ma la bellezza sembra un motivo in più per non morire. Capisco il nesso, ci dispiace di più se si rompe la tazza di porcellana decorata a mano rispetto a quella di volgare coccio tinta unita, magari un po' sbeccata dall'uso quotidiano intensivo. Il bello, da sempre considerato vicino agli dei, non dovrebbe subire contaminazioni ma mantenersi puro e identico a se stesso. Quindi non è detto sia sempre il maschilismo a stanare i rimpianti per una bella che se ne va, bensì a muoversi e a fare il suo gioco è il latente bisogno di non sciupare il divino, l'assoluto a cui ci rapportiamo ed eleviamo noi che siamo umili esseri umani imperfetti. Il bello va conservato da ogni contaminazione con il brutto e con il dolore, sciupare il bello mette in moto la bruciante realtà del fallimento. D'accordo, sono comprensiva e ho snocciolato tutte queste considerazioni in cui credo, sono idee filosofiche. Resta il fatto che se muore una persona, che non è un bell'oggetto ma un essere umano, che mi è cara, soffro al di là della sua bellezza: soffro perché mi manca, soffro perché non potrò più rivederla e la sua vita si è spezzata. Soffro perché l'ho amata anche se, per caso, era molto brutta. Mi piacerebbe udire: "Peccato, è morta".

Maria Giovanna Farina ©Riproduzione riservata

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