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Quelle urne sommerse da sessismo e razzismo

di Judith Butler, su www.ilmanifesto.it (12/11/2016)

Il nuovo presidente degli Stati Uniti è Donald Trump, quello che ha fatto la campagna migliore, quello che ha comunicato meglio. Per me la sorpresa non è stata grande. Per centinaia di opinionisti italiani sì. Mentre io scrivevo che Trump vinceva i dibattiti tv contro Hillary Clinton e che usciva bene dagli scandali gli altri dicevano il contrario, spesso con l'atteggiamento di chi ha la verità in tasca; mentre spiegavo che lui aveva una comunicazione migliore anche sui social network, più efficace in termini di consenso e notorietà, sembravo un alieno, perché ero l'unico a dirlo. Una lezione quindi Donald Trump l'ha data pure ai comunicatori politici e agli opinionisti: quando analizzate un candidato, mettete da parte le simpatie politiche. Siate professionali, siate tecnici, cercate di essere obiettivi. Vi risparmierete un sacco di figuracce e la vostra credibilità ne gioverà. Detto questo, la parte in cui dico che alla fine avevo ragione è conclusa. Ora veniamo alle cose utili: ecco le tre lezioni di comunicazione politica che ci ha dato Donald Trump.

Due sono le domande che gli elettori statunitensi che stanno a sinistra del centro si stanno ponendo. Chi sono queste persone che hanno votato per Trump? E perché non ci siamo fatti trovare pronti, davanti a questo epilogo? La parola "devastazione" si approssima a malapena a ciò che sentono, al momento, molte tra le persone che conosco.
Evidentemente non era ben chiaro quanto enorme fosse la rabbia contro le élites, quanto enorme fosse l'astio dei maschi bianchi contro il femminismo e contro i vari movimenti per i diritti civili, quanto demoralizzati fossero ampi strati della popolazione, a causa delle varie forme di spossessamento economico, e quanto eccitante potesse apparire l'idea di nuove forme di isolamento protezionistico, di nuovi muri, o di nuove forme di bellicosità nazionalista. Non stiamo forse assistendo a un backlash del fondamentalismo bianco? Perché non ci era abbastanza evidente?
Proprio come alcune tra le nostre amiche inglesi, anche qui abbiamo maturato un certo scetticismo nei riguardi dei sondaggi. A chi si sono rivolti, e chi hanno tralasciato? Gli intervistati hanno detto la verità? È vero che la vasta maggioranza degli elettori è composta da maschi bianchi e che molte persone non bianche sono escluse dal voto? Da chi è composto questo elettorato arrabbiato e distruttivo che preferirebbe essere governato da un pessimo uomo piuttosto che da una donna? Da chi è composto questo elettorato arrabbiato e nichilista che imputa solo alla candidata democratica le devastazioni del neoliberismo e del capitalismo più sregolato?

È dirimente focalizzare la nostra attenzione sul populismo, di destra e di sinistra, e sulla misoginia – su quanto in profondità essa possa operare.
Hillary viene identificata come parte dell'establishment, ovviamente. Ciò che tuttavia non deve essere sottostimata è la profonda rabbia nutrita nei riguardi di Hillary, la collera nei suoi confronti, che in parte segue la misoginia e la repulsione già nutrita per Obama, la quale era alimentata da una latente forma di razzismo.
Trump ha catalizzato la rabbia più profonda contro il femminismo ed è visto come un tutore dell'ordine e della sicurezza, contrario al multiculturalismo – inteso come minaccia ai privilegi bianchi – e all'immigrazione. E la vuota retorica di una falsa potenza ha infine trionfato, segno di una disperazione che è molto più pervasiva di quanto riusciamo a immaginare.
Ciò a cui stiamo assistendo è forse una reazione di disgusto nei riguardi del primo presidente nero che va di pari passo con la rabbia, da parte di molti uomini e di qualche donna, nei riguardi della possibilità che a divenire presidente fosse proprio una donna? Per un mondo a cui piace definirsi sempre più postrazziale e postfemminista non deve essere facile prendere atto di quanto il sessismo e il razzismo presiedano ai criteri di giudizio e consentano tranquillamente di scavalcare ogni obiettivo democratico e inclusivo – e tutto ciò è indice delle passioni sadiche, tristi e distruttive che guidano il nostro paese.

Chi sono allora quelle persone che hanno votato per Trump – ma, soprattutto, chi siamo noi, che non siamo state in grado di renderci conto del suo potere, che non siamo stati in grado di prevenirlo, che non volevamo credere che le persone avrebbero votato per un uomo che dice cose apertamente razziste e xenofobe, la cui storia è segnata dagli abusi sessuali, dallo sfruttamento di chi lavorava per lui, dallo sdegno per la Costituzione, per i migranti, e che oggi è seriamente intenzionato a militarizzare, militarizzare, militarizzare? Pensiamo forse di essere al sicuro, nelle nostre isole di pensiero di sinistra radicale e libertario? O forse abbiamo semplicemente un'idea troppo ingenua della natura umana?
Con quali condizioni abbiamo a che fare se l'odio più scatenato e la più sfrenata smania di militarizzazione riescono a ottenere il consenso della maggioranza?
Chiaramente, non siamo in grado di dire nulla a proposito di quella porzione di popolazione che si è recata alle urne e che ha votato per lui. Ma c'è una cosa che però dobbiamo domandarci, e cioè come sia stato possibile che la democrazia parlamentare ci abbia potuti condurre a eleggere un presidente radicalmente antidemocratico.
Dobbiamo prepararci a essere un movimento di resistenza, più che un partito politico. D'altronde, al suo quartier generale a New York, questa notte, i supporter di Trump rivelavano senza alcuna vergogna il proprio odio esuberante al grido di "We hate Muslims, we hate blacks, we want to take our country back".

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