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Difendiamo l'infanzia e fuggiamo dalle etichette

Il termine transgender è nato nelle comunità LGBT americane degli Usa negli anni 80 dove si è sviluppato il lessico di rivendicazione e liberazione delle persone Lesbiche Gay Bisessuali Transgender. Chi rivendica i transgenderismo sostiene di non accettare la suddivisione maschio/femmina quindi ritiene che l'identità di genere non debba corrispondere necessariamente con quella sessuale. Il transgenderismo afferma quindi la possibilità di muoversi fluidamente tra gli estremi che sono appunto maschio e femmina senza rimanere intrappolati negli stereotipi di genere. E fin qui nulla di nuovo, ma solo il desiderio di una chiara premessa per il discorso che sto per fare. Il richiamo, la sottolineatura di Avvenire tramite il discusso articolo di Luciano Moia alla copertina di National Geografich, ha riacceso il mio interesse verso la questione. Un argomento, quello del transgenderismo, spesso strumentalizzato e soprattutto su cui si è creata una confusione incredibile.

È da distinguersi prima di tutto dall'ermafroditismo psichico dove, al contrario di quello fisico, non sono presenti anatomicamente organi sessuali di entrambi i generi nella stessa persona. Nell'ermafroditismo psichico, gli individui sono convinti, per dirla semplicemente, di essere nati nel corpo sbagliato. Ad esempio nato maschio ma convinto di essere psicologicamente e a tutti gli effetti femmina. Il DSM definisce questa posizione come Disturbo dell'identità di genere, quindi a tutti gli effetti una psicosi, quindi un malattia. È sulla definizione di malattia si concentrano le polemiche e, ovviamente, le rivendicazioni.

Tutto ciò per il semplice motivo che si vuole sempre rimanere sul piede di guerra. Io stessa fui discriminata in quanto eterosessuale per essermi tanto occupata della questione, non potevo farlo, a detta di alcune associazioni gay, proprio perché, ahimè, sono etero.
Venendo alla questione della copertina, sono lieta che il giornalista Luciano Moia abbia sollevato la questione in difesa di bambini e adolescenti messi in copertina con lo stesso stile con cui un tempo si mandavano al circo i nani, la donna cannone.... sì, perché quella bambina di nove anni che potete vedere sulla copertina è un bambino che da quando aveva cinque anni sentiva dentro di sé di essere più vicino alla femmina. Questi casi esistono, ma non credo sia corretto umanamente ed eticamente mettere nelle mani di minori la rivoluzione transgender e mostrarla al mondo tramite una rivista.

Che ne sarà di loro lo sapremo col tempo, l'infanzia e l'adolescenza sono momenti in cui il corpo e la mente si trasformano, si evolvono verso l'adultità e per questo sono fasi della vita con il diritto di essere protette da conclusioni troppo affrettate. Non si può affermare con certezza che un bambino di cinque anni sia transgender perché il bambino in questione è ancora incapace di comprendersi fino in fondo, a prescindere da anomalie fisiche o da percezioni confuse del proprio genere. Il problema è che in quest'epoca confusa si fa di tutto per creare confusione, la si sostiene sorretti da un buonismo fine a se stesso (?) e da una fittizia idea di libertà/liberazione. Conosco vari casi, uno in particolare di una giovanissima che piuttosto che essere aiutata nel suo dis-orientamento è stata convinta portando tesi a favore: non l'hanno fatta riflettere, curandola psicologicamente, sulle sue problematicità e sulla possibilità di trovare una strada percorribile e per questo è finita in un terribile baratro. Vorrei aggiungere che questo scritto mi porterà ancora l'etichetta di essere di parte, retrograda, magari bigotta, ma sinceramente non me ne importa nulla, lo accetto perché i bambini vanno difesi al di là delle nostre appartenenze religiose, politiche, ideologiche e pseudo. Credo che i veri bigotti siano coloro che etichettano con disprezzo chi li mette in discussione.
Aggiungo il link del carteggio di Luciano Moia con National Geografich e ognuno tragga le proprie conclusioni.

Maria Giovanna Farina ©Riproduzione riservata

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