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L'insostenibile pesantezza dell'essere infelici

di Augusta Amolini

Lev Tolstoj inizio' il suo romanzo Anna Karenina con una frase bruciante. Scrisse che le famiglie felici si somigliavano tutte e quelle infelici lo erano ognuna a modo loro.
Quelle parole che esprimevano ampi concetti racchiudono ancora oggi verità imbarazzanti, inducono infatti il lettore a riflettere sulla tipologia della sua appartenenza famigliare. Gli esseri felici sembrano tutti appartenere a una classe privilegiata costituita da "altri", essi pur godendo per breve tempo di questo stato di grazia, suscitano nel loro prossimo una sottile quanto pervicace invidia.
Eppure e' più facile individuare fra le nostre conoscenze persone infelici, il cui stato d'animo sembra originarsi dal medesimo ceppo. Tutta l'umanità è portatrice sana e inconsapevole di questo gene non recessivo degenerante; il corpo ne è testimone e manifesta questa tristezza emotiva con la medesima postura e lo stesso livore contro la vita.
Si può vivere infelicemente per tanti motivi ma le ragioni siedono sempre sullo stesso rigido scranno del fato, perché la sofferenza è maestra nel collocarsi con precisione negli interstizi dimenticati dal caso.
Essa è come il virus che scatena la malattia, ha sempre una precisa origine. Il male di vivere cresce cibandosi di ingiustizia e sopraffazione, di carenze e abbandono affettivo, nell'indifferenza e nel mancato riconoscimento. La sofferenza morale e fisica erige muri invisibili che separano gli stati d'animo, e' come lo spartiacque che divide la montagna su cui è difficile camminare mantenendosi in equilibrio.
Eppure non è impenetrabile, a volte basta un sorriso, una parola pronunciata nel momento perfetto, un raggio di sole che batte sui vetri di casa per sgretolarla. La felicità è sempre inaspettata e può avvolgerci totalmente in qualsiasi momento, prepotente e piena, può sovvertire i nostri sentimenti e il nostro abituale percorso.
Sappiamo tutti quanto sia inconsistente, ed è proprio la sua fuggevole esperienza che ci rende orfani della sua mancanza. Epicuro che individuava matematicamente la "felicità uguale a assenza di dolore", probabilmente aveva ragione. Per questo motivo non dobbiamo mai interrompere la ricerca della nostra personale felicità. Quando la posta in gioco è il nostro ben-d'essere, qualche volta possiamo decidere di scegliere l'incertezza e perdonarci qualche intima debolezza.
"In dubbio pro reo", lo dice anche la legge.

Augusta Amolini

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