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"Quello che i muri dicono"

di Carla Cucchiarelli - Iacobelli ed.

C'è una nuova Roma che parla dai muri, artistica, creativa, effervescente, in perenne movimento. Una Roma che cambia e si ridipinge, nelle stazioni dei treni e della metro, sulle pareti delle scuole, sulle scalinate, ovunque ci sia uno spazio. Basta guardarsi intorno: dall'omaggio a Pasolini al Pigneto nei due murales di Mauro Pallotta e Mr Klevra, ai personaggi che emergono dalle tenebre dipinti da Gomez al Museo della Mente; dalla grande lupa di Roa a Testaccio all'uomo che beve un caffè immortalato dal duo Etam Cru a Tor Pignattara, dalle teste parlanti di Carlos Atoche ai personaggi divertenti di Mimì the Clown. Per non parlare del Museo dell'Altro e dell'Altrove sulla Prenestina – dove la street art protegge un'occupazione – a quello, all'aperto al Quadraro; dei dipinti di Alice Pasquini e Tina Loiodice, della rivisitazione del Grande Raccordo Anulare fino ad arrivare al condominio di Tor Marancia.
Un fenomeno, difficile da censire o da fermare, nato in sordina, clandestinamente e poi entrato nelle gallerie d'arte, nei musei per conquistare alla fine persino il consenso dell'amministrazione. E mentre il dibattito tra gli artisti non si arresta – apocalittici e integrati dei giorni nostri – cambia il volto immobile della città, specie nelle periferie: il muro lancia messaggi e colori, diventa "un dono" per chi passa, anche se dovrà combattere contro le usure del tempo.
E la strada produce tutto: poesie, panchine, alberi scolpiti, perché è lì che c'è il contatto con la gente, è lì che si lanciano le idee. Un percorso da scoprire dando voce agli autori e ricostruendo la storia della street art capitolina, nata ormai quasi cinquant'anni fa a Valle Giulia, nell'università occupata. Ma allora era solo protesta.

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