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L'aborto, lo Stato, la coscienza di Maria Magnani Noya, l'Avanti 1980

Poche leggi suscitano discussioni come la legge sull'aborto. Il tema implica infatti valutazioni giuridiche, scientifiche, morali: investe questioni che riguardano la vita di milioni di donne, il ruolo che esse hanno assunto nell'ipotesi di rinnovamento della Società.
La storia dei socialisti è storia di grandi battaglie ideali e politiche in difesa della vita umana e delle libertà dell'individuo. La difesa della vita è un valore socialista che va affermato per tutto l'arco dell'esistenza di una persona, dal momento in cui nasce fino alla morte.
Ma per i socialisti diritto alla vita è non morire per fame, non subire la sofferenza della miseria, dell'emarginazione e della discriminazione, non essere trucidati, non patire l'arbitrio della violenza e le conseguenze della corruzione: atrocità accettate passivamente da una società che sembra non credere nella possibilità di intervenire sulla storia e che quindi intende l'ingiustizia come dato immutabile.
Per i socialisti, il diritto alla vita non è un'affermazione astratta ma è il diritto del vivente ad una migliore qualità
della vita, alla cultura, all'amore, alla libertà ed alla libera espressione di se stessi. Sull'aborto il contrasto non è tra chi difende la vita e chi no, ma tra chi riconosce alla donna il diritto di scegliere e chi questo diritto nega, tra chi prende atto della realtà e su chi essa vuole operare e chi si rifugia nell'ipocrisia, nella doppia morale, nel privilegiare principi astratti contro le donne. Perché l'aborto è sempre esistito: le gravi sanzioni penali del Codice Rocco non l' hanno mai impedito anche perché non venivano quasi mai applicate; l'aborto però era, e tornerebbe ad essere, se la legge 194 fosse abrogata, clandestino, nascosto; ogni peso veniva subito solo dalla donna che aggiungeva all'aborto il tormento della clandestinità, della insicurezza, della vergogna, ma il principio era salvo.
I principi sono accettabili, anzi ne sono il cardine fondamentale nelle religioni - e non li rispettiamo - non possono diventare un imperativo per lo Stato che non può e non deve essere ideologico o confessionale, ma deve garantire la civile convivenza dei cittadini.
La coscienza è un fatto individuale, di libertà e di responsabilità, lo stato non deve esserne il regolatore ma assicurare ai suoi membri la libera possibilità di esprimersi e di autodeterminarsi.
Uno Stato che imponesse a tutti la concezione del mondo e della vita propria di una parte negherebbe il concetto di democrazia e di laicità per ricadere in una visione integralista, totalitaria, prevaricatrice.
Oggi più che mai c'è bisogno di tolleranza, di comprensione, di assenza di fanatismo. La legge sull'aborto si ispira a questi principi perché offre delle possibilità, non impone a nessuno soluzioni che possano urtare con la propria coscienza.
Questi principi sono laici e sono alla base della nostra Costituzione. Difendere la legge sull'aborto significa rompere la catena di corruzione, sfruttamento, complicità, illegalità connessa alla clandestinità, scegliere uno Stato non indifferente di fronte ai problemi dei cittadini ma civilmente e socialmente impegnato, porsi come donne a tutela della civile convivenza.
Le donne oggi dunque non difendono solo una legge loro che hanno voluto, che le riconosce come persone capaci autonomamente di decidere, ma diventano protagoniste nella battaglia per uno Stato più moderno, laico e umano.
La vittoria dei "no" sarà quindi, come per il divorzio, una vittoria delle donne e della ragione; non di questo o quel partito.
Sarebbe grave errore ascriverla esclusivamente a chi ha affrontato in ritardo e con timidezza questo problema subordinando il diritto di scelta delle minori alle "larghe intese".
Se la legge sull'interruzione volontaria della gravidanza resterà nel nostro ordinamento giuridico, come ci auguriamo, sarà ancor una volta premiata la coerenza dei socialisti che per primi si sono impegnati, senza riserve e tentennamenti, in difesa della dignità e della libertà delle donne.

Commento di Marta Ajò

Oggi che si riapre il dibattito sulla legge 194, la passione umana ed ideologica di Maria Magnani Noya, una delle più ardite parlamentari degli anni 70-80, che rivendica la libera scelta delle donne in materia di procreazione, la coscienza, la libertà e la responsabilità dell'individuo/donna come sacrosanto principio dell'autodeterminazione, meriterebbe uno spazio tutto ancora da rileggere.
Qualcuno potrebbe ricordare "una passione tipica dei socialisti/e", forse oggi mancante, certo è da ricordare la spinta che le donne socialiste, insieme a tutte le altre, hanno dato nel passato per le grandi battaglie ideali e politiche in difesa della vita umana e delle libertà dell'individuo.

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