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Io, Medea, Rossana Rossanda, Il Manifesto 1977

Sarà stato maggio, chiusura di stagione, e Maria Callas era Norma. Sulla Scena, simili a due candidi elefanti, le due Abigaille si contendevano uno sparuto Pollione; e bisognava chiuder gli occhi perché la musica lunare e quelle due voci rarefatte non fossero sopraffatte dall'intollerabilità delle immagini. A dicembre la Scala riapriva con la Medea di Cherubini, che il pubblico delle prime era disposto a subire solo perché era la festa della sua ricchezza (non d'erano stati ancora Capanna né i circoli proletari giovanili) e perché si diceva che la Callas aveva fatto nell'estate una favolosa cura dimagrante, che ne aveva danneggiato la voce già abominata dai cultori del bel canto. E il suspense ci fu: per un bel pezzo che molti altri gorgheggiarono a vanvera prima che dal fondo, come salendo da una lunga scalinata, preceduta da tempestosi "Ma chi è che arriva", spuntasse esilissima, nera, i roventi capelli sciolti, una Callas stupenda, al grido di "Io, Medea!".
Non ricordo se applaudissero, mi pari di sì. Ricordo che pensai quale sforzo sovrumano, psicologico e fisico, dovesse essere stato quel dimagrimento precipitoso; non una dieta, ma un intervento sconvolgente sul metabolismo, una messa a rischio della propria chiave corporea, un'inversione stregonesca, come di Medea alle forze della natura, che non si sarebbe più fermata.
Perché lo aveva fatto? Perché Visconti l'aveva sfidata a una rinascita del teatro in musica come teatro vero, non solo canto ma fastoso rituale estetico. A diventare la sua Traviata, la Sonnambula di Bernstein, Alceste, Ifigenia, Anna Bolena. L'opera sarebbe rinata come suggestione attraverso una presenza riplasmata - corpo, volto, modi - con una disciplina bruciante.
La stessa innaturale prova imposta ad una voce "impropria", di un registro strano senza grande potenza, costruita. La Callas non cantava come un usignolo, cantava come un tornitore; cesellava un pezzo infinite ore, flettendosi e flettendolo, sfidando i propri mezzi e chi sapeva di musica ad un altro modo di cantare, reinventato nell'intelligenza. E sempre al limite della scommessa. Non era più solo canto, era altro. Ma a quale rischio. Com'era stata conscia della propria bruttezza, così si sentiva con spietatezza. Venivano giù gli applausi e lei usciva di scena: "Stasera go cantà come un can".
Non so come sia morta Maria Callas. Mi vien da pensare di fatica. Quando una fa di se stessa quel che lei ha fatto - demolendosi e rimodellandosi violentemente corpo, voce e cultura - il prezzo dev'essere alto, la morte intuita molte volte. Per un mito? Sicuramente. Non ho mai visto scendere il sipario su un teatro in musica (temo sul teatro in genere) senza sentire la polvere, la cenere, la spettralità del museo rivissuto a forza; una parentesi rituale e tragica. Un mito borghese? Forse. IL teatro in musica è ancora più vecchio e la stesa borghesia lo tollera solo perché è impacchettato di gioielli. Esili sono i margini di questa cultura. Per questa vanità, nel senso proprio che l'Ecclesiaste dà alla parola, è vissuta Maria Callas ed è morta giovane. "Sommi dei, tutti spenti..." intonava nell'Ifigenia, e faceva venire i brividi. Forse cantava anche la propria fine.

Commento di Marta Ajò

Dopo i film e le fiction sulla vita e la tragica fine della mitica Callas, questo articolo della Rossanda, restituisce , ancora oggi, una dignità umana alla donna e un riconoscimento all'arte della cantante.
Da sempre, in vita e dopo, l'immagine della Callas è stata divorata dai media, perseguitata dalla gloria e dalla sfortuna, diventando un riferimento per più di una generazione dell'ambivalenza tra miseria e ricchezza tra gloria e solitudine.
La Rossanda con uno stile inconfondibile ci riconduce a considerarla un essere umano.

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