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Vademecum della donna libera, di Marisa Rusconi, l'Espresso 1973

Alcuni gruppi elaborano nuove strategie d'intervento, entrano nelle scuole, nelle industrie, nei grandi magazzini, nei comitati di quartiere. Sono presenti nei luoghi in cui si protesta contro ingiustizie reali e documentabili: accanto alle operaie della fabbrica occupata e autogestita, alle immigrate che si ribellano per la mancanza o lo squallore delle case e dei servizi sociali, alle braccianti-schiave del sud, alle ragazze-madri, alle prostitute. Ancora: le femministe si autodenunciano pubblicamente di aborto, per smuovere i legislatori sul problema; vanno tra le donne di borgata a diffondere le tecniche anticoncenzionali, aprono consultori per mettere in pratica nuovi metodi di medicina sociale per le donne e dalle donne autogestiti.
Insomma, i loro discorsi sono un po' meno pieni di espressioni come "fallocrazia", "donna clitoridea e donna vaginale", "rifiuto della penetrazione", "coito come violenza", "estinzione dell'organo maschile", "aborto come atto creativo", e molto più fitti di "salario alle casalinghe", "piena occupazionale alla donna", "no all'educazione sessista nella scuola", "aborto libero e pagato dalla mutua".
Nascono slogan più concreti: come quello che dice: "casa, scuola, fabbrica, saranno i nostri Vietnam".
Resta invece ancora dominante, quasi un punto fermo del femminismo, la teoria e la pratica della "sorellanza", che segna la maggiore differenza tra l'atteggiamento politico delle aderenti a questi movimenti e quello delle militanti della sinistra ufficiale o extraparlamentare. Dicono infatti, ad esempio, le ragazze di Lotta femminista: "Per noi gli obiettivi non sono solo quelli riconosciuti dalle altre forze, come ad esempio i sindacati, e che si concretano nelle rivendicazioni tradizionali: salri, libertà in fabbrica e così via. A noi interessano anche le battaglie che ogni donna deve combattere ogni giorno, contro l'alienazione del lavoro domestico, contro l'uomo - marito o padre -, contro i tabù che le impediscono di vivere il sesso come piacere, la paura di restare incinta, il terrore dell'aborto clandestino. Però vogliamo portare questi problemi fuori dalla sfera strettamente privata, individuale. Farne dei "casi" d'interesse pubblico".
E ancora: "Vogliamo essere noi a decidere in che cosa consiste e a chi serve il nostro sfruttamento e quali debbono essere i modi, i tempi e le scadenze più efficaci per combatterlo. Noi partecipiamo alle lotte degli studenti così come diamo il nostro contributo alle agitazioni operaie. A questo punto ci si potrebbe chiedere: a che serve organizzarsi autonomamente come donne? Se lo facciamo è per dare un contenuto preciso alla nostra attività, la quale nasce come rivolta specifica contro una particolare situazione di oppressione e di sfruttamento".
Ma la "spinta verso l'esterno" non ha coinvolto tutti i gruppi: alcuni - spesso minigruppi e microgruppi - hanno scelto di non uscire dall'immobilismo e dall'isolamento che ha caratterizzato gli esordi dell'agitazione femminista. Forse per intransigenza, forse per impotenza. Resta il fatto che questi "isolazionisti" sono proprio quelli più vicini alla crisi, tormentati dalle continue scissioni ma soprattutto dalle contraddizioni interne. Rappresenta un'eccezione Rivolta femminile, un po' cristallizzata sulle posizioni dei suoi primi manifesti, ma con il merito indiscutibile di aver almeno formulato un'ideologia del femminismo chiara ed esente da compromessi riformistici.
Quante sono oggi le femministe in Italia? Un censimento è naturalmente impossibile (oltre che in contraddizione con l'ideologia del movimento). Come dice Virginia Visani, dirigente milanese di Liberazione femminile: "La domanda "quante siete?", rivela una mentalità tipicamente maschile. Noi non costituiamo un partito in cui contano le masse: tanti iscritti, tanti voti; quello che ci importa è di essere convinte, anche se poche". Tuttavia un censimento sta per essere tentato, proprio da una femminista, che prepara una tesi di laurea sul movimento in Italia. I risultati potranno essere interessanti, non tanto per le cifre (si parla comunque di qualche centinaio di femministe), quanto perché metteranno in luce le componenti sociologiche, culturali e politiche dei gruppi. Ma già sulla base della breve indagine qui si può anticipare qualcosa: un gran numero di femministe, specialmente le più giovani, provengono da gruppi della sinistra, anche extraparlamentare, dove si sono stancate di fare gli "angeli del ciclostile", di avere ancora una volta un ruolo subalterno al maschio ( marxista ma pur sempre maschio). A parte le donne già prima generalmente "a sinistra", c'è poi una buona parte di femministe recenti che, fino a poco fa, di politica non volevano neppure sentir parlare: sono insegnanti, impiegate, commesse, casalinghe, qualche operaia.
"Come abbiamo fatto ad agganciare quelle donne che ripetevano sempre "la politica non è per noi?" Lasciandole parlare di se stesse, dei loro problemi quotidiani, stimolandole a scrivere le loro storie, il diario della vita di oppresse. Soprattutto facendole uscire dall'isolamento delle loro case-ghetto e mettendole in contratto con altre donne in cui riconoscevano, come in uno specchio, la loro stessa condizione di sfruttate", dice Virginia Visani.
Insieme alle sue strategie, dunque, il Movimento di liberazione della donna sta mutando anche la sua immagine sociologica e, perfino, "fisica". La femminista del 1973 non è più soltanto l'intellettuale di solide letture e di buone conoscenze mondane, acuta e un po' arida, tanto sicura della propria autonomia sessuale da accettare anche l'accusa di omosessualità senza battere ciglio, pronta a "sputare su Hegel" e a firmare manifesti provocatori, ma paurosa del contatto con la proletaria o con la donna-massa.
Così, se fino a poco tempo fa la reazione maschile (e anche di molte donne) era di aperta irrisione o di insulto indiscriminato ("le femministe? o sono puttane o lesbiche o isteriche"), ora l'atteggiamento abituale può essere ancora di perplessità, ma più spesso è di attenzione. Non per nulla tutti i gruppi della sinistra extraparlamentare, da Manifesto a Lotta continua, hanno istituito i loro collettivi femministi, molto forti e diffusi. Il gruppo Gramsci si è sciolto, ma le femministe che vi appartenevano continuano a lavorare sia al giornale "rosso" sia ad altre iniziative.
L'ultimo nato tra i collettivi di liberazione femminile di organizzazioni politiche è quello del Movimento studentesco, con un programma di massiccio intervento nella scuola di ogni grado.
Perfino l'Udi, tante volte accusata di svolgere una politica "sotterranea" antifemminista, lancerà in questi giorni al suo IX congresso nazionale lo slogan "Uniamoci per conquistare la dimensione donna", con tutta una serie di tesi sulla società "maschilistica", sul diritto della donna alla sessualità e sulla sua "libertà di non avere figli se non quando consapevolmente lo decida".
Il femminismo italiano non è dunque più un fenomeno di èlite, né di cultura, "off off". Il pericolo è semmai, secondo taluni, che esaurisca presto la sua carica eversiva, diventando addirittura, almeno nei suoi aspetti più appariscenti, un fenomeno di moda e quindi di rapido consumo, forse prima ancora di raggiungere i suoi reali obiettivi. Le femministe stesse si rendono conto del rischio. Ma forse tutto dipenderà proprio dalla loro azione.

Milano. Il Movimento di liberazione della donna sta per sferrare il suo "autunno caldo"?. Tutto lo lascia prevedere. Esaurita la fase teorica o quella del femminismo da salotto (la mistica del "piccolo gruppo", dell'autocoscienza come chiave magica per risolvere tutti i problemi della donna; dell'autoanalisi, dell'analisi collettiva e così via), molte "nuove femministe" escono ora allo scoperto, "passano all'azione". a

Commento di Marta Ajò

Colpisce il concetto di fratellanza/sorellanza. Continuiamo a dire che le donne devono sostenere le donne, ma in campagna elettorale questo concetto pare poco praticato. Ne è passata di acqua sotto i ponti...

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