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Amore e conflittualità

Dialogo-scontro tra madre e figlia, iniziato con una lettera.
Io sono una che conserva tutto e le volte che ho gettato cose è stato per necessità di spazio. Mi piace riscoprirmi e ricordare.
Il mio armadio di lavoro contiene tutte le prove cartacee, scritti, foto, documenti, lastre e quant'altro di personale ci possa essere. Il tutto sommerso dal cartaceo del passato insostituibile dai floppy.
Quando cerchi qualcosa non la trovi mai, pensavo.
Invece la cartella dedicata a mia figlia è venuta fuori, con tutto il suo contenuto.
Ci sono le ecografie di quando era ancora dentro la mia pancia, i nostri braccialetti di riconoscimento, i suoi bigliettini di auguri con i disegnini, per il natale, la pasqua, gli auguri della scuola inglese, per la festa della mamma e poi tanti bigliettini con tanti tvb e ghirigori; le sue foto con me, con il cane, con il braccio ingessato, sulle giostre. Poi le pagelle, i referti medici e le foto dell'adolescenza, sempre meno ridenti, poi è un po' che non si fotografa più.
Io non butto via niente.
Ho ancora il vecchio Artusi di mia madre, con le sue aggiunte a penna, per aggiustare le ricette; le sue foto, le mie cartoline a lei indirizzate di cui mi sono riappropriata, i suoi biglietti di auguri che accompagnavano i fiori al
mio compleanno, quasi sempre con le stesse parole. Le sue foto e da ultimo il suo velo nero che da poco ha perso il suo profumo, insieme a tutti i miei ricordi per lei, da quando mi ha lasciato; da quando ho cominciato a capirla.
Io non butto via niente, ma anche se lo avessi fatto, la presenza di mia madre e di mia figlia, non sarebbero meno forti lo stesso.
Mia figlia è arrivata come un fulmine nella vita di una donna che pareva non potesse avere figli ; stupore e gioia hanno dato il via a quell'avventura che non sai mai come finisce e che può cambiare scenario quando meno te lo
aspetti.
Non vedevo l'ora di vederla uscire da dentro di me ed abbracciarla, invece è nata con parto cesareo; non vedevo l'ora di attaccarla al mio seno, invece non ho avuto latte; non vedevo l'ora che camminasse e appena lo ha fatto si è
infilata la testa tra le sbarre di ferro del balcone; non vedevo l'ora che mi chiamasse mamma, che uscissimo insieme, che potessi ascoltare le sue storie d'amore e magari abbracciarla nelle delusioni; ed ancora non vedevo l'ora di condividere i suoi successi, le sue conquiste, la condivisione e la complicità dell'essere donne.

Siamo rimaste presto sole, con i nostri amati animali. Pensavo che nonostante tutto ero riuscita a darle tanti motivi di felicità; di avere fatto delle battaglie di cui lei avrebbe potuto goderne i frutti; di averle insegnato la vita, l'onestà, la coerenza, l'impegno, l'amore.
Cara mamma, è iniziato così, da tempo un lungo dialogo-scontro con mia figlia.
Io stimo tantissimo mia figlia e la fatica che fa per crescere senza compromessi con i suoi principi, apprezzo la sua infinita dolcezza e la sua intelligenza, l'amo.
Cara mamma, io ti voglio bene, tanto, ma non sopporto più niente di te, mi ha detto.
Ho pensato che era giusta la sua ricerca di autonomia, il suo prendere le distanze.
Cara mamma, io non ce l'ho con te, perché tu non te ne sei nemmeno accorta, ma io devo ancora nascere, perché tu, con la tua personalità, con il tuo lavoro da uomo, con la tua forza, con le tue scelte, tu mi hai impedito di crescere,
di vivere.
Non ti voglio far male, ma tu me ne hai fatto tanto. Io ti vedevo come una donna bella e forte, praticamente un uomo,
decisionista potente, che gestiva tutto, dai soldi alla mia piccola vita.
Tu eri il tutto, il troppo o il niente. Quando venivi e mi riempivi di regali mi davi troppo, poi andavi a lavorare, sparivi e mi abbandonavi, ed era il niente.
Sempre con le baby sitter, sempre con qualcuno che non fosse la mia mamma. L'unico modo per averti era ammalarsi. Ricordi quante febbri ho avuto? Erano per averti. Ma non ti avevo, perché se mi ammalavo mi lasciavi dalla nonna. E tu andavi a lavorare.
E' vero, le ho risposto, posso capire. Forse non comprendendo ti sentivi abbandonata, ma tutte noi madri che lavoriamo siamo state costrette.
Mamma, per un bambino piccolo, la necessità di avere la mamma vicino è più importante di avere più soldi. Potevi vivere con meno e stare più con me.
Sono confusa. Ribadisco Ma io amavo il mio lavoro, mi dava soddisfazioni non solo economiche, mi sentivo di fare qualche cosa di impegnativo, mi sentivo utile. Assolvevo anche ad adempimenti ideali e sociali
Si, ma non a quelli materni. Preferivi lavorare per il mondo e non pensavi a tua figlia.
Ma io con tante altre donne ti ho aperto la possibilità di essere considerata una persona con tutti i diritti; tu oggi puoi fare tante scelte che prima io non avrei potuto fare. Oggi, se vuoi, puoi intraprendere molte strade, hai il
rispetto della società, sei un cittadino con tutti i diritti .
Mamma, io non sono d'accordo con le tue scelte. Io avrei voluto una famiglia tradizionale. Una mamma in cucina, un padre in pantofole e tanta normalità.
Abbiamo parlato tanto, e sentivo che i nostri mondi si divaricavano sempre di più.
Come il mio mondo si divaricò da quello di mia madre, senza valutare tutte le cose straordinarie che aveva fatto; il suo impegno nella Resistenza, nel Sindacato e non ultimo in famiglia. alla quale, invece, rimproveravo di non
essersi impegnata per riscattarsi dal suo ruolo di moglie e madre. Ero certa che la mia vita non avrebbe che potuto essere diversa e lo è stata.
E' fatale?
Penso con un velo di malinconia che forse mia figlia mi capirà quando non ci sarò più, come è successo a me.
E' fatale, mi ripeto, che madre e figlia, nel bene e nel male , abbiano un rapporto conflittuale?
Mi guardo intorno, parlo con tante altre donne, e vedo che comunque una parte di conflittualità è sempre presente.
Allora, mi domando, quando abbiamo parlato tanto di maternità responsabile, di maternità cosciente e della consapevolezza del ruolo, in che cosa abbiamo sbagliato se ancora oggi dobbiamo impegnarci sulla questione della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro?
Forse in niente. Ciascuno di noi vive la propria vita e le proprie scelte senza fare la prova di stampa.
La maternità è una grande esperienza, una prova difficile.
Mamme buone e mamme cattive, mamme adoranti e mamme assassine. Persone, prima di tutto persone; le figlie anche.


Dol's, maggio 2005
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