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HEVRIN KHALAF martire della libertà del popolo curdo

di Elisabetta Righi Iwanejko


Le cosiddette azioni criminali contro l'umanità caratterizzano la storia universale a partire dalla "Strage degli Innocenti" di Erode. Nel ventesimo secolo abbiamo assistito ad una recrudescenza del fenomeno dal massacro degli armeni, all'olocausto, alla pulizia etnica in Ruanda e Bosnia. La tragedia del popolo curdo è l'ennesimo capitolo dell'infinito odio tra razze alimentato da presunte giustificazioni di ordine politico, religioso, culturale.

Una situazione aggravata anche dal fatto che non esiste una nazione curda in quanto sarebbe costituita da porzioni di territorio sottratte a quattro stati Turchia, Siria, Iran, Iraq. Tutti si sono commossi per l'eroica resistenza delle donne di Kobane durante l'assedio dell'Isis, ma poi la normale regola dell'attualità ha imposto di rivolgere l'attenzione ad altri palcoscenici e personaggi.

Ora i riflettori si sono riaccesi dopo la decisione degli Usa di ritirarsi dal confine tra Turchia e Siria. L'assenza di una forza militare di cuscinetto, ha permesso ad Ankara di scatenare la sua offensiva contro l'atavico nemico. Una decisione che si inquadra perfettamente nella nuova visione di politica estera inaugurata nel 2009 con la formulazione degli orientamenti panislamista e neo-ottomano. Parallelamente all'esercito turco, sono entrate in azione le milizie paramilitari sostenute dalla Turchia che hanno avuto mano libera per purificare il territorio. Un esempio di tale strategia è stata la cattura e l'immediata esecuzione di Hevrin Khalaf, attivista per i diritti umani e Segretario del Partito Futuro Siriano, che ha sempre sognato la pacifica coesistenza tra arabi e curdi.

Una donna che sacrificato la propria vita per un'ideale che resterà molto probabilmente un'utopia in una regione instabile e nevralgica per gli interessi delle superpotenze. Forse fatale la sua ultima apparizione in pubblico lo scorso 5 ottobre ad Ankara. "No ad un'escalation delle armi perchè noi abbiamo conquistato con il sangue dei nostri combattenti il diritto alla terra che occupiamo".

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