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Vera e falsa emancipazione

Un modo "aggiornato" ma ugualmente mistificatorio di affrontare i problemi della condizione della donna

Da alcuni mesi è uscita sul mercato editoriale la nuova rivista femminile della catena Mondatori la cui ipotesi era quella di fornire un prodotto spregiudicato e "coraggioso" diverso dai tradizionali criteri dominanti nel campo dell'editoria femminile. Se è vero che già questa ipotesi, nell'attuale panorama del settore, era chiaramente una ricerca di nuovi spazi di mercato, ci si poteva però attendere se non altro un tentativo di muoversi in direzioni diverse. Ma fin dal primo numero si è visto come un discorso anticonformista non potesse realizzarsi in una rivista che si indirizzava programmaticamente a quel tipo di pubblico che tradizionalmente è disposto ad accettare la visione dei problemi femminili in chiave mistificante e convenzionale.
La stessa "spregiudicatezza" non è servita ad altro che a riproporre furbescamente la visione della donna-oggetto sempre subalterna alla società; si può pensare, però, che se si è tentata un'operazione di questo tipo, al fondo di essa vi sia stata la coscienza, da parte di certo giornalismo sensibile alle modificazioni dell'atteggiamento del pubblico, di un progressiva insoddisfazione per il tradizionale modo di affrontare il problema femminile e la volontà di vedere rappresentati più seriamente i suoi problemi, esigenza che d'altra parte, non può essere soddisfatta se non ponendosi su un altro piano da quello puramente commerciale, discorso questo che si allargherebbe subito investendo i rapporti tra industria culturale e pubblico. Ancora una volta, invece, abbiamo assistito al parto di una rivista che, rifacendosi ai modelli americani del genere, ripropone un modello di falsa emancipazione, basato sulla rincorsa al successo sociale ed economico inteso questo non come reale ricerca di indipendenza e autonomia, ma come passiva disponibilità ad accettare i modelli di emancipazione offertogli.
Questo discorso acquista attualità con l'uscita del numero di settembre della rivista in cui compare un articolo "Vivo sola in città" con l'eloquentissimo sottotitolo "Si può vivere felici con 180.000 lire al mese?".
Stando alla "testimonianza", come viene definita la fantasia giornalistica in questione, di una donna qualunque, pare proprio di si. E difatti essa comincia a correre a casa per dividere il "gruzzolo in tanti mucchietti" e ci spiega come sia giunta in una grande città dalla provincia col suo " diplomino fresco fresco di tre mesi", senza spiegarci però come le sia stato possibile trovare subito un'occupazione, un buono stipendio, una casa...ma già, non bisogna scordare che la casa della protagonista in questione è stata trovata "...in un vecchio quartiere. Con le scale buie che odorano di gatto, i gradini alti e pure un po' smangiati. All'ultimo piano, senza ascensore". Il tutto per sole cinquantamila lire al mese; pare proprio che la casa non costituisca un problema; più è vecchia, più è scomoda, più è maleodorante, più è "in" e quindi in proporzione gli affitti diventano irrisori. Pare poi che, imponendosi un po' di lavoro straordinario, si riesca anche a coprire tutta la casa di moquette, sia pure autoadesiva e finalmente "girare scalzi, leggere, fare all'amore, tutto sul pavimento".
Con un po' di fantasia si arreda la casa a base di cuscini foderati di ritagli di stoffa trovati "in quei negozietti in perenne stato fallimentare", cosa che sembra assai normale e con tutti questi cuscini si ottiene "insomma una vera cuccia, morbida morbida e con tutte quelle sete fruscianti che ti fanno venire i brividi". Il problema del letto viene risolto con un grande tavolato di legno che, pur essendo così spartano, è un letto che " toglie l'imbarazzo, che accorcia i tempi, che favorisce le conclusioni". L'armadio, indispensabile, ricoperto di manifesti "da quelli politici, a quelli sexy, a quelli ecologici".
Così la nostra protagonista è letteralmente orgogliosa della sua casa, ma si accorge che intanto lo stipendio, fra cuscini, stoffe, tavolate ecc...,si riduce notevolmente e il suo primo sfogo è "accidenti voglio farcela, nonostante i continui aumenti" e spiega ancora come mangiare senza abbuffarsi, in modo da non spendere in cibo superfluo. Dopo averci detto come si fa a vivere, piena di gioia, alla fine del mese si domanda se con gli ultimi spiccioli sia meglio comprare un giornale o prendere il tram, affermando che tutto ciò non l'angustia. Questa in sintesi la testimonianza di una donna "libera, moderna, indipendente". E se qualche volta questa testimonianza fosse parsa eccessivamente entusiastica, un trafiletto a parte conferma che secondo calcoli fatti non si può vivere con meno di 180.000 lire al mese per assicurarsi una bistecca, la luce, il gas, il telefono e naturalmente " la biancheria che la fa sentire più donna".
Da questo quadro desolante emerge con chiarezza in quale orizzonte vengono collocati i problemi reali che oggi si pongono ad una donna che non voglia identificare la sua vita con uno "status" subalterno e di secondo grado nella società e nelle sue istituzioni (famiglia, attività produttive ecc.). E' chiaro che da questo modo di porre i problemi, rimangono esclusi quelli assai più urgenti della realtà sociale ed economica in cui vive la donna italiana, escludendo da ogni considerazione per esempio, i problemi delle donne emarginate produttivamente, come quelli che si presentano alle donne che vivono nel Mezzogiorno.
Può sembrare che il pretesto di un articolo tutto sommato più ridicolo che dannoso sia esagerato per le conclusioni che se ne possono trarre; in realtà il problema da pura osservazione di costume diventa, come ho già detto, un problema assai più grave e cioè il modo in cui, attraverso i mezzi di informazione, si tende a legittimare quotidianamente l'attuale situazione delle donne in una visione sostanzialmente immobilistica e "di destra". Non voglio identificare una battaglia in favore dell'emancipazione reale della donna con il proporre modelli alternativi di comportamento, che significherebbe, tutto sommato, accettare sia pure in modo interlocutorio, la logica dominante in questo settore. Non a caso certe istanze più esagitate del femminismo più aggressivo sono accolte ben volentieri e recepite dall'industria culturale che se ne serve per nascondere i reali termini economici e politici in cui il problema si pone. Detto questo, però, non si può non ammettere che anche il rifiuto di un'attenzione passiva di certa cattiva letteratura rivolta al pubblico femminile e che rappresenta una delle fette di mercato più redditizie per la grande editoria, ha un suo peso non minimo. Anche per questo la lettura di squallidi articoli come quello citato, può avere una sua utilità se contribuisce a rendersi conto dell'esigenza ad un rinnovamento generale del modo di fare del giornalismo in Italia in cui le richieste che nascono dagli strati più subalterni della società godano di un' attenzione non mistificata.

Avanti! 9-10-1973

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