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I movimenti femminili oggi

Perché i vecchi schemi e pregiudizi non sono ancora stati superati? Una riflessione al di fuori della convenzionalità va aperta sulla situazione e sulla condizione dei movimenti femminili. Questa riflessione va condotta al di fuori di certi modelli di maniera che si esprimono in una divisione dei cliché interpretativi che attraversano chi si occupa di questi problemi proprio sulla base del sesso: da parte delle donne c'è una tendenza ad enfatizzare, comunque, il movimento femminista da parte degli uomini c'è la tendenza a considerarlo, senza dirlo esplicitamente, ormai morto e sepolto. Certo nessuno osa più mettere in dubbio la forza storica del movimento delle donne in tutte le sue articolazioni, né la crescita sociale alla quale hanno contribuito in gran misura. Ma non è detto che chi non comunica certi pensieri non li abbia. Aldilà di questi elementi del dibattito politico-culturale rimane il fatto grave che le donne stanno pagando come sempre i prezzi maggiori di crisi economiche e sociali; di disoccupazione, di emarginazione culturale e intellettuale. Nessuno sta dicendo in modo esplicito che la crisi economica ha certamente colpito tutti, ma in primo luogo i più deboli e cioè le donne e i giovani. Certo, oggi, le donne possono parlare di tutto, possono chiedere tutto, alcune di esse possono ottenere molto o tutto, ma avere libertà di parola non vuol dire sempre avere interlocutori attenti. Certo che le forze istituzionalmente e culturalmente interlocutrici dei movimenti femminili non possono, quanto meno, che ascoltare, alcune di queste forze, vedi in primo luogo il Partito socialista, non possono non farsi garanti di queste istanze e delle soluzioni da proporre e portare avanti. Ma, diciamoci la verità: l'impegno dei partiti, anche dei più aperti e avanzati, avviene oggi in contesti talora "ristretti" rispetto alla spinta reale in termini di produttività, socialità o cultura, rinnovamento, che, anche quando non rispondano a schemi tradizionalmente intesi come tali, il movimento delle donne possono esprimere. Probabilmente le responsabilità vano equamente divise. Il movimento delle donne in Italia, che si è manifestato all'inizio, in modo articolato e differenziato, ha avuto la capacità di trovare un'influenza e una rete di rapporti politici necessari per sviluppare con forza alcune battaglie fondamentali, vedi divorzio, aborto, solo per citarne alcune. Ogni volta però, che all'interno dei movimenti femminili le posizioni si sono divaricate, si sono invece prodotte pause deleterie. I movimenti femminili dei partiti hanno lavorato certamente in modo condizionato, mentre i gruppi esterni avevano una maggiore mobilità, ma né gli uni né gli altri, avrebbero ottenuto certe vittorie se non avessero avuto la capacità di confrontarsi e anche unirsi, nei movimenti necessari. La verità è che le donne, unite, sviluppano una forza sociale e politica così caratterizzata e così forte, che quando scendono in piazza colgono di sorpresa uno scetticismo ed una sottovalutazione permanenti. D'altra parte esistono anche forti chiusure; e se le donne scendono in piazza per l'8 marzo ciò viene considerata una cosa accettabile, ma se questo avvenisse, per esempio, sul problema dell'occupazione o del disarmo, diciamo la verità, probabilmente non ci sarebbe compiacimento e benevolenza, ma paura e rifiuto da parte di vasti settori di una società che rimane "maschile". Le donne non sono più solo movimento, ma forza sociale e politica d cui tenere conto non solo per alcune rivendicazioni. Non esiste, però, la corporazione femminile. Esiste una forza che si esprime e si confronta nella società avanzando al proprio interno forti differenziazioni politiche, sociali, culturali. Si è parlato spesso e troppo di riflusso. Il fatto è che il movimento femminile è stato erroneamente se non interpretato, vissuto dai più come "folklore" politico, che per manifestarsi e imporsi aveva bisogno di manifestazioni dirompenti e spettacolari. Nel momento in cui il movimento, più complessivamente, si è politicizzato, incanalato, assorbito, come era inevitabile, ed ha continuato a vivere in forme più attenuate e meno esasperate, immediatamente si è parlato della sua fine. In realtà ogni epoca ed ogni fase storica ha la sua peculiarità. Così come oggi sarebbe improponibile un movimento studentesco tipo '68, così è improponibile chiedere alle donne di mantenere schemi di lotta superati. Questo non vuol dire che né gli uni né le altre abbiano cessato di partecipare né di avere rivendicazioni aperte. I problemi politici che pone la legge sulla violenza sono avanti a noi così come il massiccio impegno che le donne hanno avuto intorno ad essi. Quindi né riflusso di donne nel privato, né morte di un movimento; solo, semmai, un diverso modo di partecipare più aderente ai tempi e ai problemi della realtà sociale e politica degli anni '80. Tutto questo va interpretato, secondo me, come un'evoluzione e non un'involuzione dei movimenti delle donne. D'involuzione, semmai, si può parlare più complessivamente. Le rappresentanze istituzionali, ad esempio, si sono allargate con la loro presenza, ma questo troppo spesso resta per lo più un segno di concessioni dall'altro, di gratificazioni corporative. Certo che molte donne hanno saputo imporsi e affermarsi, ma la condizione femminile rimane tuttora subalterna in questa società. Non serve fare il conto delle colpe. Serve una volontà precisa di collaborazione reale. Dall'altro lato esistono responsabilità della "cultura", necessariamente intesa tra virgolette, che continua o ricomincia a proporre immagini femminili segnate da una tradizione dura a morire. I mass-media sono troppo abituati a parlare delle donne politicizzate, culturalmente evolute, socialmente ricche. E' ovvio dirlo, ma conviene comunque farlo. La verità della condizione femminile non è quella di queste donne. Le donne oggi pesano socialmente di meno perché sono tra le più colpite, a livello di massa, dalla crisi e perché proprio la fine di una certa spettacolarità dei movimenti le porta a contare di meno. D'altra parte le "culture tradizionali" sono dure a morire. Nessuna di noi, per esempio, ha il coraggio di dire che le nostre battaglie si confrontano con una classe politica, fata per la maggioranza di uomini, che non ha posizioni individuali realmente evolute rispetto alle donne. Un conto è che l'opportunità politica costringa la classe politica a dare risposte che non siano impopolari e a tener conto di volontà espresse anche con forza, un conto è se individualmente l'uomo ci creda realmente. Ciò si riflette, poi, anche nell'impegno politico reale. Non voglio riproporre l'immagine del maschio cattivo e prevaricatore. Qui si tratta di cultura e di formazione individuale che non mi sembra affatto progredita nella stragrande maggioranza degli uomini, sia che siano operai, impiegati, intellettuali o politici. La verità è che l'uomo è ancora legato ad immagini stereotipate e a ruoli obsoleti del suo rapporto con la donna. Intorno a questa situazione di fondo ruotano molte culture e sottoculture, che poi si esprimono nelle forme più varie. Ogni donna ed ogni uomo può interpretare il suo privato come vuole, ma qui c'è un problema di cultura di massa, che è un fatto anche politico, che sta andando realmente verso un riflusso. Non si può fare della psicologia spicciola né si possono negare le spinte eterne che avvicinano e separano contemporaneamente l'uomo dalla donna. Però, invece di meravigliarsi si l'8 marzo scendono in piazza tante donne, sarebbe opportuno che si cominciasse a ritenere normale che le donne sono esseri pensanti, soggetti politici e individui su cui non operare scissioni schizofreniche nel privato e risposte riduttive sul piano politico. Certo non si sradicano "usanze e costumi", per così dire, all'improvviso e le donne sanno avere pazienza, ma, per favore, non meravigliamoci ancora se l'8 marzo siamo tante.

L'Avanti 1977

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