• facebook

Home » Chi siamo » Direttore editoriale » Editoriali » Ieri » L'anello venuto a mancare tra i partiti di sinistra e le fasce sociali emergenti
Condividi su  Facebook Condividi su  Twitter Consiglia la pagina

L'anello venuto a mancare tra i partiti di sinistra e le fasce sociali emergenti

Il dibattito post-elettorale e, soprattutto la grave crisi che attraversa i due maggiori partiti italiani, la Dc e il Pci, hanno messo in luce con evidenza il distacco che esiste tra la "politica" e la realtà sociale.
Non a caso la Democrazia Cristiana ha dimostrato di non essere in grado di offrire che un programma "tipo", buono cioè per essere presentato come piattaforma di trattativa piuttosto che per misurarsi con i reali problemi del paese. Così come, non a caso, il dibattito nel comitato centrale del Pci ha evidenziato lo scollamento tra la linea che questo partito ha perseguito e la domanda sociale. Ai dirigenti comunisti non sfugge, oggi, di avere sottovalutato le dimensioni e il carattere delle "novità" che percorrono le fasce popolari e di avere mancato alle aspirazioni di queste.

Se è logico che questi due partiti, puniti dal voto elettorale del 3-4 giugno, riesaminino in modo critico (da qui le spaccature e la spinta a rinnovare il gruppo dirigente, nella Dc, con una sterzata a destra; nel Pci con una richiesta di maggiore democrazia) i contenuti delle loro politiche, non esenti da questo processo autocritico devono restare gli altri partiti.
Nello specifico, il Partito Socialista, che ha registrato un sia pur modesto miglioramento della propria forza elettorale, deve tener presente le indicazioni emerse dalla società.
Credo che l'errore maggiore sarebbe quello di mantenere una posizione di forza (anche se oscillante), come terzo partito, basandosi su un elettorato tradizionalmente e stabilmente socialista, accontentandosi di raccattare poi frange che si staccano, di volta in volta, da questa o quell'altra formazione politica.
La prospettiva di una società alternativa, così come è stata delineata nello stesso progetto, scaturisce dalla necessità di fare i conti, prima ancora che con le altre forze politiche, con le forze reali del paese, le sole alle quali dobbiamo rendere conto storicamente dei nostri comportamenti.
Da qui nasce l'esigenza di trasformare in iniziativa politica la domanda, anche di protagonismo, che emerge da vasti strati sociali? Non solo da quelli più facilmente individuabili a definibili; ma anche da quella parte di società più emarginata e disgregata che brulica nelle aree urbane e nelle zone del meridione e che si convoglia politicamente (e troppo facilmente) nelle aree della protesta violenta o qualunquista.
In un paese che mantiene, per tanti aspetti, arretratezze straordinarie, la coscienza della soggettività, e quindi il rifiuto alla passività sociale e politica dell'individuo, è uno dei maggiori elementi di novità emergenti. Il movimento operaio, le forze della sinistra, partiti e sindacati, hanno contribuito a questo processo. Quale è l'anello di congiungimento che è venuto a mancare?
Le masse sociali e popolari non possono e non devono essere considerate la forza attraverso la quale far passare alcune scelte; sono queste scelte che, al contrario, devono essere fatte e mutuate in funzione di esse.
Fare, ad esempio, delle leggi che non rispecchino fino in fondo le esigenze espresse, farle passare attraverso mediazioni e mutilazioni che le privano ancor più deimotivi per cui sono state fatte, accettare passivamente la loro inapplicabilità e chiedere contemporaneamente la mobilitazione e l'impegno delle masse a sostegno di esse, è, più che miopia, incoscienza.
Come stupirsi dunque se poi dalla gente viene un riflusso e un rifiuto di fiducia alle forze politiche e istituzionali? Queste forze sociali non chiedono di essere filtrate o mediate, non vogliono essere interpretate, ma realmente rappresentate. Finché la pratica politica rimarrà una strategia proposta e successivamente imposta, questo incontro non avverrà mai.
L'esigenza di porsi, in modo rinnovato, dinanzi ai fatti corrisponde all'esigenza di costruire una politica che passi nella vita quotidiana, che si confronti realmente con i bisogni della gente.
La linea del PSI, scaturita dal 41° Congresso del partito e il progetto socialista, hanno indicato, con estrema chiarezza, i passaggi che riteniamo necessari nella pratica politica e sociale per arrivare a costruire quella società alternativa di cui si ravvisa sempre più il bisogno.
L'esigenza di dare stabilità al paese ci vide promotori di una iniziativa di un governo di unità nazionale che non ha dato i risultati sperati.
Basti ripensare alla violenza con cui il terrorismo ha proseguito la sua azione destabilizzatrice e alla situazione dell'economia italiana che ha retto grazie a processi economici perversi più che ad interventi di governo. L'incapacità del governo di dare risposte adeguate ah condotto le principali forze politiche a ritenere inevitabili le elezioni politiche anticipate, rimettendo cos il mandato di "decidere" sul come uscire dall'impasse (da loro stesse creato) alle forze sociali e all'elettorato in genere.
Il PSI fu allora contrario alle elezioni e fu accusato di perseguire bassi interessi di partito; i fatti oggi ci danno ragione. I risultati di queste elezioni, non hanno determinato orientamenti così netti da trasformare, in un senso o nell'altro il quadro politico, ma ha portato ad una situazione di maggiore incertezza e difficoltà.
Lo spostamento dei voti dalla Dc e dal Pci ad altre forze politiche danno il senso del ripensamento, della riflessione e dell'attesa? E' con queste aree di incertezza e con le forze che attualmente le rappresentano, che dobbiamo avviare oggi un confronto riprendendo la nostra identità di fondo, sancita dall'ultimo congresso, e che deve identificare ancora oggi nella autonomia e nell'alternativa.
Il partito, in queste elezioni, ha tenuto, ma non è andato avanti. Una delle ragioni sta nel fatto che anche noi siamo stati coinvolti nella valutazione negativa della politica degli ultimi due anni e mezzo e che certamente lo sdoppiamento tra elezioni politiche ed europee ci ha nociuto.
Accanto a questo dato a noi esterno, ci sono però anche nostri limiti e errori soggettivi che non vanno drammatizzati, ma corretti.
Mentre nell'elaborazione ideologica e culturale del partito (vedi "Mondoperaio"), il rapporto tra la problematica dell'autonomia socialista e la prospettiva dell'alternativa è stato sviluppato mantenendo un nesso tra questi due elementi, nella propaganda esterna questo legame si è perso e spesso c'è stata una accentuazione e un'estremizzazione dell'autonomia fine a se stessa, oppure proiettata unicamente in direzione dei partiti laici intermedi, nei confronti dei quali è giusto volgere una iniziativa politica, purchè essa non sia squilibrata e alternativa al rapporto con le forze della sinistra.
In sostanza il partito deve riprendere i punti di riferimento politici e ideali del congresso di Torino e l'elemento essenziale che dava ad essi consistenza, cioè il progetto socialista.
Il "progetto" contiene un'analisi della società e concrete indicazioni programmatiche proprio per ristabilire un rapporto dinamico con le forze sociali.
Riprendere la tematica del nesso autonomia-alternativa, fondarla sul progetto socialista e su un disegno di rinnovamento reale del partito, mi sembra un punto essenziale per la riflessione del nostro comitato centrale.

L'Avanti 19/07/ 1979

Chiedi informazioni Stampa la pagina