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RU 486 pretesto contro l'aborto

La sentenza emessa a suo tempo dalla Corte Suprema americana in materia di aborto riaprì nel nostro Paese conflitti di antica memoria che investivano i valori della famiglia, la moralità pubblica e la difesa della vita.
Ci parve ovvio, dopo anni di dibattito su questa opinione nel nostro Paese, che vide una lotta dura da parte del movimento delle donne, delle forze politiche progressiste e conservatrici e della Chiesa, che ci fosse un atteggiamento quasi unanime di condanna contro questa sentenza.

Anni lunghi, passati a dibattere, lottare, legiferare fino al ricorso al referendum con cui il nostro Paese si misurò vincendo una battaglia di grande civiltà e progresso. Certo ciò che avviene in America induceva a vigilare, affinché le forze più retrive, sconfitte in quella circostanza, non alzassero ancora una volta il vessillo della crociata, sulla scia di venti lontani.
Già nell'80, all'alba del referendum, molti, laici e cattolici da un lato, e il movimento delle donne dall'altro, convenivano sul fatto che l'aborto era (come è) un "male" da sottrarre alle pratiche clandestine, che non era questione di porsi in termini di schieramenti e che parla in termini di contrapposti integralismi non avrebbe prodotto che un indebolimento della legge vanificando anche la tutela di un problema di coscienza personale e la possibilità di una convivenza umana civile. La realtà cattolica italiana, anche di coloro che come credenti si proclamavano legati sul piano della fede e della propria coscienza al rifiuto dell'aborto non si posero al servizio di crociate oltranziste. Ma è già da tempo che nel nostro Paese si cerca di rispolverare il vessillo dell'"inno alla vita", colpevolizzando agli occhi dell'opinione pubblica donne e medici, dimenticando che esiste una legge dello Stato, che legifera in materia.
Forse è bene fare alcune brevi considerazioni. Le donne consono che l'ultima appendice di una resa dei conti; esse sono i piattelli su cui tirare per vincere. Tutte le battaglie portate avanti in quest'ultimo ventennio delle fasce più progressiste sia della società che della politica.
Il decennio '70-'80 ha prodotto una serie di leggi che hanno permesso alla donna di iniziare il lungo cammino dell'uguaglianza sociale; in quello in corso, ormai quasi da conclusione, esse hanno vinto la battaglia per la parità effettiva su molti fronti, conquistando ruoli di prestigio e potere contrattuale.
La rappresentanza femminile è cresciuta in alcuni settori in modo assai visibile. Le donne si sono attrezzate, sono più agguerrite, preparate professionalmente.
Ecco perché vedo una gran voglia di farle retrocedere, colpendole proprio nella sfera dei diritti privati; tentando di riprodurre una condizione di donne subalterna alla maternità come fine naturale ed inderogabile con tutte le conseguenze che conosciamo.
Certo è più facile sdegnarsi che provvedere ad interventi reali di politica di prevenzione dell'aborto attraverso la conoscenza e la diffusione dei metodi contraccettivi così come pure confrontarsi in positivo con le cause culturali, economiche e sociali che inducono all'aborto e impediscono una maternità responsabile come quella che è giusto sia vissuta dalla madre e dai figli che nasceranno. L'aborto è una drammatica questione senza data d'inizio e di fine; è una di quelle questioni che investono certo la morale sociale e quindi principi legislativi, ma ancora e soprattutto la sfera privata dell'individuo donna.
La storia insegna quanto difficile sia coniugare tutte queste esigenze, anche se sul problema aborto si è cercato di ottenere i risultati massimi di un tale compromesso.
Le occasioni per rimettere in discussione la questione in tutte le sue problematiche è colta da alcuni settori in modi esasperati e privi del senso della misura necessaria a qualsiasi dibattito, come sta avvenendo a proposito della pillola RU 486.
I concetti riproposti sono dissonanti con una evoluzione scientifica che in campo medico tende sempre più a ricercare cure semplificative ed indolori per l'individuo in qualsiasi circostanza; sarebbe grave settorializzare questo processo, impedendo alla medicina di essere usata in qualsiasi circostanza provata essa si renda utile e necessaria.

L'Avanti, novembre 1989

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