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Tre aspetti centrali della questione femminile dal '900 ad oggi

Il dibattito in corso, ormai da tempo, intorno alla questione femminile ha condotto, con diverse elaborazioni, italiane e straniere, ad un sempre maggiore approfondimento delle cause e motivazioni storiche, sociali, politiche ed economiche, dell'oppressione della donna nelle varie società. In questo senso un contributo viene fornito dall'ultimo numero della rivista " Problemi del socialismo" interamente dedicato alla "Questione femminile in Italia dal '900 ad oggi".
Particolare interesse, per i riferimenti storici di cui è denso, è il saggio curato da Sandra Puccini, che fa riferimento alla condizione socio-economica della donna nella società italiana tra '800 e '900. Il saggio tratta in particolare l'inserimento della donna nel mondo del lavoro; l'autrice si sofferma sulle caratteristiche e sulle conseguenze del lavoro extra-domestico nei confronti del ruolo della donna piccolo-borghere. In particolare a livello ideologico, "una delle preoccupazioni più sentite da coloro che ne fanno parte è di distinguersi dalle altre classi subalterne, prendendo il più possibile le distanze dal loro modo di vivere. Ciò si riflette anche sulla concezione che si ha della donna e del suo ruolo.
Proprio perché le donne del popolo hanno sempre lavorato, un tratto distintivo della piccola borghesia diviene quello di uniformarsi ai modelli culturali proposti ed incarnati dalla grande borghesia. E qui, la donna non lavora e non ha mai lavorato. Da questo deriva che la donna del ceto medio si aggrappa alle convenzioni che son ogli ultimi tratti distintivi dalle donne proletarie, fino a divenire esse stesse sostegno all'ideologia del fascismo. E, sottolinea l'autrice, "proprio quelle donne che i socialisti italiani speravano di vedere schierate accanto alle operaie e alle braccianti per marciare unite verso le stesse rivendicazioni e le medesimo lotte, saranno invece catturate, in un breve volger di anni, dal fascismo della retorica vuota e della "mistica della femminilità".
Nell'analizzare il lavoro femminile l'autrice osserva insieme alle condizioni economiche, le condizioni politico-sociali e la situazione, per così dire, privata. Dalla trasformazione della famiglia proletaria urbana alla configurazione di famiglia nucleare, personale e politico s'intrecciano, per l'autrice, a comporre il quadro della subalternità femminile, che si costituisce a livello sociale non meno che sul piano ideologico e si ribadisce e perpetua non solo nell'ambito del lavoro e dei rapporti sociali di potere, ma anche dentro il legame complesso che unisca uomo e donna nella relazione della coppia esaminando la concezione del rapporto uomo-donna nelle analisi socialiste e comuniste.
Un saggio di Enzo Santarelli dedicato al fascismo e alle ideologie antifemministe, parte da un'analisi tesa a comprendere ciò che realmente è accaduto alla questione femminile tra le due guerre. Il cambiamento che, in tal senso, portarono futurismo e nazionalismo e la fase di repressione culturale e psicologica cui le donne furono sottoposte dal fascismo, viene visto senza retorica e con estrema precisione di analisi, così come altrettanta chiarezza viene espressa nel descrivere i limiti ed il valore della lotta delle donne contro il fascismo.
L'importanza del ruolo dell'"UDI tra emancipazione e liberazione, 1943-1964", come conferma nel suo saggio Giulietta Ascoli, porta e riesaminare, soprattutto alla luce del ruolo che l'Associazione è venuta assumendo in questi ultimi anni, con senso di responsabilità politica e senso critico non solo la storia dell'UDI, ma i fini ed i metodi; "l'esame dei 20 anni successivi alla caduta del fascismo che costituisce la materia di questo studio dimostra come - non sempre in modo coerente e non senza delle fasi in cui l'associazione delle donne fece da supporto alla politica del Partito comunista e del Partito Socialista - la questione femminile venne riproposta in termini del tutto nuovi.
Avendo chiari determinati elementi: insufficienza dell'emancipazione persino negli strati "emancipati", marginalità sociale, oppressione sessuale, ruoli e famiglia, si può provare a dare una spiegazione strutturale a questa condizione della donna?
Con queste ed altre questioni Lidia Menapace affronta le cause strutturali del nuovo femminismo chiarendo immediatamente il ruolo maschile della politica e quindi dei partiti e della classe operaia, osservando come un partito che non colga la necessità di un'analisi profonda e quindi di un impegno diretto in questo senso possa "avere la strategia più globale che si possa immaginare, ma è ugualmente solo un'associazione corporativa, nella linea e nella pratica. Un'istituzione che non dentro di sé le donne non è universale, ma parziale".
A queste riflessioni fa seguito, precisando meglio le carenze, gli errori, i parallelismi tra movimento delle donne e movimento studentesco, Marie la Gramaglia col saggio "1968: il venir dopo e l'andar oltre del movimento femminista". Di notevole interesse inoltre il saggio di Nadia Fusini su "Fortune e sfortune dell'utopia femminista" e "Famiglia e condizione femminile" di S. Piccone-Stella e S. Stazzi.
Anche le riflessioni contenute in questo numero di problemi del socialismo mettono in evidenza come le donne, nella loro stratificazione sociale, hanno sempre costituito "oggetto" di una politica volta ad aggregarle al blocco dominante. In questo senso oggi che l'approfondimento storico sul fascismo mette in evidenza come esso non è stato soltanto forza bruta e repressione, ma anche propaganda e consenso risulta evidente che Mussolini (vedi anche il libro della Macciocchi La donna nera) ha sviluppato una politica per la donna, una politica tutta basata sull'amplificazione della peggiore tradizione (la donna come madre e come casalinga) ma che tuttavia ricercava organicamente il consenso delle masse femminili. A ben vedere, negli anni '40 e '50 questa operazione, in un contesto indubbiamente ben diverso, veniva ripetuta da De Gasperi, dalla Chiesa, dai vari microfoni di Dio.
Non c'è dubbio che il voto femminile è stato essenziale il 18 aprile del 1948: una situazione di passività e di subordinazione veniva utilizzata attraverso la religione e la paura dei "rossi". Oggi la situazione è molto diversa. Il femminismo esprime una crisi dei ruoli, tra uomo e donna nella famiglia e nella società. In questo senso esso esprime una degli elementi più potenzialmente "rivoluzionari" presente nella nostra società. E' però questo processo profondamente positivo non ha affatto uno sbocco precostituito in senso evolutivo. In primo luogo questa crescita culturale, psicologica e sociale della donna si scontra con una situazione oggettiva di crisi economica, che espelle le donne dal processo produttivo e le emargina in ruoli estremamente subordinati.
Le donne sono quindi parte di quella "seconda società" di cui ha parlato Asor Rosa con il rischio di una contrapposizione oggettivo e soggettiva al movimento operaio organizzato e proprio nel momento in cui c'è questo mutamento di orientamento e di collocazione di masse femminili ha durezza dei rapporti economico-sociali può creare una forte difficoltà nella loro aggregazione ad un nuovo blocco storico guidato dalla classe operaia. Nessun facile trionfalismo è dunque consentito di fronte alle novità emergenti del mondo femminile.
In secondo luogo c'è una logica "maschilista" del sistema politico, dei partiti, dei sindacati che rischia di respingere le donne e di creare situazioni di rigetto. Da questo punto di vista abbiamo visto come questi elementi di crisi sono emersi in tutti i partiti. Nella Dc le donne mantengono un ruolo subordinato e secondario, nel Pci il recente convegno della FGCI ha dimostrato l'esistenza di un'aria di disagio molto profonda, anche perché il carattere libertario e privo di schemi del femminismo è profondamente contraddittorio con il centralismo democratico. Le manifestazioni più clamorose e più significative, da questo punto di vista, sono emerse proprio tra i gruppi extraparlamentari: in Lotta Continua i gruppi femministi sono stati uno dei detonatori che hanno fatto esplodere il 2. Congresso e tensioni acutissime si sono manifestate anche in A.O. e nel Manifesto.
Ciò testimonia l'esistenza di una profonda difficoltà nel meccanismo politico e modificarsi per aprirsi alla nuova logica femminile, ma anche il rischio che continuamente corre il movimento femminista di sottrarsi ad ogni logica politica.
IL terzo elemento riguarda la crisi oggettiva che questo rifiuto della subordinazione interpersonale tra uomo e donna introduce nella famiglia. Accanto ad una crisi della donna, c'è oggi (vedi L'ultimo uomo, edito da Savelli) una crisi dell'uomo e più generale della famiglia che non può essere liquidata con facili battute. Sono problemi che stanno a cavallo, come suol dirsi, tra i personale e il politico, ma essi riguardano la vita, la sensibilità, gli interessi di milioni di uomini e di donne.
Su di essi sarebbe auspicabile che il PSI aprisse una riflessione attenta, evitando sia la tendenza ad importare del femminismo di terz'ordine sia quella di una sottovalutazione "politicista" di questo tipo di problemi.

L'Avanti 1977

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