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Le sfide del futuro. Senza i giovani non si vince

di Linda Laura Sabbadini

L'appello di Draghi di pochi giorni fa, autorevole e ultimativo, ha individuato due importanti parole chiave per il rilancio del Paese. Giovani e innovazione, uno snodo fondamentale, un binomio indissolubile.

Seicentomila occupati in meno da febbraio, il 47% della perdita di occupazione è giovanile, fino a 34 anni di età, il 53%, per la prima volta è femminile. I giovani non li pensa nessuno, sono sempre di meno. Anche grazie al clima sociale sfavorevole alla maternità e paternità, che ha fatto sì che mai si investisse su politiche di conciliazione e condivisione serie e che ci ha condannati ad essere un Paese a permanente bassa fecondità.

Essere meno significa anche contare meno, aver meno potere contrattuale e minore coscienza di sé sulla possibilità di incidere sul futuro del Paese. Bisogna, quindi, creare le condizioni perché il protagonismo giovanile possa affermarsi.

Affrontare il nodo giovani ha un'altra valenza importante, anche se non esplicitata. Significa fare i conti con tre questioni decisive. Primo: le gravi differenze di genere che anche tra i giovani esistono quanto ad accesso al lavoro, permanenza, retribuzione. Non a caso la differenza tra tassi di occupazione maschili e femminili è di 15 punti. Secondo: le gravi differenze territoriali tra Centro-Nord e Mezzogiorno. La differenza tra il tasso di occupazione dei 25-34enni del Nord e del Sud è pari a 32 punti. Terzo: la situazione degli immigrati o delle seconde generazioni e la loro integrazione, prima che la rabbia sociale esploda.

Centralità dei giovani significa necessariamente centralità dell'abbattimento delle diseguaglianze e forte investimento sulla crescita e valorizzazione delle loro competenze. Sono troppi i giovani con un basso titolo di studio rispetto ai coetanei europei, anche tra le donne.

Innovazione. Se non avviene un forte rinnovamento generazionale nel mercato del lavoro, stenteremo anche nell'innovazione, perché è proprio la popolazione occupata più avanzata in età la meno alfabetizzata informaticamente e più difficilmente riconvertibile in un mondo tecnologico dai cambiamenti velocissimi. Senza giovani o con pochi giovani non vinceremo le sfide delle nuove tecnologie, pagheremo prezzi altissimi della rivoluzione tecnologica nel mondo del lavoro. Questo è vero nella Pubblica amministrazione, in primis nella Sanità, ma anche nelle imprese. L'innovazione nel settore pubblico deve passare anche per un inserimento massiccio di giovani, che non dovranno sostituire pedissequamente vecchie professioni, ma essere l'avanguardia di un mutamento culturale e organizzativo trasversale con l'inserimento di nuovi profili professionali. Giovani donne e giovani uomini saranno fondamentali per lo sviluppo anche di innovazione sociale, per esempio di un sistema di servizi di cura basato su un welfare di prossimità che metta al centro la persona, con i suoi bisogni e le sue necessità, in un'ottica di integrazione sociale e sanitaria.

Tutto ciò va progettato con una visione strategica, epocale, mettendo in sinergia le migliori competenze del Paese, ricreando uno slancio collettivo, puntando sulle risorse femminili sempre troppo poco valorizzate, a differenza che in Europa, e sul terzo settore, spina dorsale del tessuto sociale. Non possiamo più sbagliare. Serve risvegliare un nuovo protagonismo di giovani, donne, soggetti sociali.

Serve essere al tempo stesso creativi, visionari, concreti.

Serve una squadra forte, fortissima, quanto a competenze e sostegno politico, per lanciare la vera sfida sul futuro, mettendo da parte le appartenenze e ponendo al primo posto il bene del Paese.

la Repubblica, 24/8/2020

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