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ELEZIONI AMERICANE: KAMALA HARRIS LA NUOVA FRONTIERA DELLA POLITICA AMERICANA

di Elisabetta Righi Iwanejko

IN OCCASIONE DELL' ELEZIONE DI KAMALA HARRIS ALLA VICE PRESIDENZA DEGLI USA RIPROPONIAMO QUEST'O ARTICOLO DA NOI PRECEDENTEMENTE PUBBLICATO

Kamala Harris è la prima donna afroamericana ad essere candidata alla vicepresidenza della Casa Bianca. È stata scelta dal democratico Joseph Biden che il 3 novembre proverà a strappare la Casa Bianca a Donald Trump. Donna da ammirare e da apprezzare. E da conoscere sono le sue gesta da procuratore generale dello stato della California. Non desidero raccontare la storia di una donna nera che è riuscita a farsi spazio tra gli scalini più alti della politica mondiale, ma riflettere su come la politica abbia il potere di cambiare davvero il mondo, partendo dai propri doveri: interpretare le esigenze del popolo e soddisfarle. E questa donna può rappresentare un grande riscatto per le donne americane e per quelle del mondo intero!
Gli afroamericani negli Usa sono tanti e sono compatti. Lo hanno dimostrato tanto che Biden ha interpretato l'esigenza di una fetta sostanziale di elettorato e li ha soddisfatti nel modo migliore: saranno rappresentati da una donna afroamericana.

Non è vero che la politica non può. La politica non vuole. Nostro è il diritto e nostro è il dovere alla ribellione. La senatrice Kamala Harris ha ricevuto ufficialmente nella terza serata della convention democratica la nomination per la vicepresidenza, segnando una tappa importante nella storia come prima donna che per le sue origini ricopre questa carica. Nel 2016, fu Hillary Clinton a rompere un altro soffitto di cristallo, anche se non quello più alto, diventando il primo candidato donna di un grande partito alla Casa Bianca. Lo hanno subito chiamato il 'Kamala day'. Alla convention democratica, la notte della storica nomination della 55enne senatrice californiana a vicepresidente, ha rappresentato una svolta storica, una 'pioneer', come il nome in codice scelto per il Secret Service che ora la protegge.

Per Kamala Harris, è stato il discorso politico più importante e difficile della sua carriera: ha dovuto mettere sotto accusa Donald Trump, illuminare l'immagine del "vecchio Joe", attrarre i voti delle donne e delle minoranze ma soprattutto conquistare gli elettori più progressisti ancora scettici anche su di lei e sul suo passato da procuratrice generale della California. Solo così può accreditarsi, in caso di vittoria, come la futura leader del partito per la Casa Bianca, evitando la fronda ideologica e generazionale di una sinistra che scalpita contro la vecchia guardia di leader ultrasettantenni e l'apertura a repubblicani antiabortisti come John Kasich o guerrafondai come Colin Powell. Nel suo discorso ha illustrato una nuova visione, quella di una nazione più inclusiva dove tutti sono i benvenuti, con le stesse opportunità e la stessa protezione secondo la legge.

Parla anche del bisogno di eleggere Joe Biden, mostrando il suo compagno nella corsa alle presidenziali come l'unico leader per questi tempi, mettendo in contrasto la fallimentare leadership di Donald Trump criticato aspramente sulla gestione della pandemia, facendo riferimento a un Paese in preda a un senso di "caos" e "incompetenza". "Possiamo fare meglio e meritiamo di più", ha aggiunto. Ma, ha avvertito promettendo la "verità", la "strada davanti a noi non sarà in discesa".

Harris ha fatto appello al voto denunciando "ostacoli e disinformazioni." La Harris, pur essendo una moderata, si è già spostata verso i liberal sponsorizzando dopo la morte di George Floyd e Breonna Taylor morti tra le mani di poliziotti, la riforma della polizia e sostenendo le proteste razziali.

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