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Testimoni 3: LA NECESSITA' DI CAMBIARE


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Le dichiarazioni che hanno reso alcune donne, sia pure in anonimato, messe a disposizione in occasione della ricorrenza del 25 Novembre, sono solo alcune delle molte altre fatte nel tempo finalizzate ad una raccolta editoriale che non si è mai realizzata.
Il motivo deriva dal fatto che ogni volta che questa proposta veniva diretta ad una casa editrice la risposta è stata di disinteresse con la spiegazione "non se ne può più né delle donne né del tema della violenza" o "ne è già stato scritto fin troppo" o ancora "non è produttivo editorialmente".
Forse in tempi di profonda crisi editoriale, le scelte s'impongono. Ci si rende conto che ogni ragionamento, ogni scrittura parziale e diretta ad un pubblico di nicchia, quali sono le persone interessate al fenomeno della violenza contro le donne, possa giustificare questa scelta. Eppure colpisce che una fetta culturale importante come quella editoriale mostri indifferenza, oserei dire disprezzo per quello che riguarda la tematica di genere. E non è un caso che molte belle penne femminili si adeguino nel tacerne.
La tematica della violenza viene descritta, denunciata, studiata da settori specializzati e per fortuna anche da alcuni gruppi di donne che si sono fatte carico di promuovere una riflessione politica di genere come gli Stati Generali delle Donne* e di un editore "illuminato", Andrea Ceriani, della KKIEN Publishing International* e della collana dedicata a promuovere questo lavoro.
L'importanza della diffusione di dati e riflessioni è necessaria per accrescere le conoscenze, sviluppare gli interessi collettivi, formare nuove coscienze e mettere le basi per le trasformazioni future che non sono solo quelle tecnologiche.
Con queste testimonianze, infine, si è voluto evidenziare che la violenza di genere non ha né tempo né luogo, confermare il disagio e la difficoltà di alcune ad agire nella sfera pubblica quanto, al contrario, dimostrare la volontà di esercitare un ruolo, una disponibilità a rovesciare gli schemi, a combattere.

Loredana S. 73 anni

Non ho subito violenze fisiche. Eppure oggi se mi guardo indietro mi sembra di essere una farfalla a cui abbiano tarpato le ali. Non c'è stata violenza fisica, ma tanti obblighi a cui non ho potuto sottrarmi che considero comunque una forma indiretta di essa. Credo di avere avuto una vita normale secondo i canoni e le tradizioni ancora più diffuse: matrimonio, figli, nipoti.
Se sono contenta? Se mi sento realizzata? Se si pensa che gli affetti per una donna siano l'unica via alla felicità si. Ho avuto un buon marito, i figli non hanno dato preoccupazioni che non fossero nella norma e i nipoti sono piccoli e come tali cuccioli amati.
Però io avevo dei sogni, avevo studiato, però quando la mia famiglia si è trovata in difficoltà economica non ho pensato neanche una volta di non fare la mia parte e ho cercato lavoro, quello che capitava e sono stata tanto umiliata. Poi ho conosciuto mio marito che ha imposto le sue regole e non mi è stato consentito di fare altro che ciò che lui decideva. Sono diventata moglie, amante e donna delle pulizie. Direi anche psicologa. Ero il luogo sicuro dove attraccare dopo i maremoti, era scontato che fossi indistruttibile. Con i figli ho fatto la madre senza distinguere giorni o notti, insegnante quando li aiutavo a fare i compiti, guardiana durante l'adolescenza, infine anche badante e infermiera per i nostri anziani. Un copione scritto da secoli che ho recitato da grande interprete. Ora sono sola ed ho una pensione di reversibilità che m'impone attenzione. Quando sento di donne ammazzate dai propri partner mi reputo fortunata ma anche che non si può accettare di vivere o di morire per volere altrui. Oggi so che la mia vita sarebbe potuta essere diversa. Sto insegnando ai miei nipoti il rispetto della volontà, la parità di genere, di sentirsi liberi interiormente e combattere tutte le ingiustizie perché è importante formarli da piccoli. Sono andata ed andrò alle manifestazioni pubbliche in cui anche la mia solitudine , insieme alle altre solitudini, può fare la differenza, può diventare forza.

Ginevra V. 34 anni

Il mio compagno mi ha picchiata. Devo dire altro? Perché? Cosa importa, erano motivi futili, potevamo risolverli con una litigata e finiva lì. Invece mi ha picchiata, mi ha spintonata, mi ha insultata. Non importa se aveva ragione o meno e non importa se mi amava. Quell'uomo mi ha usato violenza perché voleva avere ragione e la mia opinione non valeva niente. Mi ha detto che dovevo capire che io ero "roba" sua.
In ufficio mi hanno chiesto perché il polso fosse fasciato ma io non ho avuto il coraggio di raccontare la verità. Una mia collega mi ha avvicinata e lentamente mi ha fatto parlare. Di lei mi sono fidata. Mi ha confessato che le era successo una, due, tre volte fino a che non ha dovuto denunciare quell'uomo per allontanarlo dalla sua vita. Mi ha fatto capire che non ero sola, non ero debole, non ero obbligata a sopportare. Una donna non può accettare tutto per paura, non basta per proteggersi. Da allora sono riuscita a scegliere con maggiore sicurezza le relazioni con l'altro genere. Ho imparato a non chiudermi in me stessa e con la mia collega frequentiamo un gruppo di donne che si riunisce in un circolo di quartiere. All'inizio questi scambi d'idee mi parevano inutili ma ultimamente ci siamo messe a disposizione di altre associazioni che si occupano di donne maltrattate e diamo il nostro contributo. Insomma mi pare che in questo modo io possa fare la mia parte e soprattutto contribuire affinché a nessun'altra capiti quello che è capitato a me, alla mia collega ed ad altre che ho conosciuto.

Sofia M. 42 anni

Mi sono sempre difesa dagli stereotipi culturali su cui ancora si basa la nostra società. Ho partecipato a molte occasioni di denuncia collettiva contro la violenza. Insomma sono una donna consapevole e sicura. Eppure non sono mai riuscita a denunciare uno stalker che ha avvelenato due anni della mia vita. Era il padre di un'amica di mia figlia. All'inizio ho sopportato perché non volevo fare del male a sua moglie, a quella figlia. Ogni volta che l'incontravo sembrava per caso invece lui sapeva tutto di me, i mie orari e altro privato. Una volta l'ho trovato sotto casa mia, nel garage comune, e mi è venuto incontro come un esaltato. Ha tentato di stuprami e mi sono salvata perché è arrivata un'altra macchina. E' andato via sussurrandomi all'orecchio che sarebbe tornato. Ero sconvolta, dovevo andare immediatamente a denunciarlo ma nel frattempo è arrivata la telefonata di mio marito. Mi è crollato il mondo. Come avrei potuto interrompere quella normalità,quella serenità,la mia vita, il mio lavoro, il mio essere madre per l'ossessione malsana di quell'uomo? Ho vissuto nella paura fino a quando ho trovato il coraggio di raccontarlo,è scattata la denuncia, l'ho messo alle strette, la moglie lo ha lasciato . Non avrei voluto ma era quello il modo giusto e alla guerra si deve andare armati, sapere che bisogna difendersi per uscirne vivi. Bisogna denunciare, bisogna difendere il nostro sacrosanto diritto ad essere differenti ma uguali ed insegnarlo ai nostri figli.

*(https://www.statigeneralidelledonne.com/ )
*http://www.kkienpublishing.it/wpccategories/donne-ieri-oggi-domani-collections/)

pubblicato su DolsMagazine

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