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Donna non più in seconda fila sul mercato del lavoro

L'unità del 29 novembre scorso ha pubblicato un articolo di Livia Turco, della Sezione femminile del Pci, che mi porta a fare alcune riflessioni.
L'autrice dell'articolo fa riferimento al Piano decennale per l'occupazione presentato dal ministro del lavoro sostenendo che il documento contiene indirizzi programmatici che costituiscono nei fatti strumenti penalizzanti la domanda di lavoro delle donne auspicando, infine, un'unità di tute attorno ad obiettivi concreti per realizzare un "contrattualità politica" delle donne stesse.
Partendo da quest'ultima affermazione, mi pare che in Italia il movimento delle donne abbia agito esattamente in questa direzione, pur nella dialettica, partecipando al processo storico della "rivoluzione femminista" producendo coscienza e cultura diverse, sensibilizzazione sociale e politica, conquiste legislative.
E' pur vero che, nonostante una generica convinzione che si sia ormai in una condizione di parità rispetto agli uomini, la posizione delle donne, se guardiamo ad alcuni indicatori statistici, subisce ancora in modo diretto o indiretto una serie di discriminazioni che investono soprattutto il campo del lavoro.
Nel Piano si mette infatti in evidenza un tasso di disoccupazione femminile del 17% contro il 6,8% maschile; sul totale di disoccupati nel nostro Paese nel 1984 (2.391 mila) 1.377 mila sono donna, con un maggior tasso nel sud; 23,8% rispetto al 14,4% nel centro nord. Dati che confermano, quindi, uno degli aspetti più evidenti degli squilibri nel nostro mercato del lavoro, influenzato da una serie di fattori sociali, istituzionali e normativi (come sostiene il progetto) che, nel loro complesso, mostrano forti effetti di inerzia. Il problema principale che le donne hanno davanti è, quindi, quello di cercare le giuste e possibili soluzioni atte modificare la situazione sfavorevole del mercato del lavoro.
Passando alla prima affermazione, contenuta nell'articolo della Turco, va detto che essa è gratuita e giustificata solo da intenti polemici peraltro esplicitati nel titolo.
Gli indirizzi programmatici contenuti nel progetto non tendono a penalizzare la domanda di lavoro delle donne, a meno che non si guardi alle questioni del part-time e deal flessibilità con la vecchia ottica che questi istituti siano destinati per la "naturale vocazione" alla forza lavoro femminile.
Il progetto indica la riorganizzazione del mercato del lavoro in un'ottica di flessibilizzazione di esso nel senso di una diversa distribuzione del tempo di lavoro con riferimento alla vita complessiva dell'individuo ed in funzione delle opportunità di lavoro, in particolare per i soggetti deboli e nell'intento di rinnovare quei vincoli che, costituendo fattori di rigidità delle organizzazioni produttive, mortificano le potenzialità di quest'ultime.
E' vero, peraltro, che l'offerta del lavoro delle donne si fa sempre più rilevante e che si trova davanti una serie di ostacoli tradizionali e qualitativi che tendono ad incanalare il loro lavoro verso livelli professionali più bassi, soprattutto con l'emergere delle nuove tecnologie ed è perciò che la formazione e riqualificazione professionale delle donne vengono a costituire uno dei momenti centrali della questione ed un intervento finalizzato è necessario.
Nel Piano viene infatti sottolineata l'opportunità di un'azione organica di misure positive per rimuovere le cause strutturali dell'attuale stato di disparità, ai fini di contenere i fenomeni di disuguaglianza e di "cattivo" impiego delle risorse umane.
Il divieto di attuare pratiche discriminatorie in materia di lavoro e salariale; l'attivazione di azioni positive volte ad eliminare le prassi riguardanti la selezione all'entrata dei diversi segmenti di mercato di lavoro, i percorsi lavorativi, le remunerazioni, i licenziamenti che costituiscono delle discriminazioni indirette per le donne; interventi di orientamento e formazione al fine di aumentare la diversificazione delle scelte professionali delle donne nell'ambito delle attività di mercato; la creazione di servizi sociali in grado di soddisfare i nuovi bisogni delle donne a seconda delle diverse zone territoriali; misure in grado di favorire l'uguaglianza dei sessi nell'ambito del settore pubblico; l'attuazione di forme differenti, di gestione del tempo di lavoro che tenga conto delle caratteristiche dei diversi gruppi di offerenti di lavoro; misure che eliminino le varie forme di discriminazione-pregiudizio nel raggiungimento delle diverse forme di "potere" di decisione nei confronti delle donne.
In questi ambiti di azione che sono stati evidenziati dal Comitato nazionale per l'uguaglianza delle opportunità tra i sessi che opera presso il ministero del lavoro, dai programmi di intervento della CEE e dalle raccomandazioni dell'ONU alla Conferenza di Nairobi, il progetto indica i modi di intervento per un migliore impiego delle risorse nuove nell'ambito delle attività di mercato.
In questa direzione il ministro del lavoro ha indicato, nella seduta alla Camera del 20 novembre, la volontà di presentare un disegno di legge conseguente e di avere trovato la forma di finanziamento. Sarà questo un modo realistico e concreto di affrontare la via delle azioni positive.
L'autrice dell'articolo a cui mi riferisco fa riferimento ad esperienze di azioni positive in altri Paesi. Il problema, per noi, è quello di osservarle, giustamente, ma non di riproporle in modo meccanico; cercando, sì, di cogliere la logica complessiva di certe scelte e di certe azioni, per porsi la domanda se queste esperienze possono essere utilizzate, riproposte o modificate in base ad una realtà sociale-politica-economica originale.
Il Comitato nazionale per la parità delle lavoratrici approfondirà questo tema in un seminario di studio. In questa sede, per la precisione, verranno approfonditi i temi della segmentazione del mercato del lavoro e delle azioni positive come strumenti per il superamento della segregazione professionale, la formazione e lo sviluppo delle politiche di azioni positive nei vari Paesi, e saranno verniciate le finalità e le metodologie dei progetti italiani.
Una nuova ricomposizione tra "lavoro, vita familiare, impegno sociale e conoscenza" non può infine esaurirsi in una petizione di principio, ma deve darsi obiettivi e strumenti adeguati ed il Piano per una politica occupazionale per il prossimo decennio si muove, appunto, in questa direzione si muoverà la conferenza nazionale sull'occupazione femminile.

L'Avanti, dicembre 1985

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