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La donna dice basta di Chiara Valentini, Panorama 1975

C'è che l'ha battezzato il '68 delle donne. Le 20 mila femministe (ma secondo parecchi erano molte di più, trenta o quarantamila), che per cinque ore hanno sfilato per le vie di Roma, scandendo slogan battaglieri come "L'utero è mio e lo gestisco io" o "Non siamo macchine per la riproduzione ma donne in lotta per la liberazione", hanno segnato per il mondo maschile, per i politici, per l'opinione pubblica, una sorpresa violenta e la caduta di molte radicate convinzioni.
Prima tra tutte, proclama Dacia Maraini, femminista e scrittrice, "non è vero che quello delle donne sia un movimento di èlite, chiuso in una ristretta cerchia di iniziate. Con la marcia di Roma è nato il femminismo di massa". "Questa è la rivoluzione delle donne", ha dichiarato ancor più perentoria Lidia Menapace sul Manifesto. E Giuliana Nenni, la figlia del capo carismatico del PSI: "Non si era più visto niente di simile dal '47, dalle grandi manifestazioni per il diritto di voto alle donne. Solo che allora, a differenza di oggi, le fila della protesta le tenevano gli uomini".
Mistificato per anni, spesso messo in ridicolo, liquidato come moda o folclore, il femminismo italiano si sta prendendo la sua grande rivincita.
Intellettuale fino a ieri scettici, come il sociologo Francesco Alberini, scoprono la nascita del nuovo movimento, "la sua esperienza vissuta ed esaltante di liberazione e di apertura di una frontiera del possibile", e ne confrontano addirittura la carica rivoluzionaria con quella dei movimenti di indipendenza nazionale e con il marxismo. Politici tiepidi arrivano a dichiarare che "il femminismo è il fatto più importante che sia accaduto nella società italiana dai tempi della rivoluzione industriale" (l'affermazione è di Aldo Ajello della direzione nazionale del PSI).
Nato nel 1970 sull'esempio inglese e americano, circoscritto in principio in gruppetti esclusivi, il femminismo, in cinque anni, ha indubbiamente fatto passi da gigante. "Nei primi mesi ci riunivamo come cristiane nelle catacombe, in un piccolo seminterrato o su una terrazza, non più di un decina", ricorda Grazia Francescano, la direttrice di Effe, la più diffusa rivista femminista, che oggi è arrivata a una tiratura di 50 mila copie. "Non osavamo confessare di essere femministe perché subito la reazione era "puttane" o "lesbiche". Passavamo le nottate ad appiccicare manifesti sui muri di Roma. Gli uomini li leggevano da cima a fondo d poi li strappavano con rabbia metodica, pezzo dopo pezzo, fino a distruggerli completamente".
Irriconoscibile. Fin dall'inizio principi chiari: femminismo non voleva dire rivendicazione di diritti di parità con l'uomo, come nel movimento delle suffragette inglesi, ma era qualcosa di molto più profondo e complesso. Una specie di rivoluzione silenziosa, con cui si cercava di ricostruire l'immagine della donna, "cancellata e resa irriconoscibile dall'oppressione maschile".
Basato sull'incontro di più donne che si ritrovano insieme e sul rifiuto dei leader, il femminismo nei primi anni avevano praticato soprattutto l'autocoscienza: uno degli strumenti più originali inventati dal movimento, che vuol dire incontrarsi in un numero ristretto, il cosiddetto piccolo gruppo, per parlare di sé, delle proprie esperienze. "In questo modo, la routine quotidiana, il nostro privato in cui gli uomini ci hanno sempre relegato, diventa un fatto politico. Con l'autocoscienza si scopre che le storie delle donne si assomigliano tutte tra di loro. Si scopre la solidarietà, i nostri bisogni", avevano affermato fin dal primo momento le femministe. Era appunto questo rinchiudersi in piccoli circoli, oltre al rifiuto di ogni proselitismo, almeno nel senso tradizionale del termine, che aveva dato un'immagine quasi carbonara del movimento delle donne, che aveva fatto parlare molti di stravaganza, di moda importata dall'estero e destinata a esaurirsi in breve.
Invece il femminismo, dopo le prime difficoltà iniziali, si era silenziosamente diffuso a macchia d'olio. Attraverso una complicata serie di scissioni i due gruppi iniziali, quello ultraprotestatario di Rivolta femminile e ilpiù moderato Mld (Movimento di liberazione della donna), avevano dato vita a tutta una serie di sottogruppi e di collettivi. Si erano subito delineati due filoni che le prime storiche del movimento hanno definito con precisione: quello radicaleggiante, forte soprattutto a Milano, tenta di andare a fondo alle contraddizioni personali delle donne, al rapporto della donna con il proprio corpo, con l'uomo, con la sessualità; quello di ispirazione marxista, che si è rafforzato molto nell'ultimo anno, cerca invece di mettere d'accordo liberazione della donna e lotta di classe.
In realtà, dietro l'aridità di queste definizioni, si è sviluppato in questi anni tutto un mondo di fantasia e creatività, una specie di cultura ufficiale.
"E' uno spazio che è nato a poco a poco con l'autocoscienza", afferma Laura Remiddi, del Movimento femminista romano, l'avvocatessa che ha denunciato il file Life size alla magistratura. "Dopo aver acquistato sicurezza con la pratica del piccolo gruppo, le donne hanno sentito la necessità di portare fuori quel che avevano imparato, di applicarlo nella pratica, di crearsi propri spazi alternativi".
Cominciata all'inizio di quest'anno, l'uscita all'esterno del movimento femminista si è manifestata in modi diversi. Un'esigenza generale è stata quella di cominciare a mettere per iscritto le proprie esperienze, in riviste femministe: oggi ne escono un decina, da Effe, destinata a portare all'esterno i temi del movimento, a Rosa, Compagna, Se ben che siamo donne, Mezzo cielo, Sottosopra, che si dedicano soprattutto ad analisi teoriche. C'è stata tutta una fioritura di libri femministi, confessioni intime, poesie, diari di lavoro, testi teatrali, rappresentati nel teatro femminista della Maddalena di Roma o anche da gruppi minori, nati all'università Statale di Milano e in varie città di provincia.
Ma quel che ha segnato il maggior momento di coesione, che ha avvicinato nuovi strati di donne al femminismo, è stata la battaglia per il libero aborto. Che è stato visto non solo come un diritto civile, che lo Stato si ostina a negare, ma come strumento specifico di oppressione della donna da parte di chi ha il potere.
"L'aborto regolamentato è il segno più vistoso del controllo sul corpo della donna", sostiene con foga Armanda Guiducci, autrice di un libro di successo sulla condizione femminile, La mela e il serpente. "Il tabù dell'aborto è la prova più evidente dell'alienazione femminile. Trasformata in oggetto, la donna non può più decidere di se stessa, della sua vita. Altri continuano a scegliere per lei".
E' stato con questa convinzione di fondo che centinaia di femministe, uscite dall'esperienza del piccolo gruppo, si sono buttate all'esterno, nella raccolta di firme per il referendum sull'aborto che hanno cominciato a mescolarsi alle donne dei quartieri, alle operaie delle fabbriche. Sono nati così, soprattutto a Roma e a Milano, i nuovi collettivi di quartiere, dove si affrontano in concreto, in chiave femminista, i problemi delle donna, della sua salute, della sua sessualità.
Piaga. Per il movimento delle donne l'aborto non è mai stato visto come una conquista, ma come un momento doloroso, una piaga contro cui combattere. E' un'idea sintetizzata nello slogan: "Vogliamo l'aborto ma non vogliamo abortire", e che trova già un'applicazione pratica nei primi ambulatori autogestiti.
"I consultori stanno diventando i primi centri della nostra organizzazione rivoluzionaria", sostiene Luciana di Lello, del collettivo femminista comunista di Roma, che assieme ad altre militanti ha messo in piedi nel vecchio quartiere popolare di San Lorenzo un Centro della donna. Qui, come negli ambulatori di quartiere della Bovina a Milano, nei consultori di Bergamo, di Brescia, di Piacenza, le femministe insegnano alle altre donne il self-help, cioò la visita ginecologica che la donna di fa da sola, per avere un controllo diretto del proprio corpo, dei propri organi sessuali. Distribuiscono manuali sugli anticoncenzionali, cercano di dare un volto alla nuova medicina della donna.
A Roma, negli ultimi mesi, si è andati ancora più in là- Otto gruppi femministi si sono messi assieme nel Crac, Comitato romano aborto e contraccezione, che ha organizzato la marcia per l'aborto e, alla fine della manifestazione, ha dato un annuncio clamoroso; quello della nascita di nuclei di lavoro, in cui le donne praticano direttamente l'aborto gratis, con il metodo Barman. Clandestini fino al 6 dicembre, i nuclei del Crac, a differenza del Cisa, l'altro centro per l'aborto legato ai radicali, fanno dell'operazione aborto un momento della presa di coscienza femminista.
"Si comincia con una visita collettiva delle donne, con il metodo del self-help", spiega una delle organizzatrici. "Poi, in una riunione successiva, una specie di seduta di autocoscienza, le donne analizzano insieme i motivi per cui sono rimaste incinte, perché non sono in grado di accettare la maternità. Il terzo momento è quello dell'operazione: si svolge in grande semplicità con il metodo Barman. La donna, sveglia, controlla quello che sta succedendo, parla con chi esegue l'intervento". Chi abortisce nei nuclei, spesso si trasforma in attivista, torna per aiutare altre donne.
Se il femminismo romano è uscito all'esterno sugli ambulatori e sull'aborto, quello milanese ha trovato un suo volto caratteristico nell'organizzazione in fabbrica. Sono state soprattutto le ragazze legate ai gruppi più politicizzati che hanno cominciato a organizzare, in piccole e medie aziende, gruppi di donne.
I primi tentativi, come quello alla Face Standard, alla Ibm, alla Philips, si sono allargati a poco a poco a decine di altre fabbriche. Le donne si ritrovano nell'orario di mensa, formano gruppi di autocoscienza nei vari reparti, discutono il doppio sfruttamento, in fabbrica e in casa, a cui è sottoposta che lavora. E' una specie di sindacalizzazione selvaggia, slegata da ogni controllo, che ha lasciato a bocca aperta le organizzazioni ufficiali.
La prima a passare al contrattacco è stata la Cisl, che ha promosso all'interno dei consigli di fabbrica commissioni femminili composte da sole lavoratrici. "Effettivamente, dal tempo delle lotte del '54 per la parità salariale tra uomini e donne, il sindacato non aveva fatto più niente di specifico per le lavoratrici", ammette Renata Giorgetti della Cisl milanese.
Se il ciclone femminista per ora ha solo sfiorato il Pci,l'Udi, l'organizzazione femminile della sinistra ufficiale, ne è già stata investita soprattutto in tema di aborto. Le sue esponenti si sono schierate a favore dell'aborto libero e gratuito e una delle dirigenti romane, Luciana Viviani, ha pubblicato una lettera aperta su Paese sera per sostenere il diritto all'autodeterminazione delle donne.
La crisi è invece scoppiata con violenza nei gruppi di sinistra extraparlamentare. Le prime avvisaglie si erano già annunciate l'anno scorso, con libri come Compagno padrone, dove si esaminava come la subordinazione della donna, "l'angelo del ciclostile", "la forzata del volantino", esistesse anche nei gruppi della nuova sinistra. Quando i primi collettivi femministi, legati al Manifesto, si erano staccati dall'organizzazione, rivendicando una completa autonomia, gli altri gruppi erano corsi ai ripari. Avanguardia operaia e Lotta continua avevano creato commissioni femminili, avevano dedicato articoli e discorsi alla liberazione delle donne.
"In realtà la nostra autonomia era stata accettata solo a parole", afferma una femminista romana. Se ne è avuta una riprova clamorosa proprio alla manifestazione per l'aborto a Roma, dove alcuni militanti di Lotta continua avevano cercato di inserirsi a forza con i loro striscioni nel corteo delle donne, mandando all'ospedale con due costole rotte una ragazza che aveva cercato di opporsi.
Ripulsa. L'episodio ha parto una crisi profonda all'interno di Lc. Dopo una votazione drammatica, le donne della federazione milanese sono riuscite a far passare, a stretta maggioranza, un documento in cui si chiedono le dimissioni della segreteria romana, una censura grave a quella nazionale e il processo popolare ai colpevoli. Il problema verrà discusso, per 10 giorni consecutivi, in tutte le sezioni e sull'autonomia delle donne si farà anche un convegno nazionale a gennaio.
"In realtà episodi come quello di Roma dimostrano una cosa sola", afferma Dacia Maraini. "Il disagio, la rabbia spesso inconscia con cui il mondo degli uomini, anche i più avanzati, reagisce al montare del femminismo".
E' a questa ripulsa spesso inconsapevole che sarebbe anche da ricollegare la violenza che sta dilagando contro le donne. "Stupri, scippi, aggressioni spesso sono una risposta del mondo maschile alla fine dei suoi privilegi", sostiene Dacia Maraini. Per questo il movimento femminista, già da qualche mese, ha cominciato a prendere in esame in modo sistematico la violenza che si scatena contro le donne, traendo da questo esame conclusioni drammatiche.
Anche in questo campo però non ci si è limitati alle denunce e agli studi statistici (raccolti in un numero unico di Effe), ma si sono cercati strumenti più diretti, più vicini alla pratica femminista. Come l'autodenuncia di violenze carnali e sevizie di vario genere che molte femministe hanno fatto al microfono, davanti a una folla di curiosi in piazza Navona a Roma, durante la manifestazione di protesta per Rosaria Lopez, la ragazza ammazzata in settembre al Circeo.
Anche personaggi famosi, come Dacia Maraini, hanno raccontato di essere violentate, come avevano reagito, quel che era cambiato nella loro vita. "E' la pratica dell'autocoscienza uscita dal piccolo gruppo, che si trasforma in denuncia pubblica, con una forza d'impatto eccezionale", affermano le femministe romane.
Questa coscienza di poter contare, di riuscire ormai a trasformare se stesse e la realtà esterna, si va facendo sempre più strada nel movimento delle donne. "Ormai le donne cominciano a ritrovare una loro esistenza autonoma come individui, non più legate ai ruoli di moglie, madre, figlia, sorella in cui le incasellava la società", afferma Lea Meandri, una delle più battagliere femministe milanese: con un pugno di compagne è riuscita nei giorni scorsi a scatenare il caos al convegno di psicoanalisi su sessualità e politica, "dove ancora una volta chi vive l'oppressione sessuale in prima persona doveva essere solo un oggetto di dotte relazioni".
Sempre più collegate tra loro, con sedi che funzionano a tempo pieno, con propri teatri, librerie, con una profonda cultura differenziata da quella maschile, quali obiettivi si propongono per il futuro le femministe? "Lo scopo finale è il recupero dell'identità della donna", sostiene Dacia Maraini. "Ma per arrivarci bisogna passare attraverso molti obiettivi intermedi". Il primo, sostengono molte, è la liberazione della sessualità femminile, negata e repressa dagli uomini: su questo argomento sta studiando un collettivo milanese legato alla psicoanalisi, quello di via Cherubini.
Un altro cavallo di battaglia è quello del riconoscimento del lavoro domestico, a cui si dedica in Italia, a tempo pieno, l'83% delle donne. Qui il movimento è diviso tra chi ne vorrebbe l'abolizione, come l'Mld autonomo, che propone di affidare alla società il lavoro domestico creando asili nido a tempo pieno, mense, lavanderie, squadre di pulizia pubbliche e gratuite che si spostino di casa in casa.
Altre invece, come le donne del Comitato triveneto, con lo slogan "Le donne escono dalle cucine, attenti padroni per voi sarà la fine", si battono perché le casalinghe, come i dipendenti statali, ricevano un regolare stipendio e abbiano diritto di pensione.
"Un movimento che no potrà mai assomigliare neppure alla lontana a un partito, ma che è destinato a diventare sempre di più un punto di riferimento per le donne, profondamente a disagio in una società che le emargina, in una famiglia che le opprime e in cui nessuno crede più", afferma Armanda Guiducci.
Il femminismo sarebbe quindi solo la parte organizzata di qualcosa di molto più vasto, di una specie di movimento in costruzione. "Ed è proprio per questo", dice chi crede a questa tesi, "che oggi il movimento delle donne avanza rivendicazioni così diverse, ha tante facce. Sta ricercando, lentamente, la sua unità".


Commento

Chiara Valentini, una delle più note giornaliste del settimanale Panorama, illustra in questo articolo, im nodo assolutamente veritiero e compiuto il percorso del movimento femminista di quegli anni.
Un pezzo di giornalismo sicuramente utile a chi volesse rileggere le cose di quel periodo, a chi avesse bisogno di una ricerca storica ed un modo per ricordare per tutte le altre...di quella stagione.

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