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Transizione ecologica e sviluppo sostenibile: termini, evoluzione, strategie e variabile di genere

Gilda Gallerati - Presidente Cug del Mise

Nei primi anni 2000, tra le nebbie di Totnes, villaggio a sud-ovest del Regno Unito, e di Kinsale, in Irlanda, prendono vita i primi movimenti di "transizione ecologica" al ritmo del glocal: "pensare globalmente, agire localmente".
Questi piccoli gruppi di azione, nati con l'obiettivo di preparare le comunità ad affrontare la doppia sfida del riscaldamento globale e del picco del petrolio, in verità erano già il primo risultato di un processo evolutivo che attingeva alle riflessioni emerse nel 1972 con il Rapporto Meadows.
Lo studio in questione, pubblicato da Donella Meadows e realizzato grazie al MIT, offre una analisi dei possibili rischi ecologici determinati dalla rapida crescita economica e demografica mondiale, e sottolinea la necessità di una "transizione da un modello di crescita a uno di equilibrio globale".
Il suo merito è certamente stato quello di aver introdotto il concetto di limite nello sviluppo economico ed aver incentivato l'uso delle fonti energetiche rinnovabili o alternative alle risorse fossili. Negli anni a venire il concetto di sviluppo sostenibile è stato accompagnato a quelli di economia circolare, di crescita verde, quindi a quelle possibili strategie di transizione ecologica, basate soprattutto sull'etica della responsabilità e sulla sfida al climate change.
Per la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il Green Deal è un mantra, oltre che una condizionalità inserita nel Recovery Fund, e l'obiettivo da seguire è quello che punta alla "neutralità climatica" (azzeramento delle emissioni di CO2) entro il 2050.

In Europa il percorso da fare dovrebbe essere comune ai 27 paesi dell'UE, tuttavia ognuno di questi ha approcci diversi alle politiche ecologiche ed una politica energetica differente. Nei Paesi Bassi, all'inizio degli anni 2000, vengono avviate le prime ricerche sull'innovazione sistemica o sociotecnica dei modelli energetici della transizione ecologica e la questione viene affrontata in termini di processo trasformativo "da un regime di equilibrio ad un altro".
In Francia, la nozione di transizione ecologica ed energetica è stata introdotta a partire dal 2012, con la creazione del Consiglio Nazionale di Transizione Ecologica, rafforzata quindi dalla legge del 2014 relativa alla transizione energetica per la crescita del verde e dalla Strategia Nazionale di Transizione Ecologica verso lo Sviluppo Sostenibile degli anni 2015-2020. Quella francese è una visione che tende a rilocalizzare l'economia, soprattutto la produzione e il consumo, per ridurre al minimo la dipendenza da combustibili fossili, per ripensare i territori, le governance, i legami sociali. Dal 2020 il ministero dell'Ambiente, poi divenuto dell'Ecologia, è stato ribattezzato Ministero della Transizione ecologica ed è guidato da Barbara Pompili.

La mission del Dicastero ruota su alcuni assi portanti che comprendono: ambiente, sviluppo sostenibile, tecnologie verdi, transizione energetica, energia, clima, prevenzione dei rischi naturali e tecnologici, sicurezza industriale, dei trasporti e delle infrastrutture. Di fatto, si tratta di competenze trasversali che sottolineano l'importanza di un'economia basata sulla sostenibilità. In Spagna, il vecchio Ministero dell'ambiente ormai si chiama Ministero per la Transizione ecologica e la Sfida demografica (Miteco). Anche in questo caso, come accade in Francia, le competenze riguardano sia le materie strettamente ambientali che economiche. Dal 2020 è guidato dalla socialista Teresa Ribera Rodriguez che si occupa di lotta al cambiamento climatico, prevenzione delle contaminazioni, protezione del patrimonio naturale, della biodiversità, dei boschi, del mare, dell'acqua verso la transizione energetica a un modello produttivo e sociale più ecologico, attendo alle questioni demografiche e di spopolamento dei territori.
Due sono i principali obiettivi assunti al momento dell'insediamento nel 2018: portare al Congresso una legge sui cambiamenti climatici ed elaborare un piano energetico fino al 2028. Tra i paesi che fanno parte dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), la Svezia risulta leader nella transizione energetica grazie a politiche di mercato che si concentrano sull'efficienza energetica e sulle energie rinnovabili, oltre che sulla tassazione delle emissioni di CO2, che sembra aver contribuito a guidare la decarbonizzazione in diversi settori.

Nel 2020 la Svezia ha avuto un bilancio "verde" stimato in 65 punti percentuali di differenza tra la produzione di energia elettrica derivante da risorse rinnovabili (67,6%) e quella proveniente da combustibili fossili (2,2%), assicurandosi dunque il primato europeo e facendo meglio anche dell'Austria, che si "ferma" a 58,5 di delta tra le due categorie esaminate (rispettivamente 79,3% e 20,7%). Gli obiettivi ambiziosi che si è data la Svezia puntano a zero emissioni nette entro il 2045 e ad una produzione di elettricità rinnovabile al 100% entro il 2040, obiettivi su cui l'IEA chiede di valutare attentamente la effettiva raggiungibilità nonché le implicazioni per la stabilità della rete e la sicurezza dell'approvvigionamento. La Danimarca, terza per la differenza in punti percentuali (56,4), è forse l'esempio più lampante di come sia possibile compiere una transizione significativa anche nell'arco di soli venti anni, considerando che all'inizio del millennio il valore era pari a -69,1 per via di un impatto dei combustibili fossili responsabile dell'84,5% percento della produzione elettrica, ridotto invece a poco più del 20% nello scorso anno. Al contrario, Paesi come Malta – caratterizzata dalla peggior differenza in termini percentuali pari a -79,8 – a cui poi fanno seguito Cipro (-77,6) e Polonia (-66,2), sono gli unici tre casi con disavanzo superiore ai cinquanta punti percentuali. Ma veniamo all'Italia, che in questo contesto si colloca circa a metà di una ipotetica classifica dei Paesi UE, a fronte del 56,8% di energia elettrica prodotta da combustili fossili e del 43,2% derivante da risorse rinnovabili. Di contro, per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 fissati dalla Commissione Europea al 2030, bisognerà portare il 70% circa di fonti rinnovabili sulla rete elettrica, mentre l'attuale Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) prevede solo il 55%. Fatte dunque le dovute differenze, in ogni caso la transizione va letta ed interpretata come una riconfigurazione e trasformazione culturale a tutti i livelli ed in tutti i settori, che coinvolge le fonti energetiche, l'agricoltura e l'economia circolare, la mobilità, la tutela dell'ambiente, della biodiversità e dell'intero ecosistema.

In questa direzione sembra dirigersi l'attuale Governo italiano che ha istituito due nuovi Dicasteri: il Ministero per la Transizione ecologica (terreno fertile per le politiche ambientali, energetiche, della mobilità sostenibile) e il Ministero della transizione digitale (per lo sviluppo innovativo e sostenibile della digitalizzazione al servizio dell'umanità, dell'ambiente e dell'economia). La road map governativa sembra, inoltre, puntare alla forte interconnessione tra queste amministrazioni e le governance delle infrastrutture, dell'agricoltura, dello sviluppo imprenditoriale, delle politiche estere.
Tuttavia, il tema delle ricadute di genere, indicato come trasversale alle misure di ripresa e resilienza, resta relegato ad una trasversalità fittizia, priva di una valutazione sull'efficacia degli obiettivi. Altresì alcune considerazioni specifiche meritano proprio le ricadute di genere della transizione ecologica e dello sviluppo sostenibile, sia in termini di contributo progettuale delle donne che della loro particolare vulnerabilità ai cambiamenti climatici, alle politiche energetiche. Pensiamo alle nostre città, che possono svolgere un ruolo essenziale in termini di inclusione sociale, di rispetto delle diverse esigenze e di contrasto alle disuguaglianze, ma che sempre più spesso adottano governance neutre.
Ad esmpio, i meccanismi di progettazione di alcuni servizi pubblici - dalla manutenzione delle strade in inverno alla programmazione del trasporto pubblico locale - non tengono conto di dati disaggregati per genere. Nonostante le donne siano le principali utenti dei trasporti pubblici, questi non sono progettati per loro, mentre sono tendenzialmente pensati per privilegiare le esigenze esclusivamente "lavorative", sia dal punto di vista degli orari che dei percorsi (che, molto spesso convergono dalle periferie verso il centro cittadino). Il risultato è che i movimenti connessi con il lavoro di cura e parentale, perlopiù non connesso con spostamenti dalla periferia al centro, non avesse la stessa importanza.

La mobilità delle donne è spesso caratterizzata dal cosiddetto trip-chaining (più tappe concatenate, magari di diversa natura, in vari punti della periferia e del centro cittadino). A questo si aggiunga la variabile della condizione socioeconomica: i disagi della mobilità e del trasporto pubblico locale affliggono maggiormente le donne che appartengono a fasce di popolazione meno abbienti, poiché è più probabile che utilizzino i mezzi pubblici e che svolgano in prima persona il lavoro di cura. Dunque le politiche di incremento dei mezzi pubblici non hanno ricadute solo sulla mobilità sostenibile, ma anche sulle politiche sociali e di contrasto anche alle disuguaglianze di genere.
Tenere conto delle esigenze di cura nella progettazione di tempi e percorsi può inoltre portare benefici in termini di conciliazione tra vita e lavoro per chiunque si faccia carico del lavoro di cura. Nell'affrontare il tema della mobilità sostenibile bisogna evitare la strada della generalizzazione e della radicale contrapposizione tra i diversi utenti della strada: anche gli automobilisti usano la bicicletta, anche gli uomini si fanno carico del lavoro di cura, anche le donne hanno esigenze lavorative, e queste ultime non sono necessariamente incompatibili con le esigenze di cura. Tuttavia, in un'ottica di sostenibilità e di equità, dobbiamo ridisegnare i nostri spazi e percorsi urbani in modo più inclusivo e rispettoso dei reali bisogni e stili di vita di tutti e tutte. Un altro tema che diventa fondamentale per la sostenibilità e che vede centrale il ruolo delle donne è quello collegato all'agricoltura, al quale le imprenditrici possono contribuire in termini di lotta ai cambiamenti climatici, di riforestazione e ripristino della biodiversità, di produzione di piante per l'industria farmaceutica ed erboristica, di cura del paesaggio come di recupero dei territori degradati, in linea con le strategia Farm to Fork e Biodiversity del Next Generation EU. In tal senso il Piano nazionale di ripresa e resilienza può rappresentare una grande opportunità anche per sostenere progetti di ricerca sulla filiera tessile sostenibile, per la produzione, quindi, di fibre vegetali destinate ai tessuti e di piante tintorie per la colorazione naturale, fino all'anello della catena della moda Made in Italy.

Infine, meritano una particolare attenzione le ricadute della "rivoluzione digitale" sulla componente femminile, anche considerato che tra i 40 e i 160 milioni di donne entro il 2030 si ritroveranno a cambiare lavoro o a dover aggiornare le proprie competenze all'interno della propria posizione: un numero che rappresenta una sfida a livello globale in termini di integrazione femminile nell'economia del lavoro. Sebbene i lavori del futuro siano concentrati al 60% in settori oggi dominati dagli uomini, dalla programmazione alla sicurezza informatica, dalla robotica all'intelligenza artificiale, le donne dovranno essere messe in condizione di esprimere capacità e competenze idonee per inserirsi a pieno titolo in questi contesti, dato che le nuove tecnologie nei prossimi anni offriranno un buon 20% di posizioni lavorative in più per le donne.

9, marzo 2021

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