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Dalla parte delle donne, contro stalking e femminicidi

di Carlo Lucarelli



La lotta contro questi reati ha fatto passi avanti. Ma manca ancora una rivoluzione culturale. "C.C., di anni 23, è vittima di stalking da quando aveva 15 anni. Il suo persecutore, G.S., di anni 27, l'ha adocchiata nel 2009 e, non essendo mai stato corrisposto nei suoi sentimenti, l'ha pedinata, tormentata tramite i social network, le ha inviato migliaia di messaggi e decine di video a contenuto pornografico, l'ha continuamente ed esplicitamente minacciata di violenza sessuale e in alcune occasioni l'ha anche avvicinata fisicamente, con poco successo perché la giovane, ormai da 8 anni, è sempre e necessariamente scortata dal padre nei suoi spostamenti".

Ho la fortuna di fare tante cose e anche molto belle, e una di quelle che più mi piacciono è lavorare per la Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati. Stanziamo dei fondi, molto in fretta, per aiutare chi si trova in difficoltà, con la logica che i risarcimenti arriveranno dopo tanti anni e l'assassino, per esempio, finirà in galera; ma intanto la moglie del tabaccaio ucciso in una rapina la spesa la deve fare fin dal giorno dopo. O la moglie vittima di violenza con i figli pagare l'affitto di un posto in cui stare. O i bambini resi orfani da un omicidio-suicidio affidati alla nonna avere una terapia di sostegno che costa un po' di più. O, tutti, hanno bisogno anche solo di un segno di solidarietà. Così arrivano da parte dei sindaci richieste come quella di C.C., arrivataci nel 2017, che sto citando letteralmente.

"In questi lunghi anni C. ha querelato più e più volte lo stalker, il quale è stato ripetutamente condannato. I periodi di effettiva detenzione sono stati molto ridotti in quanto, trattandosi di reati fin troppo dimostrati, il difensore ha sempre chiesto il rito abbreviato e questo ha assicurato uno sconto di pena. Nessun provvedimento giudiziario è mai riuscito a fermarlo. I divieti di avvicinamento sono sempre stati ignorati, tanto che le sentenze di condanna constatano l'incapacità di G. a riconoscere la gravità delle sue azioni e la sua pericolosità sociale".

Abbiamo fatto grandi passi dal punto di vista giudiziario e anche da quello della preparazione professionale delle forze dell'ordine nel campo della violenza di genere da quando non esistevano parole come femminicidio, e quello che poi sarebbe diventatato il reato di stalking si rarefaceva in una nebulosa di mi telefona, mi segue, mi minaccia a cui corrispondeva spesso un rassicurante cosa vuole che sia, gli passerà. Succede ancora, certo, e lo abbiamo visto anche di recente. Ma anche quando le cose funzionano bene, evidentemente ancora non basta.

"Attualmente G.S. è detenuto in misura cautelare ma la sua scarcerazione è imminente. C.C. ha 23 anni e ha ancora paura".

Forse perché gli strumenti giudiziari e polizieschi, pur in una continua, necessaria e sempre più decisa evoluzione, non basteranno mai da soli se non esisterà anche una cultura della non-violenza di genere che parte prima di tutto dagli uomini. Forse.

Alla fine, esaminato il caso di C.C., abbiamo stanziato dei fondi per aiutarla, come richiesto nell'istanza, a ricostruire la sua vita. All'estero. Per mettere più distanza possibile tra lei e G.S., evitando così un sicuro, prossimo, ennesimo femminicidio. E questa è una sconfitta di tutta la società, che fa di questa vicenda, anche se un po' diversa da quelle che di solito narro qui, davvero una brutta storia.

La Repubblica, 14 marzo 2021

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