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La condizione femminile oggi in Italia: maternità cosciente, contraccezione e aborto, di Elvira Badaracco, Nuova informazione 1976

Le lotte delle donne in Italia, attraverso lunghe e pazienti attese ed enormi
difficoltà, hanno ottenuto conquiste tali da poter collocare la legislazione
italiana sulla tutela della lavoratrice tra le più avanzate in Europa.
Eppure queste donne, pur così impegnate da anni per la parità salariale, per il
divieto di licenziamento a causa di matrimonio, per gli asili nido, per le
scuole materne, per una legge di tutela della lavoratrice madre, sino a pochi
anni fa non avevano mai osato battersi per una maternità cosciente, contro la
dilagante piaga degli aborti clandestini. Sorgevano qua e là voci di denuncia
che rimanevano però isolate, perché troppo difficile era rompere quell'alone di
segretezza che aveva sempre tenuto questo problema segregato e inaccessibile
soprattutto per opera dell'oscurantismo clericale che aveva condizionato le
coscienze per secoli.

In questi ultimi anni invece la presa di coscienza delle donne è stata così
rapida anche su questo problema da farlo esplodere con una virulenza ed una
maturità che si sono imposte con forza a tutto il paese. Questa forza è divenuta
incontenibile perché le donne, che avevano sempre subito l'aborto con un senso
di colpa, hanno capito ormai con chiarezza che le imputate non sono loro, ma dellasocietà.
Una società che protegge con l'incolumità il medico usuraio che si arricchisce
sulla pelle delle donne, dalle quali pretende che la riconoscenza per averle
tolte da quell'impiccio.
Una società che consente l'aborto di classe, fingendo di ignorarlo.
Una società che offre delle strutture sociali complessive cosi carenti da porre la donna in condizioni di rifiutare una maternità anche quando nel suo intimo più profondo la desidererebbe, poiché una maternità desiderata occorre poterla desiderare.
Una società che non punisce tutti quei fattori nocivi che provocano gli aborti bianchi, che pure sono aborti su donna non consenziente, e che le lavoratrici spesso ancora subiscono in silenzio per il timore di perdere il posto di lavoro già tanto minacciato dalla costante espulsione di manodopera femminile.

Con questa presa di coscienza sempre più chiara e diffusa le donne hanno individuato la loro condizione di sfruttamento e lottano con la consapevolezza che questa condizione può e deve cambiare. Le donne diventano in tal modo promotrici di una visione critica del reale sociale che implica uomini e donne, nei confronti della società capitalistica nella sua globalità, per cui la questione femminile non è più considerata solo come una costante emarginazione in un contesto sociale dato, ma come esigenza di una società alternativa con l'affermazione di nuovi bisogni comuni a uomini e donne, con il superamento di quei condizionamenti che prevalgono nella società attuale e di quegli stridenti squilibri causati dallo sfruttamento generalizzato a vantaggio di pochi privilegiati. Cosi si rivendica non solo il diritto alla salute con il rifiuto della monetizzazione del rischio, ma anche il tema dell'aborto, inserito in quello più generale della salute delle lavoratrici, va collegato al diritto ad una informazione adeguata sul controllo delle nascite per una battaglia di responsabilizzazione che riguarda uomini e donne, al diritto al rifiuto di una maternità non desiderata, e anche al diritto a una maternità consapevole con il rifiuto della monetizzazione delll'aborto per cause di nocività del lavoro.

Dibattendo e discutendo questi problemi all'interno delle fabbriche e dei quartieri l'argomento dell'aborto esce dalla grande segretezza che l'ha sempre circondato, relegandolo a problema individuale, per divenire un problema politico sociale di massa.
Emergono in tal modo evidenti i motivi che sono a monte dell'aborto, che non sono soltanto dovuti alla grande carenza di informazione sulla contraccezione, ma anche a tutte le cause economiche, sociali, strutturali, che spesso non conentono alcuna alternativa di scelta alla donna, che si trova costretta ad abortire.
Tra le cause economiche occorre considerare anzitutto l'occupazione femminile (vedi tab. 4).

L'occupazione femminile in Italia subisce un crollo dal 1959 al 1972 di 1.225.000 unità, passando da 6.240.000 a 5.015.000 con un calo in percentuale dal 25,0 al 17,8. Dal 1972 al 1975 l'andamento di costante espulsione sembra arrestarsi e l'occupazione femminile arriva all'inizio del 1975 a 5.257.000 unità.
Ma questo lieve aumento che a prima vista potrebbe sembrare positivo, con una più approfondita analisi non risulta affatto positivo; conferma solo l'ipotesi dell'occupazione femminile come occupazione di riserva o peggio ancora come sostitutiva di quella maschile, riconfermando la marginalità del lavoro femminile e la sua subalternità.
Questo fenomeno di pseudo-aumento si è prodotto per un effetto congiunturale che ha visto aumentare l'occupazione per un periodo di tempo sia nel settore industriale che nel settore terziario; poi si è avuto un fenomeno di sostituzione; è diminuita l'occupazione nel secondario ed è aumentata nel terziario.
Comunque la creazione di posti di lavoro femminili nelle attività terziarie è assolutamente insufficiente a garantire l'occupazione a tutta l'offerta aggiuntiva effettiva e alla manodopera femminile estromessa da altri settori.
Nonostante questo andamento discordante e discontinuo, rimane univocamente una tendenza a una diminuzione dell'occupazione femminile soprattutto ora, a causa della grave crisi economica per la quale i settori più colpiti sono quelli che più tradizionalmente occupano una buona parte della manodopera femminile (tessile, carta, abbigliamento, piccole e medie industrie).
A questa preoccupante situazione si aggiunge il vertiginoso aumento delle ore di cassa integrazione che pesano gravemente sui bilanci familiari già tanto assillati dal costante aumento del costo della vita.

L'occupazione femminile nel nostro paese rimane quindi, nonostante alcuni accenni dipseudo miglioramento di questi ultimi anni, nelle condizioni disastrose di sempre: la donna è la prima ad essere espulsa nei momenti di crisi, con forti squilibri regionali (22% in Lombardia, 25% in Emilia, 6% in alcune province della Sicilia, che non supera comunque in tutta la regione il 9,4%).** Maria Rosa Cutrufelli, Disoccupata con onore, Milano, Mazzotta, 1975.

A proposito degli squilibri regionali, vale la pena di accennare a un recente episodioestremamente indicativo del diffuso sfruttamento delle donne nel nostro meridione. Nella provincia di Reggio Calabria nell'agosto 1975 le raccoglitrici di gelsomino sono scese in sciopero: con il nuovo contratto chiedevano un aumento che gli agrari non erano disposti a concedere. Ma di fronte all'urgenza del raccolto e all'atteggiamento irremovibile delle lavoratrici, gli agrari sono stati costretti a cedere: col nuovo contratto il salario per ogni chilogrammo di fiori raccolti è salito da 820 a 950 lire! Una conquista irrisoria che non fa che confermare a quali condizioni di lavoro sono costrette quelle lavoratrici, che iniziano il loro lavoro di notte, perché i leggerissimi fiori di gelsomino devono essere raccolti prima del levar del sole e in una quantità enorme per fame un chilo. La preziosa essenza fissatrice per l'industria profumiera viene poi venduta a caro prezzo e frutta enormi guadagni agli imprenditori.

Il basso tasso di attività femminile (intorno al 18% di media) porta come conseguenza inevitabile il dilagare in tutto il paese del lavoro a domicilio in condizioni ovunque di un supersfruttamento non ancora sufficientemente tutelato dalla legge approvata nel novembre 1973, legge tuttora assai carente nella sua applicazione per gli ostacoli che vi frappongono tutti coloro che hanno interesse a che tale sfruttamento continui.
Lavoro a domicilio con implicazioni spesso anche di lavoro minorile con conseguenteevasione scolastica.
Lavoro pagato con cifre irrisorie e spesso anche in condizioni di grave rischio per la salute, come è stato recentemente rivelato in clamorosi casi a Napoli, dove l'uso di un collante per borse di plastica e suole di scarpe, usato a mani nude, si è rivelato micidiale per i centri nervosi, provocando paralisi alle braccia, alle gambe, alla spina dorsale. Alle esalazioni venefiche di questi collanti a base di benzolo e di solfuro di carbonio, sono spesso esposte intere famiglie; si lavora sui tavoli da cucina, accanto alle camere da letto. E questi non rappresentano che esempi, tutt'altro che isolati, della drammatica situazione del sottosviluppo e della sottoccupazione. Questa drammatica situazione ha costretto anche molte donne ad emigrare all'estero: si calcola che tra i sei milioni di italiani emigrati all'estero, due milioni siano donne. Queste nostre donne emigrate si trovano a subire una condizione particolarmente difficile poiché devono affrontare una triplice emarginazione: come donne, come lavoratrici e come emigrate, con discriminazioni aggiuntive rispetto agli altri lavoratori.

Dopo questi brevi accenni alle manifestazioni più gravi della nostra sottoccupazione, quali il lavoro a domicilio e l'emigrazione, ritorniamo ora a considerare le donne ufficialmente occupate in Italia al fine di fare ancora alcune riflessioni in proposito.
Se le consideriamo per classi di età, si nota che mentre è alta la percentuale delle giovanissime, forte è la caduta tra i 25 e 30 anni con scarso rientro dopo i 35-40 anni.

Questo fenomeno riguarda tutta l'Italia, ma è particolarmente accentuato in Lombardia, dove si registra un tasso molto elevato tra le ventenni (con una punta che arriva al 55%), ma con un forte calo intorno ai 30 anni e con una progressiva e continua uscita.
Ne esamineremo tra breve le cause, ma vediamo prima, alla luce di questi dati, lo strano andamento delle liste di disoccupazione femminile. Già si era precedentemente notato come femminile fosse quello della mancata iscrizione delle donne nelle liste di collocamento nel periodo di disoccupazione. Infatti, considerando le forze di lavoro femminili (vedi tab. 5), vediamo che dal 1959 al 1971 la percentuale delle donne occupate, sia in Italia che in Lombardia, è in costante diminuzione.
Si dovrebbe di conseguenza vedere un corrispettivo aumento della percentuale delle disoccupate, mentre anche queste diminuiscono sino ad arrivare a cifre irrisorie (0,1 -0,2).

Se noi osserviamo i dati di questi ultimi anni, vediamo che nel 1975 le donne disoccupate risultano 71.000 in Italia e 8.000 nella sola Lombardia.
Cifre palesemente assai al di sotto della realtà che riconfermano come la donna, espulsa dalla produzione e sfiduciata per l'assenza di obiettive possibilità di lavoro non si iscriva nelle liste di collocamento, non diventi perciò una "disoccupata", ma una "casalinga" che ingrossa i dati dei milioni di donne di questa categoria. Un autolesionismo assai diffuso tra le donne le quali, non considerandosi private del loro diritto al lavoro, collaborano, sia pure inconsciamente, alla loro emarginazione. Questo avviene anche, se pure in misura minore, tra le giovanissime che si iscrivono nelle liste in cerca di prima occupazione; queste liste per il 1975 segnalano infatti 149.000 donne in Italia e 12.000 in Lombardia, cifre anche queste molto al di sotto del reale numero di giovani donne in attesa di inserirsi nel mondo del lavoro.

Una indagine ISTAT sulla disoccupazione femminile soprattutto tra i 25 e i 30 anni, quando avviene il calo al quale prima accennavamo, rivela che il numero delle donne che lasciano il lavoro per "assenza di bisogno" è molto basso (3%), mentre influiscono pesantemente le cause per "responsabilità familiari": dal 49% al 63%.
Responsabilità familiari significa dover sopperire a tutte quelle carenze di servizi che una società civile dovrebbe offrire,mentre in Italia urla politica reazionaria, intesa a tenere la donna emarginata per impedirne lo sviluppo sociale e politico, ha sempre ritenuto "logico e naturale" che fossero le donne a sopportare il peso di tutte le carenze di questa società. Così l'assistenza agli anziani, un problema gravissimo che concerne il 15% della popolazione, così il problema dei figli da custodire soprattutto nei primi anni di età. Le statistiche rivelano che le donne con un figlio conservano in genere il posto di lavoro (il 52,5% delle donne che lavorano è costituito da coniugate e la maggioranza relativa tra le lavoratrici coniugate è costituita da donne con un figlio); con due figli la percentuale scende notevolmente e con tre e più figli vi è un crollo nel tasso di attività. Sono donne le quali, pur sotto la pressione economica dovuta ai figli da mantenere e da allevare, sono costrette a rinunciare al lavoro, perché non viene offerta loro alcuna possibilità di una adeguata cura dei figli.

La legge n. 1044 sugli asili nido è stata approvata nel 1971; in Lombardia inoltre nel 1972 è stato approvato un piano regionale quinquennale per la costruzione di 500 asili nido; ma a tutt'oggi, nel 1975, nulla è stato fatto. Dunque questo dimostra una volta di più che non è sufficiente approvare le leggi quando manca poi la volontà politica di applicarle; di conseguenza gli asili nido non sono stati costruiti. Insufficienti sono i posti nelle scuole materne; la scuola a tempo pieno è realizzata solo in casi isolati, a carattere sperimentale, ma di fatto per la grande maggioranza dei ragazzi non esiste.

Estremamente carenti, dunque, i servizi che riguardano i figli; vediamo ora come è tutelata la madre. La legge n. 1204, Tutela delle lavoratrici madri, approvata il 30-12-1971 è, nonostante le sue carenze, una buona legge, la più avanzata in Europa. Il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro viene esteso a tutte le lavoratrici e stabilito in due mesi prima del parto e tre mesi dopo il parto, con un'indennità giornaliera pari all'80% della retribuzione. Mentre in Germania, per esempio, è di sole quattro settimane prima del parto e in Olanda non è prevista l'astensione prenatale obbligatoria. Il divieto di licenziamento in Italia parte dall'inizio della gestazione fino a quando il bambino ha un anno di età, mentre si limita solo ad un mese dopo la nascita del bambino in Belgio, a 4 mesi in Germania, a 2 mesi prima e dopo il parto in Svizzera.
Nei Paesi Bassi non vi è alcun divieto di licenziamento e la gravidanza può essere motivo di interruzione del rapporto di lavoro (come d'altronde il matrimonio). La carenza principale della nostra legge n. 1204, assai grave, consiste nell'onere relativo ai permessi di maternità, che anziché venire mutualizzato fra tutti i lavoratori, come per la legge sugli asili nido, ricade solo sui datori di lavoro con manodopera femminile, con grave danno discriminatorio per l'occupazione delle donne. Ma esaminiamone anche altri aspetti positivi: fermo restando il periodo di astensione obbligatoria (due mesi prima del parto e tre meSi dopo), la legge contempla la possibilità di un'astensione dal lavoro, che può essere costituita da uno o più periodi, quando la gravidanza della lavoratrice è in pericolo (e questo avviene prevalentemente nei primi tre mesi) e il medico giudica che, per evitare una interruzione non voluta della gravidanza, la lavoratrice ha il diritto di astenersi dal lavoro non per malattia, ma per maternità. Questo è importante sia perché si è scoperto che in parecchie fabbriche questi permessi vengono dati per periodi troppo brevi, per cui un ritorno prematuro al lavoro è causa di aborto, sia perché l'ascrivere questa assenza a malattia serve a gonfiare le cifre del cosiddetto assenteismo femminile, speculandone poi come giustificazione per emarginare sempre più le donne dal lavoro e intensificarne lo sfruttamento, mentre è chiaro che questa assenza deve essere considerata "permesso di maternità".

L'Italia ha dunque il privilegio di una legge tra le più avanzate in Europa per la tutela della lavoratrice madre. Ma in realtà come è tutelata la maternità nel nostro paese? Dalle statistiche risulta che tra i paesi europei abbiamo la più alta percentuale dI mortalità tn gravIdanza e siamo all'ultimo posto, dopo il Portogallo, per la mortalità infantile (perinatale e neonatale: 34 per mille).
Questi dati in apparenza contraddittori non sono che lo specchio della realtà del paese, e dimostrano come le buone leggI servono solo relativamente se non sono inserite in un contesto. adeguato e sono comunque insufficienti a sopperire alle tragiche carenze delle condizioni sanitarie generali.
In queste carenze si inserisce anche il problema della contraccezione che sino a tempi recentissimi è stato avvolto da una ignoranza e da una disinformazione generalizzata che ha continuato a ricadere tutta sulle donne, le quali hanno dovuto da sole portarne le conseguenze. Non si poteva parlare di problemi sessuali in pubblico e tanto meno nelle scuole dove su questi argomenti si attuava quella che è stata definita la "pedagogia della disinformazione".

Né si potevano vendere contraccettivi, poiché l'art. 553 li vietava. Due associazioni molto benemerite quali il CEMP \Centro Educazione Matrimoniale e Prematrimoniale) e l AIED (Associazione Italiana Educazione Demografica) portarono avanti una lunga battaglia, che terminò nel 1971 con una parziale vittoria: fu abolito l'art. 553 che vietava la vendita dei contraccettivi, ma si lasciò illogicamente permanere l' art. 552 che ne vietava la propaganda, precludendo in tal modo la possibilità di una campagna di educazione demografica e lasciando di conseguenza alla stragrande maggioranza delle donne italiane l'aborto clandestino come unico mezzo di controllo delle nascite.

In questo clima, quando il 18 maggio 1971 per la prima volta fu presentato al Senato della Repubblica Italiana un disegno dl legge (n. 162). Dal titolo "Norme per la regolamentazione dell' aborto" per iniziativa del Senatori Banfi, Caleffi e Fenoaltea del PSI, la stampa reazionaria gridò allo scandalo e il Sen. Banfi fu definito un "nazista", quasi che la sua proposta di legge scaturisse da una più o meno inconscia follia omicida. Un analogo progetto di legge fu presentato alla Camera del DeputatI nell'ottobre dello stesso anno dall'On. Brizioli insieme ad altri 5 deputati del PSi. Ma questi progetti non arrivarono mai alla discussione in Parlamento a causa della chiusura anticipata delle Camere.
Quando però l'11 febbraio 1973 l'on. Fortuna presentò un altro progetto di legge sulla regolamentazione dell'aborto, controfirmato da altri 35 deputati del PSI, lo scandalo non fu meno grande di due anni prima e la DC espresse il suo dissenso attraverso l'on. Andreotti, che definì la presentazione di questo progetto di legge "un atto provocatorio".
La tradizionale ipocrisia non consentiva di ammettere come fosse invece assai più provocatorio l'ostinarsi a non vedere quale fosse la situazione reale di milioni di donne italiane costrette all'aborto clandestino, con tutte le tragiche conseguenze che esso comporta. Il progetto Fortuna, presentato nel 1973, disponeva all'art. l che la gravidanza fosse interrotta da un medico quando due altri medici ne avessero certificato l'assenso.
Ma le grandi lotte delle donne dal 1973 al 1975 sul problema dell'aborto hanno indotto anche l'on. Fortuna a rivedere e ad aggiornare questa parte ancora troppo limitativa del suo progetto di legge, al quale decise di apportare degli emendamenti essenziali, che comunicò ufficialmente per la prima volta tI 26 gennaio 1975 al Teatro Adriano di Roma, a conclusione del Congresso nazionale radicale sull'aborto, lo stesso giorno dell'arresto di Adele Faccio a seguito dei fatti di Firenze.
Questi gli emendamenti al progetto Fortuna:

1. consentire l'aborto nelle prime 10 settimane di gravidanza per libera decisione della donna e gratuitamente, in strutture che offrano le necessarie garanzie sanitarie e igieniche;
2. regolare le modalità con le quali viene autorizzata dopo le prime la settimane - l'interruzione della gravidanza, qualora vi siano pericoli per la vita e la salute fisica e psichica della madre e del nasci turo, in relazione alla sentenza della Corte Costituzionale; 3. garantire alla gestante, in situazione di bisogno, adeguata assistenza economica e sociale, che consenta una libera scelta sulla prosecuzione della maternità; 4. affrontare a monte il problema. dell'aborto, formando una educazione sanitaria preventiva che metta a disposizione di tutti i cittadini gratuitamente le informazioni e i mezzi di contraccezione, limitando così la necessità del ricorso all'aborto; dare inizio ad una vasta campagna di educazione sanitaria e sessuale a cominciare dalla scuola.

Altri progetti di legge sull'aborto sono stati presentati nei mesi successivi dalle diverse forze politiche, e verranno studiati e vagliati da un'apposita commissione parlamentare. Noi comunque ci dichiariamo contrari ad ogni casistica, perché la casistica è esterna alla donna. E consideriamo inaccettabili le tesi della DC che considerano ancora l'aborto un reato. In sostanza si ammette che sia anacronistica la legge fascista tuttora vigente, che proibisce l'aborto in difesa dell'integrità della stirpe, ma si ritiene che, modificata nella forma, la sostanza della legge debba essere conservata in difesa del diritto alla vita. Ma la madre non ha forse assai più diritto alla vita? e come può una donna che vive nelle difficili condizioni economiche, sociali e strutturali del nostro paese, quali abbiamo esaminato in queste pagine, essere costretta ad accettare una maternità indesiderata?
Noi riteniamo che occorra rivalutare il rispetto dovuto al nasci turo che non deve essere tollerato ma desiderato, così come occorre rivalutare il rispetto della donna, che ha il diritto di rifiutare liberamente una maternità che ha perso ogni gioia, e quello della salvaguardia della propria salute e del proprio lavoro.
La verità è che si sacralizza la maternità purché non entri in contraddizione con la morale borghese; nulla però si fa per tutelare quelle maternità desiderate ma impeditedalla violenza del sistema.
Si è mai visto un padrone incriminato per aver causato con la nocività della sua fabbrica un aborto bianco, che pure e su "donna non consenziente"? La donna ha diritto alla maternità se la desidera, ma ha anche il diritto di mettere al mondo figli sani e non già inquinati nel grembo materno dalla nocività degli ambienti di lavoro.

Occorre dunque affrontare realisticamente tutta questa materia estendendo e approfondendo una vera e propria tutela della maternità in tutti i suoi aspetti, partendo dalla medicina preventiva (come già programmata d'altronde in Lombardia dalla legge regionale n. 37 che riguarda tra l altro, in modo particolare, la medicina materno-infantile); creare in numero sufficiente tutti i servizi indispensabili che concernono i figlI (asili nido gestiti socialmente, scuole materne, scuole a tempo pieno); promuovere un'ampia azione contro l'aborto clandestino e di informazione sul controllo delle naSCite con consultori pubblici (e non privati e tanto meno parrocchiali) in ogni quartiere, come ormai viene richiesto dalla maggioranza della popolazione italiana e in particolare dalle donne, che con la loro presa di coscienza su questo problema rendono sempre più stridente il contrasto tra le loro pressanti richieste e la realtà della situazione del nostro paese, tuttora costretto a subire queste leggi fasciste. Il recente referendum sull'aborto della Lega 13 Maggio, con il clamoroso successo delle 750.000 firme raccolte, è anch'esso una significativa dimostrazione della volontà del paese di cambiare questo stato di cose. Il responso elettorale del 15 giugno ne è stata una conferma. La pressione popolare può smuovere anche molte lentezze burocratiche. Occorre ora una grande mobilitazione di tutte le forze disponibili per un'azione capillare nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, affinché un'adeguata informazione sulla contraccezione arrivi ovunque e diventi sempre più convinzione comune a tutti che non è più possibile sopportare l'attuale mostruosa situazione degli aborti clandestini.

TAB.4
OCCUPAZIONE MASCHILE
IN ITALIA E IN LOMBARDIA
(valori assoluti e numeri indice: 1961 = 100)
valori assoluti (migliaia)
ITALIA LOMBARDIA
M F M F
1959 13.929 6.240 2.125 1.013
1960 14.110 6.026 2.160 1.011
1961 14.087 6.085 2.195 1.030
1962 14.011 5.939 2.211 1.006
1963 13.952 5.678 2.274 1.020
1964 14.113 5.468 2.294 989
1965 13.902 5.297 2.236 952
1966 13.806 5.078 2.229 926
1967 14.022 5.085 2.253 938
1968 13.965 5.104 2.280 946
1969 13.798 5.073 2.272 962
1970 13.888 5.068 2.285 962
1971 13.809 5.084 2.298 946
1972 13.609 5.015 2.254 931
1973 13.482 5.018 2.289 959
1974 13.676 5.222 2.305 994
1975 13.689 5.257 2.287 1.016
Fonte: 1ST A T.


TAB.5
FORZE DI LAVORO FEMMINILI:

INCIDENZA PERCENTUALE RISPETTO ALLA POPOLAZIONE PRESENTE FEMMINILE
LOMARDIA ITALIA
Forze di lavoro Forze di lavoro

ANNI Non occupate Altra Non occupate Altra
Occupate Disoc- In cerca popola- Totale Occupate Disoc- In cerca popola-

Totale tt1
di l" occ. zione di l" occ. zione cupa te cupate
1959 25,4 0,5 0,7 73,4 100,0 25,0 0,6 0,6 73,8 100,0

1960 25,9 0,4 0,4 73,3 100,0 24,0 0,5 0,5 75,0 100,0
1961 26,0 0,3 0,4 73,3 100,0 24,1 0,4 0,4 75,1 100,0
1962 25,6 0,2 0,4 73,8 100,0 23,3 0,4 0,4 75,9 100,0

1963 26,4 0,2 0,4 73,0 100,0 22,1 0,3 0,3 77,3 100,0
1964 25,0 0,3 0,5 74,2 100,0 21,0 0,3 0,4 78,3 100,0
1965 23,8 0,4 0,5 75,3 100,0 20,1 0,4 0,4 79,1 100
,0

1966 22,9 0,3 0,6 76,2 100,0 19,1 0,4 0,4 80,1 100,0
1967 23,0 0,2 0,5 76,3 100,0 19,0 0,3 0,4 80,3 100,0
1968 22,9 0,2 0,4 76,5 100,0 18,9 0,3 0,5 80,3 100,0
1969 22,9 0,2 0,3 76,6 100,0 18,7 0,3 0,6 80,4 100,0
1970 22,7 0,1 0,4 76,8 100,0 18,6 0,2 0,5 80,7 100,0
1971 22,0 0,1 0,4 77,5 100,0 18,4 0,2 0,5 80,9 100,0
Fonte: ISTAT - Annuario di statistiche del lavoro e dell'emigrazione - Rilevazione
nazionale delle forze di lavoro (nostre elaborazioni)


Commento di Marta Ajò
Elvira Badaracco, allora responsabile delle donne del PSI di Milano, aveva organizzato un convegno su "Maternità cosciente, contraccezione e aborto".
Il convegno analizzava questi temi come problema di classe nell'ambito di una rigorosa indagine scientifica; presenti testimonianze delle rappresentanti dei Consigli di fabbrica e altre militanti che fornirono la loro testimonianza sul problema dell'aborto e della condizione di lavoro delle donne, questione che il movimento operaio affrontava con impegno prioritario.
Questo è il testo della sua relazione, pubblicata in un libro edito da Mazzotta nella collana Nuova Informazione, 1976.

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