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DONNE ED ECONOMIA

Maria Ludovica Agrò - Comitato scientifico SGD e Co presidente del gruppo di lavoro MENA OCSE sulle PMI e l'imprenditoria

In questo periodo di pandemia per spezzare l'indifferenza iniziale che rendeva invisibili le donne e le escludeva totalmente dal processo decisionale della ricostruzione è stato necessario un movimento della società civile ampio, nazionale ed europeo. Cosi si è molto parlato di empowerment, di formazione, di professioni del futuro, di rinuncia a diversi punti di PIL se persistesse l'attuale bassissima percentuale di donne presenti nel mercato del lavoro, di equità e di opportunità. Le donne quindi sono state introdotte come categoria "evocata", nel migliore dei casi a gran voce, presentata retoricamente come ingiustamente svantaggiata, per approdare alla fine nell'ultima versione del PNRR nel capitolo "Inclusione e coesione".

Nel Piano nazionale di ricostruzione e resilienza della Spagna la parità di genere è una delle missioni sostenute dalla strategia e non solo nella valutazione di impatto, fortunatamente introdotta di recente per tutti i progetti finanziati dai Piani degli Stati membri dal regolamento applicativo del NGEU dopo la recente forte azione del Parlamento europeo sulla spinta dei movimenti della società civile, ma con una propria serie di interventi diretti a colmare i differenti gap presenti in ogni politica pubblica.

Nelle Country Specific Recommendations del 2020, nell'ambito dell'esercizio del Semestre europeo, la Commissione Europea ha nuovamente ricordato all'Italia, e non è certamente il primo anno, le annose disparità economiche e sociali e il divergente potenziale di competitivita', ponendo forte attenzione anche sull'integrazione nel mercato del lavoro delle donne.

Anche queste spinte, ultime in ordine di tempo, provenienti dall'Unione Europea hanno comportato l'inserimento del periodo che segue nel PNRR, non l'unico ma il più significativo rispetto al tema trattato da questo articolo:

"Parità di genere. La disuguaglianza di genere limita il potenziale contributo delle donne alla crescita economica del Paese; la sua natura trasversale richiede un'ottica e una politica multidimensionali e intersettoriali. La parità di opportunità e di diritti va infatti realizzata contestualmente in diversi ambiti della vita economica e sociale: dall'occupazione alla remunerazione, all'istruzione, al bilanciamento tra impegni familiari e lavorativi, fino a toccare il tema purtroppo ancora drammatico della violenza di genere. Condizione essenziale per progredire sul piano di una effettiva e sostanziale parità di genere è innalzare l'occupazione femminile, sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo".

Sembra un percorso finalmente illuminato dalla consapevolezza dell'esigenza di un approccio integrato e di un'azione da svolgersi su più fronti, ma le misure concrete individuate nel PNRR sono molto poche e soprattutto manca una visione femminile nelle linee di azione descritte.

Se leggiamo con attenzione tutti gli interventi inseriti nelle missioni ricerca o mobilità sostenibile, ma anche sanità, non troviamo traccia di una visione che possa realmente favorire il superamento dei gap sofferti in Italia dalle donne per una loro piena partecipazione alla crescita economica del Paese.

Emarginate dalle competenze maggiormente utili per lo sviluppo delle professioni del futuro che nella stragrande maggioranza dei casi non posseggono, sono escluse dalla definizione degli algoritmi che governano e sempre più governeranno la transizione digitale. L'economia della cura dove attualmente le donne sono più presenti non è trattata come filiera strategica né gli si riconosce un ruolo primario nello sviluppo anche della competitività del Paese tale da meritare una sua propria strategia di azione che possa anche innalzarne prestigio sociale e salari. Una società che invecchia e che fino a prima della pandemia non sapeva fermarsi a valorizzare questa fase della vita sempre più presente nella nostra società, che non ha respiro di futuro perché non sostiene la possibilità di una scelta per la maternità, inscindibilmente legata non solo agli asili nido e alle strutture sociali ma anche all'occupazione femminile di qualità essendo le donne mediamente più istruite degli uomini, non può essere una società che ambisce ad una "generazione futura". Dare visibilità al tempo della cura per uomini e donne, declinare l'equilibrio di vita guardando a tutte le componenti che contribuiscono a determinarlo, è elemento essenziale della ricostruzione se abbiamo appreso qualche lezione da questo periodo di emergenza sanitaria.

Passando all'analisi delle politiche pubbliche che hanno in passato offerto sostegno alle donne per inserirsi costruttivamente nei processi produttivi contribuendo alla crescita economica del paese, riprese recentemente dalla legge di bilancio ed anche dal PNRR, possiamo soffermarci solo sull'imprenditoria femminile.

A livello sovranazionale, l'interesse ad intervenire con politiche pubbliche dedicate a tale tema si ritrova nella Piattaforma d'azione di Pechino (1995) che sostiene il notevole ruolo dell'imprenditoria quale leva per attivare l'empowerment delle donne: visione ancora oggi valida per i paesi sviluppati e per quelli in via di sviluppo.

La Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni" (COM/2020/152) del 5 marzo 2020 esorta gli Stati membri a realizzare un'economia basata sulla partecipazione delle donne alla vita economica e sociale anche attraverso il sostegno alla creazione e allo sviluppo d'impresa, tenuto conto che "emancipare le donne nel mercato del lavoro significa anche offrir loro la possibilità di affermarsi come investitrici e imprenditrici" e, da ultimo, l'approvazione del Piano d'azione del Pilastro sociale europeo dello scorso 3 marzo mette in risalto la necessità di innalzare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Nel settore della ricerca e dell'innovazione, la Commissione introdurrà nuove misure per rafforzare la parità di genere nell'ambito di Horizon, ad esempio la possibilità di chiedere un piano per la parità di genere a chi volesse accedere al programma e promuoverà un'iniziativa volta ad aumentare il numero di start-up tecnologiche guidate da donne. Vi saranno inoltre opportunità di finanziamento per aumentare le conoscenze imprenditoriali e la partecipazione delle donne al processo decisionale e investire nello sviluppo di servizi di base nelle zone rurali nell'ambito della politica agricola comune. Infine per promuovere l'emancipazione femminile è previsto un nuovo invito rivolto specificamente alle donne nell'"economia blu" nell'ambito del prossimo Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca per il periodo 2021-2027. Una strategia per l'inclusione e la diversità per il futuro programma Erasmus+ fornirà orientamenti su come il programma possa contribuire ad affrontare le disparità di genere in tutti i settori dell'istruzione e della formazione, della gioventù e dello sport. Infine gli Orientamenti della Commissione in materia di appalti pubblici socialmente responsabili saranno un ulteriore strumento contro la discriminazione e promuoveranno la parità di genere nelle gare d'appalto pubbliche.

Questi brevi cenni alla recente strategia europea che, lo ricordiamo, si muove nell'ambito del principio di sussidiarietà, servono per capire quanto poco si è fatto finora sul piano nazionale pur considerando l'istituzione nell'ultima legge di bilancio del Fondo per l'imprenditoria femminile, assolutamente apprezzabile ma talmente sotto finanziato, appena 40 milioni di euro, da imporre scelte conservative che in nessun modo possono davvero sostenere il superamento dei gap attuali.

Il PNRR come dicevamo non declina per ora nessun elemento distintivo nelle missioni ricerca, mobilità e salute utile ad un ridisegno del posizionamento dell'impresa femminile nelle filiere più promettenti di sviluppo, né per la valorizzazione di quelle inserite in settori più tradizionali come quello della cura, settore che resta privo di una strategia innovativa di rilancio. Né si rintraccia quando si parla di Istituti Tecnici Superiori una menzione diretta all'inserimento in questi percorsi delle ragazze o di azioni precoci per indirizzarle verso percorsi universitari STEM o a strumenti efficaci per promuovere le start up femminili con capitale paziente e strumenti finanziari innovativi. Manca infine un ragionamento sulla dimensione delle imprese femminili che soffrono di nanismo ancor più di quelle a conduzione maschile, situandosi ben al di sotto della dimensione più redditizia per una PMI. Sulle politiche urbane neanche si rileva un elemento rilevante in direzione delle donne mentre il ridisegno della mobilità urbana e dello sviluppo urbano è strategico per l'occupazione femminile dipendente ma anche per l'incremento dell'impresa femminile ancora fortemente legata al settore commerciale.

Secondo l'ultimo rapporto dell'Osservatorio sull'imprenditoria femminile di Unioncamere, nel 2018 le imprese femminili rappresentano il 21,93% del totale delle imprese iscritte nel Registro delle Camere di Commercio. Per quanto attiene i settori di impiego la maggior parte delle donne è occupata nei settori commerciale e agricolo, ma nei periodi più recenti sono sorte numerose forme di imprenditorialità che hanno visto le donne impegnate nel settore della cura della persona e del turismo. Per quanto riguarda l'età si rileva una forte eterogeneità: per il 45,6% le imprenditrici sono over 35 e con un'istruzione limitata, per il 20% sono giovani, con un'istruzione avanzata ed inserite anche in settori più innovativi; per oltre un terzo sono invece over 50 e operano soprattutto nel Commercio e negli Altri servizi.

Secondo i recenti dati dell'OCSE in Italia nel 2018 solo il 12% delle start up è a prevalente conduzione femminile.

Donne ed economia è un binomio che non può contare ad oggi su una strategia solida di rilancio e il Governo dovrà necessariamente farsene urgentemente carico.

23 marzo 2021

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