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Eutanasia: un tema per tutti, una terribile realtà e una speranza per alcuni

A volte il nostro modo di vivere, mediamente tranquillo, mediamente sicuro, mediamente confortevole, viene scosso irreparabilmente da alcune realtà che, pur conoscendole vengono rimosse nel nostro intimo, ci creano un brusco risveglio e mettono in moto le nostre coscienze sopite.

E' uno di questi casi quello suscitato dalla drammatica lettera di Piergiorgio Welby al presidente della Repubblica italiana, in cui, ricordando la bellezza della vita, invoca il buio della morte.
Collegato ad un macchinario che lo fa solo e malamente respirare giace con un tubo in gola, unico elemento di collegamento alla vita, da tempo immobile nel letto aspettando una morte atroce.
Per lui è meglio morire subito e come non dargli torto? Anche se la morte evoca sensi di paura e di orrore ancestrale, scuote chiunque alla vita ci è attaccato con passione.
Eppure quando qualcuno soffre molto c' un vecchio adagio che sostiene che meglio morire che vivere da morto.

Allora, se uno arriva a non poter più vivere l'amore, non solo quello fisico e legittimo, ma quello per tutto ciò che ti circonda, un fiore, una terra profumata di bagnato, una dalia appassita, una rosa appena sbocciata, lo iodio del mare, un animale che ti coccola paziente con il suo calore, perché mai dovrebbe desiderare la vita?
Per condividerla con il dolore, con la rinuncia, con la solitudine, con il buio?

Sono queste domande che hanno poche risposte e qualcuna rischia di divenire banale.
Sta alla coscienza individuale una scelta di questo tipo, sta ad una società condividerla o meno, sta ad uno stato discuterne la possibile regolamentazione qualora ve ne sia il bisogno.

Se non ci sono risposte nell'immediato, ha ragione, e gliene siamo grati, il Presidente Napolitano ad invitare gli organi preposti discuterne.

Le posizioni su questo tema sono assai diversificate:
quella dei medici, che dovrebbero avere un ruolo atrocemente primario e chiamati ad una posizione di coscienza;
quella sul modo: ricorso all' eutonasia attiva (in cui il medico interviene direttamente per porre fine alle sofferenze del malato) o passiva, quando il medico si astiene dal fare, ossia sospende il ricorso alle terapie facilitando un processo di morte già in corso;
quella dei malati terminali, che chiedono la libertà al suicidio assistito che consenta loro di richiedere e ottenere dal medico un farmaco che procuri la morte;
i parenti di tali malati, qualora non possano scegliere, nel rispetto e in presenza di un eventuale testamento biologico.

Che la vita non è nostra e sia un dono dal concepimento fino alla morte naturale e che il rispetto della vita non sia un tema negoziabile, non credo sia una priorità solo della chiesa ma non sembra esserci pietà nell' accanimento terapeutico, se la terapia risulta inefficiente e pertanto va solo a prolungare l'agonia.
Questo tema sarà un travaglio per la società moderna in cui viviamo, perché quasi nessun individuo desidera davvero morire finché ha un filo di respiro, anche se è consapevole di essere giunto al termine della vita.


E le donne?
Il 58% delle italiane sono favorevoli all'eutanasia, piu' di quanto lo siano gli uomini, favorevoli al 48%. E' quanto emerge dall'indagine condotta da Observe Science per l'Osservatorio Nazionale sulla salute della donna (ONDa), presentato a Roma il 6 febbraio. In particolare il 29,1% delle donne acconsentirebbe a mettere fine alle sofferenze del paziente interrompendo le cure (contro il 30,2% degli uomini) e il 28,9% (contro il 18,3% degli uomini) aiuterebbe farmacologicamente il decesso.

A chi ha voluto sottendere che così come l'aborto è diventato contraccezione, l'eutanasia porterà all'eliminazione legale di chiunque sia di peso per le famiglie o strutture pubbliche, cioè, in parole semplici:
"un nonno ingestibile diventerebbe simile a quello del cane malato portato dal veterinario affinché venga messo a dormire" (Paolo Guzzanti su Panorama 5/10/2006) e poiché la scelta dell'aborto, così come l'accudimento degli anziani ricade quasi esclusivamente sulle donne, a buon intenditor...poche parole, non vale neanche la pena di rispondere che il giornalismo qualche volta è grande e qualche volta è misero.

Possibile che anche davanti a questioni drammatiche, responsabili, etiche e di coscienza come queste venga fuori sempre il ...di turno che rende tutto una battuta da bar?

Dols, Settembre 2006

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