• facebook

Home » Attualità » L'opinione » Il G20 delle donne: Quell'indicatore sbagliato
Condividi su  Facebook Condividi su  Twitter Consiglia la pagina

Il G20 delle donne: Quell'indicatore sbagliato

di Linda Laura Sabbadini*



Non mi piacciono gli "indicatori diplomatici", ma quelli che traducono, senza ambiguità, in numeri gli obiettivi che ci siamo proposti. Le politiche hanno bisogno di questo tipo di indicatori per darsi obiettivi. Costruire indicatori adeguati allo scopo non è affatto semplice, necessita di tecnica, ma è anche un'arte. E così capita che anche per gli indicatori del G20 si facciano errori. L'importante è correggerli in tempo.
L'esperienza della presidenza italiana del G20 per me, Chair del Women20, insieme a tutto il gruppo italiano e le delegate internazionali, è stata intensa e appassionante. Rappresentare le esigenze della società civile femminile non era semplice. I risultati sono stati notevoli. Mai i leader del G20 avevano scritto più di cinque righe sul tema dell'empowerment delle donne. Questa
volta tre pagine di impegni su quantità e qualità del lavoro oltre le cinque righe. Una road map importante.
Ma c'è una cosa che vi voglio raccontare che non sono riuscita ad ottenere e di cui la mia anima statistica si rammarica.
Riguarda un indicatore varato nel lontano 2014 sull'uguaglianza di genere dal G20 in Australia, chiamato indicatore di Brisbane: sulla base di questo è stato costruito un obiettivo da raggiungere nei 20 Paesi: ridurre entro il 2025 il
gender gap nella popolazione attiva del 25%. Stanella Declaration dei leader del 2014.
Ho chiesto che fosse cambiato, perché è un indicatore sbagliato in quanto ambiguo.
L'obiettivo, infatti, potrebbe essere raggiunto anche senza crescita dell'occupazione femminile
Non ci sono riuscita, perché in sette anni nessuno aveva posto il problema e quindi probabilmente è stato considerato politicamente inopportuno.
Sono riuscita ad ottenere solo l'esplicitazione della necessità di andare oltre Brisbane, e l'aggiunta di vari altri indicatori da monitorare.
Ma vediamo perché l'indicatore è sbagliato. Gli errori sono due. Il primo è aver scelto il concetto di popolazione attiva, invece che di occupazione.
La popolazione attiva è data dalla somma di occupati e disoccupati. Quindi la popolazione attiva femminile potrebbe crescere anche solo per effetto dell'aumento delle disoccupate. E' questo che vogliamo? Che aumentino le donne che cercano lavoro e non lo trovano? No.
Abbiamo bisogno che crescano quelle che lavorano, che in molti Paesi del G20 sono troppo poche. Allora non è corretto utilizzare un
aggregato che mette insieme occupate e disoccupate. Lo è, invece, considerare solo il numero delle occupate.
Secondo errore. Utilizzare l'indicatore di gap. Gap indica una distanza tra uomini e donne. Per esempio, se il tasso di occupazione maschile è 67% e quello femminile 49%, il gap è uguale a 67 meno 49, cioè 18 punti di differenza tra uomini e donne. Ma attenzione, il gap può diminuire anche se l'occupazione maschile crolla e quella femminile resta ferma. Se gli uomini passano da
67 a 59 e le donne rimangono ferme a 49 il gap scende a 10, ma le donne sono rimaste inchiodate al livello di occupazione precedente. Non sono migliorate. Mentre gli uomini sono crollati.
E' questo che vuole il G20, che il gap si riduca anche solo per il crollo dell'occupazione maschile? Sono certa di no.
Allora se vogliamo che cresca l'occupazione femminile l'obiettivo doveva essere esplicito sull'occupazione femminile e non sulla
popolazione attiva. Per esempio, incrementare del 20% o del 30% il tasso di occupazione femminile, individuando magari soglie diverse per Paesi diversi.
Perché chi ha raggiunto già alti livelli di occupazione femminile può incrementare meno di chi sta più indietro.
Attenzione, il grande diluvio dei dati, l'esistenza di tantissime fonti, di una forte potenza tecnologica, possono indurre tanti a
sottovalutare la costruzione accurata di indicatori adeguati all'obiettivo.
Misurare è cosa complessa e affascinante. Capire gli errori fa crescere nella capacità di misurare.


*Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat.
Le opinioni qui espresse sono esclusiva
responsabilità dell'autrice e non impegnano l'Istat

La repubblica, 15, 11/2021

Chiedi informazioni Stampa la pagina