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Una domanda per gli uomini

di Lea Melandri

La parola "Stati generali" evoca una tale altisonante urgenza, che mi è venuto il desiderio di ricercarne l'origine. Nata come assemblea consultiva in materia fiscale del Regno di Francia nel 1302 ha continuato a riunirsi numerose volte quando al sovrano necessitava di imporre tasse, gabelle, tributi al popolo. Che strano accostamento! O, al contrario, quale accostamento più rivelatore del rapporto che c'è sempre stato tra produzione riproduzione, tra l'impegno civile che l'uomo ha riservato a sé e la materia vita, forza lavoro – figli, mogli, famiglia – che glielo ha permesso finora. Porre in primo piano la natalità è la prova più evidente per capire quale riserva preziosa sia stata la capacità generativa delle donne, perché sia diventata inevitabilmente obbligo procreativo, perché ci sia ovunque tuttora tanto accanimento contro la conquista femminile dell'aborto. Ma dice anche di che cosa è fatto un popolo, perché sia così facilmente riducibile a "nazione" ogni volta che ha bisogno di ritrovare la sua orgogliosa compattezza, la sua inconfondibile autonomia identitaria. Dopo la strage di anziani, dovuta al Covid, il vuoto di nativi è parso ancora più preoccupante. Se non vogliamo parlare di razza, diciamo che a vacillare è stata la stirpe italica presa d'assalto da richiedenti asilo dal Mediterraneo alla Bosnia. Eppure di bambini e ne sono stato tanti, lasciati annegare nel mare Mediterraneo, che oggi potrebbero ripopolare le nostre scuole. Ma è chiaro che l'obiettivo è un altro: tenere sotto controllo la fonte prima a cui è stato dato il compito di tenere corposa e vitale quella che ho chiamato spesso "matria": innesto di paternità e maternità: patria, idolo bifronte: corpo femminile e testa d'uomo.

La diretta con cui papa Francesco e il premier Draghi hanno solennemente annunciato gli "stati generale della natalità", è di per sé la rappresentazione più evidente di quanto i problemi sociali, culturali, politici o di cambiamento di civiltà, si appoggino ancora grottescamente a quegli stessi ideali di cui si vedono palesemente oggi le rovine: dalla famiglia alla patria, alla coesione nazionale.

Chi altro, che le maggiori autorità della Chiesa e della Stato potevano richiamare le donne a riflettere sul grave vulnus che infliggono alla società non facendo figli? Non è questo da sempre il loro onere e onore dentro una società patriacale che ha fatto di quell'unico umano legato alle radici biologiche e alla vita degli altri viventi, una "natura seconda", senza nome e volto, nella sua genericità prolifica, la sua principale risorsa e il suo perenne timore, come una specie che ne abbia sottomesso un'altra, scrive Freud, e ne teme la ribellione.

Dovrebbe preoccupare quanto meno il fatto che nei problemi di generatività c'è un rimosso di cui non ci accorgiamo più: da secoli le donne non si mettono incinta da sole, mentre allevano quasi sempre da sole i figli. Come si può avere il coraggio di dire che l'emancipazione non è un problema per la scelta generativa delle donne? Come posso reggere un doppio lavoro, quello che le vuole produttive e riproduttive?

Come si può ancora parlare della famiglia e non chiedersi che posto vi ha l'uomo, figura sempre più assente in una società fatta per lo più di di singole donne? Per quale perversa ragione l'uomo ha creduto di confinare le donne nel ruolo di mogli e madri, al servizio di un Eterno Figlio? Come si può chiedere alle donne che sono state maltrattate e alcune uccise davanti al loro figli di farne altri?

Colpisce infine l'indifferenza, per non dire il cinismo con cui, a commento di un evento devastante tuttora in corso come la pandemia, che ha visto le donne in particolare, madri, maestre, infermiere, assistenti sociali, assumersi l'onere maggiore della cura, dentro e fuori casa, l'unico suggerimento sia di caricare quei corpi della salvezza di una popolazione stremata, famiglie che hanno già perso con gli anziani un sostegno indispensabile di assistenza. Perché non dire che chiarezza che, restando l'ordine esistete, i suoi tempi, i suoi modi, le su finalità, quelle della produttività maschile, l'emancipazione tanto lodata da un secolo a questa parte, ha reso invivibile la vita delle donne costrette a essere le uniche a tenere insieme la divisione sessuale del lavoro.

Quello che viene esaltato come il dono sacro del femminile alla famiglia umana, è anche, come già notava Carla Lonzi, il principale ostacolo alla sua liberazione, alla suo desiderio di realizzarsi come persona, individuo, di sperimentare le potenzialità del mondo e della sua intelligenza.

La domanda del perché si fanno sempre meno figli è decisamente mal posta: è gli uomini che va rivolta, è a loro che che va chiesto perché tanta resistenza a occuparsi della cura dei figli fin dalla nascita, dagli asili nido, perché vedere risorse produttive, là dove di affaccia un mondo che lo interroga, che potrebbe cambiare corso alla storia di un dominio ambiguo e violento come quello maschile.

Pubblicato su Il Riformista

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