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Come leggere la disoccupazione

di Linda Laura Sabbadini*


Molto spesso, vedendo i dati della disoccupazione calare, avrete gioito.
Magari pensando, "vorrà dire che l'occupazione è cresciuta". E invece no, non è scontato, come durante il lockdown, l'occupazione è crollata, e così anche la disoccupazione.
Non solo. Occupazione e disoccupazione possono crescere insieme. Come dopo il lockdown.
E allora vediamo il perché.
E combattiamo la superficialità della lettura degli indicatori. Chiediamoci quale è l'indicatore più importante per comprendere la situazione del mercato del lavoro di un Paese o di un suo gruppo sociale.
Non è, come molti pensano, la disoccupazione, né la popolazione cosiddetta attiva (somma di occupati e disoccupati). E invece il tasso di occupazione, cioè la percentuale di persone che lavora, o meglio che ha lavorato una o più ore nella settimana di riferimento, o che ha un lavoro, ma non ha lavorato nella settimana, perché malato, in ferie, o altro.
Molto sommariamente è questa la definizione dell'Organizzazione Internazionale del lavoro.
E allora è a questo dato che bisogna guardare come prima cosa per capire se le donne stanno andando avanti nel mercato del lavoro oppure no.
E lo stesso nel caso dei giovani, del Sud. L'indicatore è semplice, considero tutte le donne in età lavorativa fino a 64 anni e calcolo quante di loro lavorano e faccio la percentuale.

Vedo i risultati, se il tasso si attesta al 70%, 80%, come nel Regno Unito o nei Paesi nordici è una cosa, se è al 49,5%, come in Italia, ben altra. E lo stesso calcolo posso farlo per il Sud, per i giovani o per l'intera Italia. Più cresce il tasso di occupazione e meglio è. Per i singoli, per le famiglie, per il Pil. Ovviamente poi bisogna vedere gli indicatori della qualità del lavoro.
Non è invece sempre positivo che la disoccupazione cali.
Che vuol dire, essere disoccupati? Significa non avere un lavoro, nonostante lo si sia cercato attivamente nelle ultime quattro settimane, ed essere disponibile a lavorare entro due settimane.
Tenete bene a mente questa definizione.
Essere disoccupato non significa semplicemente non avere il lavoro, devi averlo cercato per essere definito disoccupato.
Questo ci fa dire che se diminuisce la disoccupazione, non è affatto detto che sia positivo. Non è affatto detto che cresca il Pil.
La disoccupazione può diminuire anche se l'occupazione cala, perché le persone, pur non avendo un lavoro, smettono di cercarlo, perché scoraggiate, perché vedono che sono in tanti a non trovarlo.
Occupazione e disoccupazione possono crescere ambedue contestualmente. Perché in un periodo di ripresa economica le persone che si erano scoraggiate e non cercavano lavoro, pensando di non trovarlo, potrebbero ricominciare a cercarlo!
Come è successo dopo il lockdown quando si è avviata la ripresa.
Questo fenomeno dello scoraggiamento non è da sottovalutare soprattutto nel nostro Paese, tra le donne, in particolare del Sud. Per questo dobbiamo farci attenzione. Ciò che può sembrarci positivo, come il calo dei disoccupati, in realtà può essere negativo, perché si esprime in numero crescente di scoraggiati a cercare il lavoro e non disponibili a lavorare.
L'area del non lavoro è ampia. Chi non ha il lavoro e non lo cerca è chiamato "inattivo".
Termine assai inadeguato, il cui uso ho combattuto, perché retaggio di stereotipi del passato, che vedono "inattivi" gli studenti anche se si impegnano molto nello studio, "inattive" le casalinghe, anche se si sobbarcano il carico di lavoro non retribuito verso la famiglia e i propri genitori anziani, "inattivi" i ritirati dal lavoro.
Dovremmo modernizzare il nostro linguaggio con l'evolvere della società, ma spesso sono gli organismi internazionali per primi a non farlo.
Essere rigorosi nella lettura dei dati è fondamentale. Non farlo porta a distorcere la realtà e a sviluppare convinzioni sbagliate.


*Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat. Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell'autrice e non impegnano l'Istat

La Repubblica, 06/12/2021

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